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Italia dei figli unici

Anni fa, trovandomi a passare lungo il litorale della Romagna, notai una serie di costruzioni fatiscenti e in stato di evidente cronico abbandono affacciate sul mare che negli anni Cinquanta e Sessanta accoglievano nel periodo estivo migliaia e migliaia di bambini per un breve salutare soggiorno marino. Erano le colonie estive, che immagino all’epoca gremite di stuoli di bimbi vocianti; successivamente dismesse, cadevano in rovina, molte con le finestre murate, una visione desolante, testimonianza di un tempo passato. Negli anni in cui le colonie marine erano popolate gli italiani erano più poveri, il tenore di vita era incomparabilmente inferiore a quello attuale. La società italiana era però più forte, forse perché più giovane, c’era ottimismo, si stringeva la cinghia, come si suol dire, ma si aveva una percezione positiva del futuro. La natalità, e forse ciò rifletteva questa visione più spensierata, raggiungeva livelli fisiologici; il rapporto tra il numero dei giovani e quello degli anziani non destava preoccupazioni. Molte cose sono cambiate da allora. La popolazione italiana all’epoca cresceva, anche se con ritmi inferiori alla media della popolazione mondiale. Il numero di figli per donna era prossimo (in realtà di poco superiore) a quel 2,1 che garantisce la stabilità numerica della popolazione, ossia la crescita zero. Nei decenni successivi la natalità è andata progressivamente diminuendo, con conseguente invecchiamento della popolazione, per giungere ai preoccupanti livelli attuali, che prospettano un futuro di tipo gerontocomiale e una rapida estinzione della stirpe italica. Ormai da troppi anni il numero di figli per donna è meno della metà di quel 2,1 che garantirebbe la stabilità numerica, il che significa che ci stiamo dimezzando a ogni generazione. Il vuoto demografico viene compensato dall’immigrazione, con tutti i problemi connessi. Il rischio è di fare la fine dei panda e di trovarsi forestieri in quella che era casa propria, avendo per di più ceduto le chiavi di casa. Per non finire in una riserva indiana, sarebbe il caso di tentare qualcosa per invertire la tendenza e modificare questa penosa e perniciosa realtà. Negli anni Cinquanta e Sessanta quasi tutti avevano dei fratelli; in anni più recenti predomina il figlio unico, una rarità, per fortuna, a quei tempi. Su quest’ultimo i genitori, inconsapevolmente, scaricano la totalità delle loro ansie e paure, tenendolo involontariamente sotto una cappa oppressiva che tende ad avere effetti deleteri. Il figlio unico è svantaggiato sotto molti aspetti: non ha modo di mettere alla prova le sue capacità di competizione, come fisiologicamente si verifica in ambito familiare tra fratelli, non sviluppando appieno le sue capacità relazionali e non affinando quelle naturali strategie e quei comportamenti che si imparano con il gioco (un etologo noterebbe forse un parallelismo con il mondo animale) e che si rivelano utili poi nella vita adulta, garantendo maggiori probabilità di successo. Nell’ambito familiare può mettersi in relazione solo con i genitori, ai quali di conseguenza è richiesto un impegno maggiore che nel caso di più figli di età ravvicinata. E’ ovvio che due o tre figli costano più di uno solo ed è anche del tutto evidente che lo Stato italiano non dà alcun aiuto economico alle famiglie, come fanno invece altri Paesi europei, come Francia o Germania, dove la natalità anche per questo motivo è risalita. La scelta di favorire o di non contrastare l’immigrazione incontrollata è una scorciatoia che consente di risolvere alcuni problemi nell’immediato, ma che ne creerà di molto maggiori in un prossimo futuro. Infatti le ricongiunzioni familiari comportano l’assegnazione di notevoli risorse ai nuovi arrivati, comprese quelle da destinare ai loro disoccupati e ai loro pensionati. Va anche considerato che se il flusso di immigrati trentenni o quarantenni è troppo rapido, ovvero poco diluito nel tempo, ciò comporterà tra venti o trent’anni un’ondata anomala, a mo’ di tsunami, di richieste di pensione, mettendo a repentaglio i già fragili equilibri economici sui quali si regge il nostro sistema previdenziale. Bisogna pensare al futuro, e non solo al presente, cosa in cui non eccelliamo di certo. Sarebbe sufficiente che i nostri politici copiassero finalmente dai loro colleghi di altri Paesi, le cui ricette per contrastare il calo demografico si sono dimostrate alla prova dei fatti di gran lunga migliori delle nostre. E’ indubbio che il nuovo ruolo della donna nel mondo del lavoro ha necessariamente imposto qualche limitazione a quello suo più tradizionale in ambito familiare, ma è anche vero che ciò non riguarda solo le donne italiane, che invece sono le meno prolifiche del mondo. Occorre allora togliere gli ostacoli che più rendono conflittuali i due ruoli, all’interno e all’esterno della famiglia. Ciò significa, per esempio, dare maggiori opportunità di scelta negli orari del lavoro, favorendo gli impieghi a tempo parziale e creando le premesse affinché la maternità non penalizzi i datori di lavoro, ideando per esempio forme compensative, in modo che la maternità non rappresenti un costo aggiuntivo per le imprese. Occorre anche creare asili aziendali, favorire il lavoro a domicilio, detassare e rendere più economico il baby sitting. Anche la tivù deve fare la sua parte, valorizzando un modello di famiglia con più figli. Sono tante le cose da fare, ma ne vale la pena, ne va del nostro futuro. Una società che non vuole investire sul proprio futuro è destinata a cedere il testimone e scomparire. Con i più cordiali saluti.

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