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Noi del 52

Noi del '52 Siamo in quindicimila, forse meno, perchè alcuni di noi non desiderano ancora andare in pensione. Siamo gli insegnanti del '52. Dunque non siamo tantissimi e non rappresentiamo un problema. Veniamo da lontano...compiamo sessant'anni quest'anno ed abbiamo dai trentasei ai quarant'anni di contribuzione. Il nostro contratto con lo stato prevedeva, per il pensionamento, il raggiungimento della quota 96, cioè 60 anni di età e 36 di contributi o 61 d'età e 35 di contributi. Erano questi gli accordi! Gli anni per noi iniziano intorno al dieci di settembre e finiscono con le lezioni e gli esami a scuola. I nostri colleghi ai quali è stato consentito di andare in pensione secondo la precedente normativa, quelli del '51, lavoreranno come noi fino a luglio e potranno andare in pensione, noi no. E' come quando una comitiva di amici, diciamo venti amici, progetta di fare un viaggio. Si accerta che il treno ci sia, lo prenota, paga anche una consistente quota del biglietto, studia l'itinerario ed è certa che il capotreno la porterà dove convenuto. Finalmente, dopo tanto lavorare e fantasticare, arriva il giorno, si va tutti alla stazione, si aprono le porte del vagone prenotato e ne esce il capotreno che fa cenno di salire: “Salgono solo i primi dieci!” grida, tra lo stupore e la delusione generale “gli altri tornino indietro!!” Questo è accaduto a noi. Ieri, 17 febbraio, la commissione del Senato che doveva valutare il nostro problema, inserito nel decreto milleproroghe, ha bocciato il mini-provvedimento per il voto contrario del PDL e della Lega. Si badi bene: non per una questione economica... Pare, infatti, che il nostro pensionamento, poiché siamo in quindicimila o forse meno... non richieda che pochi milioni di euro. La bocciatura è diventata ideologica, perchè si sa che in certi ambienti politici il lavoro degli insegnanti è visto come un bighellonare e non con gli occhi della dura realtà quotidiana della scuola. Ma aldilà di questo, è o non è una grande ingiustizia? Siamo in pochi, ma se si trattasse anche solo di una persona, non sarebbe ugualmente un intollerabile sopruso? Noi ci appelliamo al Ministro della Pubblica Istruzione, prof. Profumo, che si è chiaramente espresso per uno svecchiamento della scuola. Ci appelliamo anche, naturalmente, al Ministro del Lavoro Fornero che afferma che non è vero che per uno che va in pensione, un giovane trova lavoro. Il ministro afferma che il mercato del lavoro non ha una struttura rigida e che non funziona così, perchè il meccanismo è molto più dinamico. Certo! Se avessimo un meccanismo che crea di continuo nuove opportunità, il ministro avrebbe ragione, ma laddove i posti non solo non aumentano ma addirittura si restringono come è capitato nella scuola ultimamente, è chiaro che ad un pensionamento potrebbe corrispondere forse un'assunzione. Noi vediamo con i nostri occhi aggirarsi per i corridoi delle nostre scuole giovani precari assunti per brevi supplenze. Sono i nostri figli...e se in quindicimila o poco meno, lasciamo, altri quindicimila avranno supplenze più lunghe o incarichi più sicuri, questo è certo, almeno fino a quando non ci sarà il nuovo concorso. Allora forse sarà anche possibile aspirare ad una cattedra con un incarico a tempo indeterminato, perchè è bello avere un posto fisso ed a scuola non c'è pericolo di annoiarsi, in quanto chi ha a che fare con i ragazzi, spende le giornate con passione e all'insegna della varietà e dell'esaurimento delle energie! Abbiamo attraversato la fase degli scontri ideologici arrovellandoci sulle modalità e sui contenuti dell'insegnamento secondo le due principali scuole di pensiero, tra destra e sinistra. Abbiamo realizzato la conquista più grande ed unica in Europa, quella dell'integrazione dei ragazzi con handicap, rivoluzionando tutta la didattica oltre che la cultura nostra, degli alunni e delle loro famiglie. Abbiamo collaborato alla stagione del passaggio all'autonomia delle scuole cercando di resistere alla tentazione di trasformarci in piccole aziende. Abbiamo imparato a confrontarci con le nuove tecnologie, passando dalla romantica lavagna a quella interattiva. E mentre facevamo questo i nostri stipendi erano sempre più insufficienti, almeno per chi deve “campare una famiglia”. Poi abbiamo traghettato i ragazzi stranieri nelle nostre classi, nelle mense, nei cortili e nelle palestre. Infine ci siamo fatti analisti ed interpreti del cambiamento antropologico della società, delle famiglie e dei giovani, tanto diversi eppure sostanzialmente uguali ai nostri primi alunni degli anni settanta. Ora ci sia per noi quindicimila, o forse meno, il giusto riposo, come convenuto con il capotreno a suo tempo. Giovanna de Maio

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