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Privatizzazioni? Hanno senso solo se si fanno a vantaggio dei cittadini. Da quando lo Stato ha iniziato a dare in gestione ai privati autostrade, ferrovie, poste, acqua, gas, energia elettrica, assicurazioni auto, scali aerei e quant’altro, per gli utenti sono state più spine che rose. Per fortuna alcune spiagge sono ancora in mano pubblica e talvolta l’accesso è ancora libero da balzelli, ma non sono mancate proposte di vendere tutto ai privati. Di questo passo, di pubblico in Italia resterà solo il debito e qualcuno il mare potrà vederlo solo in cartolina. In autostrada, durante i più caldi giorni estivi mi sono fatto le mie belle ore di coda sotto il sole rabbioso, così all’andata come al ritorno dalla villeggiatura. Stessa cosa dell’anno scorso, quando le ore di coda erano di meno, e stessa cosa dell’anno prima. Ogni anno è peggio. Non c’erano incidenti, per fortuna, come neppure gli anni precedenti. E non c’erano lavori in corso. Dopo aver sperimentato per l’ennesima volta l’inefficienza eretta a sistema, la tentazione era quella di pagare al casello con i soldi del monopoli. Possibile che non ci si vergogni, di fronte agli utenti, di un servizio così scadente e cronicamente uguale a se stesso? Mi risulta (Alberto Angela docet) che gli antichi romani per costruire (e lastricare in pietra!) un tratto di strada equivalente all’autostrada del sole impiegassero circa tre anni. Divento nostalgico dell’impero romano se penso che ai giorni nostri non si riesce a contare gli anni che ci vogliono per ampliare di una corsia un tratto autostradale di pochi chilometri: così l’ingorgo non manca mai, e ne è ufficialmente garantita la regolare periodicità. Mancheranno i fondi? Eppure il pedaggio continua a salire e se ne guarda pure bene di stare al passo con l’inflazione programmata. Il suddito utente paga, e i gestori privati si spartiscono i guadagni, che crescono di anno in anno. Per quale motivo dovrebbero spenderli in manutenzione o per ampliare qualche tratto della rete stradale? Come dice Orietta Berti, “fin che la barca va, lasciala andare”. Fin che la vacca si fa mungere senza troppo reclamare, chi glielo fa fare, ai privati, di anteporre al proprio interesse quello dell’utente? Anzi, per spendere di meno, perché non licenziare il personale dei caselli, sostituendolo con macchinette e allegate istruzioni per l’uso? L’utente, impegnato a capire come funziona la macchinetta, apprezzerà la modernizzazione, anzi l’ottimizzazione. Questa è la parola magica. Ottimizzare, ovvero licenziare, è diventato l’imperativo categorico. Non si sa se si tratti di lavori che gli italiani non vogliono più fare, fatto sta che di extracomunitari senza lavoro ce ne sono tanti, però neppure quelli vengono impiegati. Certo dalle macchinette non verranno rivendicazioni salariali. Anche alle poste gli impiegati sono sempre di meno (sarà anche questo un lavoro poco gradito agli italiani?), e in compenso le code agli sportelli sono sempre più lunghe. Intanto che l’azienda ottimizza, il cliente somatizza (il travaso di bile e l’ulcera per chi cronicamente aspetta in coda sono rischi sempre meno trascurabili). Che risparmi ha realizzato l’utente da quando acqua, luce e gas sono gestiti dai privati? Il trasporto ferroviario è migliorato o costa meno? Non mi pare che il discorso sia molto diverso per le assicurazioni auto, dove i prezzi sono aumentati come il volume di una torta quando il pasticciere abbia sbagliato per forte eccesso la dose di lievito. Credo che i servizi essenziali non debbano essere ceduti in toto ai privati e che sia di fondamentale importanza assicurare una condizione di effettiva competizione tra gestore pubblico e gestore privato. Solo così l’utente potrà trarne vantaggio. Passare da un monopolio pubblico a un monopolio privato è come cadere dalla padella nella brace. Con i più cordiali saluti.

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