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Una bella tassa ci salverebbe

Se fossi ministro della sanità, pur sapendo di attirarmi le ire di molti, proporrei una bella tassa sul fumo di sigaretta. Mi accontenterei di decuplicare il costo dei pacchetti. Il fumo di sigaretta può dare l’impressione di un maggior benessere e dare forse un senso di libertà, ma in realtà genera un comportamento compulsivo che rende schiavo l’individuo. Si tratta di una schiavitù di tipo psicologico e farmacologico. Nel nostro cervello sono infatti presenti recettori per la nicotina che vengono stimolati dal fumo. Quando si parla dei rischi che corre il fumatore c’è la tendenza a porre in maggior rilievo il cancro ai polmoni; ciò è comprensibile, se si pensa che la patologia tumorale incute sicuramente più paura e il fumo ne è causa in poco meno della totalità dei casi, tuttavia il rischio maggiore è di certo quello in ambito cardiovascolare. Nei fumatori l’incidenza di patologie cardiovascolari, infarto cardiaco in primo luogo, è circa 50 volte maggiore di quella del cancro al polmone. Chi fuma cerca di convincersi che il tabacco non fa poi così male; inoltre di qualche cosa si deve pur morire, quindi tanto vale avere almeno la soddisfazione del fumo. C’è tra i fumatori chi nutre qualche speranza che il progresso scientifico possa mettere prima o poi a loro disposizione qualche nuovo ritrovato che li restituisca a una salute perfetta, una sorta di antidoto. Questo atteggiamento mi ricorda di un mio carissimo zio, accanito fumatore. Era una persona amabilissima, di una simpatia che ti conquistava al primo istante. Si fumava, a dir poco, due o tre pacchetti al giorno di “nazionali” senza filtro, al punto da ritrovarsi l’indice, il medio e il pollice della mano destra anneriti dalla brace, che in pratica era tutto ciò a cui si riduceva il mozzicone; questo credo che non di rado gli servisse per accendersi la sigaretta successiva. A un certo punto cominciò ad accusare i primi affanni. Mi diceva: “Dutùr”, e in dialetto proseguiva, “quando faccio le scale mi sento stringere qui, al cuore; non conosci qualche rimedio?” E io: “Il rimedio ci sarebbe: dovresti smettere di fumare.” “Ma che dottore sei?” aggiungeva lui con tono più scherzoso che serio, “possibile che non ci sia in giro una qualche medicina, una qualche pastiglia?…” Le mie spiegazioni, che apparentemente trovava convincenti, non riuscirono a indurlo a smettere. L’infarto se l’è portato via. Grazie alla buona sorte aveva passato indenne la seconda guerra mondiale, di cui amava raccontare episodi che tenevano l’ascoltatore col fiato sospeso; più volte l’aveva scampata bella. Il fumo non l’ha perdonato. Con i più cordiali saluti.

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