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Egregio Direttore, è un curioso Paese l’Italia. Non è certo priva di risorse, ma è incapace di sfruttarle. Abbonda di individualità eccellenti, che però possono essere valorizzate solo all’estero (come nel caso dei Nobel per le scienze e dei ricercatori), perché in patria si troverebbero le ali tarpate e non potrebbero esprimersi oltre un livello di aurea mediocrità. Le risorse umane vengono sistematicamente sprecate. A scuola la promozione è pressoché garantita per legge, a prescindere in larga misura dall’impegno e dalle capacità. L’Università sempre di più assomiglia a una scuola media e sempre più si trova a dover colmare lacune abissali ereditate dai corsi di studio precedenti. D’altra parte, i finanziamenti statali venivano elargiti in misura maggiore alle sedi dove le percentuali di promozione erano maggiori e ciò induceva a non essere troppo severi nell’accertare la preparazione degli studenti, per non tirarsi la zappa sui piedi. Il risultato è quello di un’inflazione di titoli di studio che, non essendo in grado di raccomandarsi da soli, come sarebbe fisiologico e come potrebbe avvenire in un contesto meritocraticamente selettivo, devono essere successivamente “attivati” da una buona raccomandazione (che agli italiani piace più della selezione meritocratica). Così come manca una cultura improntata alla meritocrazia, allo stesso modo manca la capacità di operare scelte per il futuro. Per evitare errori, si decide di non decidere. Mentre gli altri vanno avanti, noi restiamo fermi al palo. La rete ferroviaria non viene potenziata, per i possibili danni ambientali; così il trasporto delle merci avviene tutto lungo la rete stradale, con costi in termini economici e di vite umane incomparabilmente superiori. A completare l’opera, il danno ambientale dovuto al trasporto su gomma è centinaia di volte maggiore di quello del trasporto su rotaia. Altra conseguenza è che mentre in Francia ci sono volute settimane perché lo sciopero degli autotrasportatori facesse sentire i suoi effetti, in Italia sono bastati tre giorni per mettere in ginocchio il Paese. I problemi in Italia vengono semplicemente accantonati, in attesa di decisioni che non verranno mai prese. Come l’asino di Buridano, che, posto di fronte a due mucchi d’erba uguali, non sapendo quale scegliere, decide di lasciarsi morire di fame, così l’Italia rimanda all’infinito tutte le scelte strategiche che riguardano l’energia (il nucleare è stato bandito, il carbone inquina e allora aspettiamo che arrivino i mulini a vento), le infrastrutture (la Tav si fa, anzi no, anzi forse sì, ma dopo), l’immigrazione (ci ritroveremo stranieri in casa nostra), le politiche per la famiglia (per gli anziani bisogna arrangiarsi e per i bambini pure, visto che mancano gli asili), la sicurezza (dove la situazione è da barzelletta ed è meglio soprassedere), l’istruzione (la scuola è un parcheggio tranquillo, con sosta sempre più lunga e con sempre meno sbocchi). Termino qua l’elenco per carità di patria. La nostra classe politica è stata finora a guardare, in perenne attesa, vivacchiando e tirando a campare, disinteressandosi del futuro del Paese, tutta assorbita nella preparazione delle strategie per aggiudicarsi le elezioni successive. E’ una considerazione tautologica, o lapalissiana, dire che è la classe politica che ci meritiamo. Se il clima culturale non si modifica in modo sostanziale, credo che la prognosi per l’Italia resti riservata e che le prospettive di guarigione siano ridotte al lumicino. Con i più cordiali saluti.

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