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Oggi è, come tutti sanno, il giorno della Memoria. Da qualche anno ormai mi sono fatto un'idea su questa "commemorazione"; ho cercato di convincermi che non era così, che non avevo ragione; ma poi, anche quest'anno, mi sono dovuto ricredere. Tante parole, tante frasi, tanti aforismi di Primo Levi, tanti post su Facebook e tanti cinguettii su Twitter. Appunto, tanto. Tanto di tutto. Troppo. Penso che ci sia qualcosa di sbagliato, quantomeno di insano, in questo tipo di memoria. È una memoria che si vuole mostrare, che tende in maniera innaturale verso una qualunque forma di pubblicità e di approvazione da parte della collettività, una memoria che è stata negli anni mistificata e quasi commercializzata sempre più, fino a farle perdere la sua sostanza originaria. Come riportato dal "Foglio", Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, scrive in "The end of Holocaust" che la Memoria dell'Olocausto "è stata trasformata in intrattenimento popolare e in forma di liturgia teologica, in una banale piattaforma di educazione civica". Lo scrittore si sente profondamente sdegnato dalla quantità e contemporaneamente dalla pochezza delle celebrazioni, pubbliche e private, che annualmente si svolgono in questa giornata, fino ad arrivare a sostenere che esse stesse uccidano l'Olocausto. Sono convinto che Rosenfeld abbia colto nel segno, che sia riuscito ad esprimere con la scrittura quel senso di dispiacere misto a delusione che ogni anno dovremmo provare, sistematicamente posti di fronte alla banalità di una memoria (e, forse potremmo aggiungere, di una intera società) contenente oggi più parole che silenzi. Non possiamo non ricordare quello che successe in quegli anni ad un intero popolo, è vero, ma forse dovremmo tornare ad una forma del ricordo meno pomposa, appariscente, manifesta, e quantomeno più pura, più semplice, più spontanea e veritiera. "Per non dimenticare" non sono necessarie frasi piene di commoventi ovvietà postate sui social network. È sufficiente un pensiero, magari silenzioso.

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