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Schiavi dell'inglese

L’italiano, come tutte le lingue, non è immutabile, è necessariamente soggetto a contaminazioni e a poco serve opporsi in maniera categorica all’ingresso di parole straniere, specialmente quando la nostra lingua non possiede termini equivalenti altrettanto validi. In effetti vi sono casi in cui è difficile trovare termini italiani che esprimano con altrettanta efficacia lo stesso significato del termine straniero, quasi sempre inglese, e ciò si verifica in particolar modo in ambito scientifico, dove spesso si finisce per usare un vero e proprio gergo tecnico per addetti ai lavori. Tuttavia l’eccessiva condiscendenza all’uso di termini importati da altre lingue ha l’effetto di determinare una staticità del vocabolario italiano, che viene così totalmente a mancare di termini equivalenti e non si arricchisce, come dovrebbe essere fisiologico, di nuove accezioni. Nella lingua inglese, che invece si regge sulle proprie gambe, vecchi vocaboli vengono spesso ad assumere nuovi significati, quando usati in nuovi contesti o in nuove combinazioni: un esempio a tutti noto è quello dei termini “hardware” e “software”. Rispetto all’inglese l’italiano parte sicuramente svantaggiato quanto a plasmabilità e flessibilità sia dal punto di vista sintattico che dal punto di vista dei significati che un vocabolo può assumere. Un piccolo sforzo per usare termini italiani laddove sia possibile è a mio avviso però utile farlo. Vi sono numerosi esempi di casi in cui effettivamente ciò è possibile, ma, anziché fare un elenco di questi casi, preferisco entrare un po’ più nel dettaglio di uno di essi. Consideriamo la riforma scolastica di vari anni or sono che istituiva la figura del “tutor” (pronunciato tiutor), un insegnante che si potrebbe definire coordinatore o di riferimento. Per ogni studente era anche previsto un “portfolio” personale, che lo accompagnasse durante tutto il ciclo di studi. Cominciamo con il “tutor”. Il termine deriva dall’inglese, dove significa istitutore, precettore, ripetitore, insegnante privato. A sua volta però l’inglese lo ha derivato dal latino “tutor”, dove il termine ha un significato più ampio, e precisamente di custode, protettore, difensore, tutore, curatore; il “tutor” latino è semanticamente legato al verbo deponente “tueor”, il cui significato è perfettamente esemplificato nella locuzione “tua tueor”, che letteralmente tradotto viene a dire: “mi prendo cura delle tue cose”, ossia “ho a cuore i tuoi interessi”. Il termine italiano “tutore” ha mantenuto il significato latino, ma nulla vieta che esso possa acquistare una nuova accezione, quella di insegnante o precettore, come appunto si è verificato nella lingua inglese, se per esempio utilizzato in uno specifico e diverso contesto. Il termine “tutor” (pronunciato tiutor) può perciò e a pieno titolo essere sostituito con l’italiano “tutore”, ma anche benissimo dal latino “tutor”, pronunciato senza “i”. D’altra parte, in Collegi universitari gestiti dai gesuiti esisteva la figura del tutore, che riassumeva entrambi i significati dell’accezione inglese e latina, ossia di insegnante e di custode, trattandosi di uno studente anziano che seguiva durante l’iter di studi uno studente più giovane (la nomina peraltro gli arrivava attraverso una lettera del Rettore del Collegio che lo dichiarava ufficialmente “tutore”). Per quanto riguarda il “portfolio”, anche questa è una voce “inglese” (risulterà chiaro dopo perché ho usato le virgolette) e ha il significato di cartella in cui si raccoglie, a scopo dimostrativo, del materiale, soprattutto iconografico, nell’interesse di chi debba presentare la propria immagine per motivi professionali. Non è quindi una cosa concettualmente diversa dal progettato e poco realizzato “portfolio” scolastico, che doveva contenere i migliori lavori dell’alunno e accompagnarlo durante l’intero ciclo di studi. Era poi così scandaloso chiamarlo “portafoglio”? Per chi non lo sapesse, l’inglese “portfolio”, guarda caso, deriva proprio da una parola italiana, strano a dirsi: “portafoglio”. La parola è partita dall’Italia, si è accasata nel Regno Unito, per ritornare a casa con il “look” (pardon, l’aspetto) inglese. Il tempo e l’avvicendarsi delle riforme scolastiche si è portato via il “portfolio”, e non mi pare una gran perdita. Purtroppo è sopravvissuto il “tutor” con una “i” di troppo. Peccato. Con i più cordiali saluti.

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