Cerca

Università: rivedere il 3+2

Egregio Direttore, non è forse il caso di rivedere l’attuale organizzazione degli studi universitari in Italia? Allo stato di degrado della scuola media superiore (di cui bisogna ringraziare il ministro D’Onofrio, che abolì gli esami di riparazione), si è aggiunta una estrema parcellizzazione dei programmi universitari, che si sono diversificati e assottigliati a dismisura. All’ipertrofia nella forma si accompagna l’inconsistenza nella sostanza. Il peggioramento si deve all’istituzione e proliferazione incontrollata delle lauree brevi, spesso inventate, e in numero spropositato, più ad uso e consumo degli atenei che per le reali necessità del mercato del lavoro (ritengo peraltro l’autonomia degli atenei una vera iattura, sfociata di fatto nell’anarchia). Il danno sarebbe stato ancora contenuto se non si fosse provveduto a smantellare anche le lauree tradizionali, per trasformarle in lauree brevi triennali con relativa fantasiosa appendice biennale (secondo lo schema del 3+2). Quest’altra infelice riforma, che si deve ai ministri Luigi Berlinguer e Ortensio Zecchino, ha contribuito pesantemente al degrado complessivo degli studi universitari. Si può dire che tutte le parti politiche hanno profuso pari impegno –una sorta di “par condicio”- al fine di minare un sistema già traballante per trasformarlo in qualche cosa di molto simile a un diplomificio. Ogni successivo ministro ci ha aggiunto del suo nell’accelerare lo sfascio. La formula del 3+2 è fallimentare perché riesce nell’impresa di dare in un tempo più lungo una preparazione inferiore. Ciò era del tutto prevedibile a priori. La laurea accorciata potrebbe in qualche caso trovare parziale giustificazione ed entro ristretti limiti potrebbe rispondere ad esigenze del mercato del lavoro. Essa però nasce con un orizzonte necessariamente più limitato di quello della vecchia laurea, che andrebbe perciò conservata. Nella formula del 3+2 il biennio aggiuntivo non crea un orizzonte nuovo, perché mancano le fondamenta. E’ come aggiungere dei piani, peraltro costruiti con una differente architettura, a un edificio che non li può sopportare, perché il suo progetto iniziale non li prevedeva. I contenuti sono stati semplificati e ridotti all’osso e semplici aggiunte successive non risolvono il problema. Se si progetta un’utilitaria e poi, a progetto completato, si decide di farla diventare una berlina di lusso, si rischia di ottenere una carrozzeria pseudolussuosa con il motore di un’utilitaria: i progetti devono nascere separati. Con l’enorme proliferazione dei corsi di laurea e post lauream e un’estrema parcellizzazione del sapere, l’Università è diventata una giungla, dove si sono inventati i corsi più disparati e improbabili (che si contano a migliaia, sul prototipo della “psicopatologia quotidiana dell’alluce valgo destro”, da distinguere da quella “dell’alluce valgo sinistro”). A volte sembra che si tratti di corsi fini a se stessi, le cui quote di iscrizione e di frequenza ne rappresentano la principale motivazione. Spero che l’attuale Ministro dell’Istruzione si faccia carico del problema, adottando misure efficaci intese al recupero di un accettabile livello qualitativo. Mi auguro che voglia ripristinare percorsi di studio più coerenti, abbandonando la formula del 3+2, che serve solo ad allungare i tempi e peggiorare i risultati; a mio avviso male non farebbe, poi, a sfoltire un po’ la selva di lauree brevi, limitandone il numero a quelle che forniscano un bagaglio culturale adeguato e che siano effettivamente necessarie nell’ambito lavorativo. Quando la scuola era più seria, con cinque anni di scuola media superiore si formava un buon geometra: ora non sono sufficienti tre anni di laurea breve più due anni di pseudospecializzazione per formarne uno mediocre. Con i più cordiali saluti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog