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Imprese nella crisi

Caro Direttore, Con la presente, mi permetto sottoporre alla sua attenzione questa mia personalissima riflessione riguardo all’argomento di maggiore attualità (crisi economica) che, mi sia consentito sostenere, non sembra essere (tecnicamente) percepito sia dai tecnici sia dai politici che dai giornalisti di approfondimento se, invece, compreso potrebbe evitare lo tsunami sociale al quale ci avviamo. La prego di farne un buon uso trattandosi di esperienza di un imprenditore con oltre trent’anni di attività, conclusasi con un fallimento. Con la massima stima. Giuseppe Pizzino. Riflessione costruttiva: imprese nella crisi, suicidi imprenditori e lavoratori. Lo stato di fatto: dodicimila imprese fallite, persi cinquecentomila posti di lavoro, solo nel 2011 (quaranta dipendenti per impresa) la disoccupazione salita al 9,3%, i consumi delle famiglie Italiane tornati ai livelli di quindici anni fa, il reddito delle famiglie calato di cinque punti in tre anni. Le imprese, che resistono alla crisi, non crescono da oltre cinque anni e a fronte della stagnazione (meglio di una decrescita) dei consumi, i costi fissi per: personale, trasporti, servizi, cui si aggiungono le insolvenze dei propri clienti, sono aumentati a livelli insostenibili, inoltre le banche hanno contratto il credito, aumentando i costi, e la PP. AA ha allungato i tempi di pagamento delle forniture nei confronti delle aziende. Infine vediamo l’Italia divisa in due, il centro/nord che a fatica prova a tenere il passo della Francia e della Germania, il Meridione che, delocalizzato di fatto, senza per questo trarne alcun vantaggio, si avvia verso il default economico/sociale. Questa è la situazione che in generale stiamo attraversando, ma, in particolare, deve preoccupare, perché “eluso”, il sistema che regola la diversa tassazione tra imprese con lavoratori e senza. Il nostro sistema fiscale, purtroppo, spinge inesorabilmente verso il fallimento le imprese sane, i nostri giovani imprenditori, vedi Torino, hanno preso coscienza di ciò e si trasferiscono all’estero. Bisogna spiegare il tecnicismo: Ipotizziamo (migliore casistica) che due imprese sane, gestite bene da due imprenditori onesti, rispettosi delle norme e di tutte le leggi, abbiano entrambe ricavi annui per due milioni di euro e che il loro bilancio di fine anno segni un sostanziale pareggio. Chiarisco, nessun utile, nessuna perdita. Le due aziende, storiche, sono state entrambe sufficientemente capitalizzate e sono ben assistite dal sistema bancario, nel rispetto di tutti i parametri di Basilea. La prima impresa ha quaranta dipendenti che costano un milione di euro, mentre la seconda non ha dipendenti, poiché ha scelto di far eseguire i propri lavori conto terzi all’estero(importazione). La prima impresa per effetto dell’Irap, sebbene in pareggio, deve pagare una tassa di cinquantamila euro, la seconda invece non deve pagare alcuna tassa aggiuntiva(costo Irap = zero). Primo punto di domanda che sorge spontaneo all’imprenditore, ma chi me l’ha fatto fare di tenere dei dipendenti se questo deve rappresentare una penalizzazione rispetto al mio collega? Secondo aspetto non trascurabile ma, caratteristico in un momento di congiuntura sfavorevole è, se per l’imprenditore che non ha dipendenti a parità di ricavi e utile/perdita cambia sostanzialmente poco o nulla, discorso completamente diverso sia dal punto di vista finanziario/patrimoniale che sociale riguarda l’imprenditore che occupa i quaranta dipendenti, perché deve coprire un deficit di cassa che riguarda non solo l’anno in corso ma anche l’anticipo del 99% dell’anno successivo e mantenere i quaranta posti di lavoro senza peraltro dilazionare il pagamento degli stipendi. L’impresa migliore, che mantiene mediamente un pareggio di bilancio, in quattro anni di recessione o stagnazione, è costretta a pagare duecentomila euro di Irap, cui si aggiunge l’anticipo dell’anno successivo per un totale di duecentocinquantamila euro, cui sommano gli interessi passivi, che nei quattro anni maturano circa cinquantamila euro, per complessivi trecentomila euro, non imputabile alla gestione di impresa, alle capacità imprenditoriali, alla produttività dei propri collaboratori. Il solo maggior debito per Irap rappresenta oltre il quindici per cento di sovra indebitamento rispetto alla gestione ordinaria che, a questo punto, esonda dai parametri di merito creditizio bancario. L’imprenditore è disarmato, impotente, avendo investito quanto nelle proprie possibilità nell’azienda, non trovando altri fallituri disposti a partecipare con nuovi mezzi finanziari al capitale, è quindi anche “costretto”, consapevole dell’esito, a ricorrere all’assistenza del sistema bancario. L’imprenditore va in banca, dove è molto apprezzato e stimato, e chiede al responsabile un nuovo fido di cinquantamila euro, per pagare l’Irap, continuare a fare impresa in attesa di tempi migliori, poter rimborsare la maggiore esposizione nei confronti della banca amica, ma molto responsabilmente avverte che, in caso di stagnazione, di sicuro avrà bisogno di altri cinquantamila euro per pagare l’anticipo dell’Irap dell’anno successivo. Il responsabile inserisce tutti i dati di bilancio nel suo computer e si accende la famosa lucina che sostiene che in virtù delle rigide norme di Basilea non è possibile concedere nuovo credito. L’imprenditore incredulo parla con il direttore della filiale, amico, con il quale aveva sempre giocato a tennis, che gli dice: mi dispiace ma abbiamo direttive precise che non ci consentono concedere nuovo credito a imprese che non guadagnano, rischio il mio posto di lavoro. Addio. L’imprenditore a questo punto può solo decidere di liquidare la sua impresa o fare come il collega chiedendo ai propri dipendenti o di aprirsi una partita iva e diventare terzisti o importare i prodotti dopo aver trasferito tutte le proprie attività produttive. Questo è l’esempio più plastico in grado di rappresentare il buon connubio tra banca e impresa. Questo è l’esempio migliore che può capitare senza alcuna degenerazione del sistema. Le regole oggi in vigore non consentono di superare la crisi alle imprese sane, in pareggio, che occupano dipendenti diretti, figurarsi le aziende, com’è logico siano in recessione, che sono in perdita o non sono assistite adeguatamente dal sistema creditizio. Il sistema Italia penalizza, rispetto agli altri, chi occupa stabilmente propri dipendenti, e istiga al suicidio imprenditori innocenti, per non aver commesso il fatto, ma che per la legge commettono un reato penale per non aver potuto pagare una tassa illegittima e incostituzionale e aggiungo discriminatorio verso le imprese, gli imprenditori e i propri dipendenti. Che si voglia credere o no questo può determinare quanto oggi stiamo vivendo. Vorrei riportare la rappresentazione dello stato d’animo, avendolo già vissuto, di quegli imprenditori che si trovano nella situazione di cui sopra, in prestito da un post letto sui blog: “Vivere col nodo in gola, col capo chino per il peso dell'angoscia, smettere i sorrisi, sussultare ogni volta che arriva una lettera o una telefonata, perdere la fiducia e sentirsi umiliato perché la posizione è "debitoria" o c'è una "esposizione" eccessiva o perché si deve "rientrare". E intanto le tue mani che hanno sempre lavorato si stringono in pugni sempre più deboli. Poi non ce la fai più. Per davvero...” Esiste il fondo “Salva Stati” per soccorrere gli Stati che hanno bisogno di finanziamenti per risanare i propri conti, esiste il fondo sociale della cassa integrazione che ammortizza i disagi che sono costretti a subire i lavoratori che perdono il proprio posto di lavoro ma, non esiste alcun strumento in grado di intervenire a sostegno delle imprese e degli imprenditori nei momenti di recessione o di congiuntura sfavorevole. Volendo invece essere non pessimisti, considerando che il ciclo di stagnazione o recessivo medio non sia inferiore a cinque anni e non superiore ai sette, credendo che sia ancora possibile fare impresa in Italia, creare occupazione e nuove opportunità per le nuove generazioni, penso che per le capacità che sono sempre stati in grado di esprimere i piccoli e medi imprenditori Italiani, anche nei momenti di grave crisi, non sarebbe impossibile rimuovere gli ostacoli che determinano” la fuga” dall’impresa e creare gli strumenti necessari per favorire un processo di crescita e di sviluppo. Consapevoli che, eliminare questa tassa iniqua, non è possibile nel breve/medio termine poiché ciò determinerebbe il fallimento delle Regioni che incassano l’Irap per sostenere il costo della spesa sanitaria, l’unica soluzione praticabile nell’immediato, per affrontare la congiuntura sfavorevole, è permettere alle imprese di accedere al credito bancario in modo automatico inserendo la norma del numero dei dipendenti stabilizzati quale elemento migliorativo del merito creditizio. Basterebbe solo buona volontà e credibilità verso pmi che, malgrado tutto, rappresentano i due terzi dell’economia reale Italiana. La soluzione è più semplice del problema Bloccare il fenomeno di uscita dalle PMI dei dipendenti stabilizzati e innescare un processo di crescita e di nuova occupazione, dando valore al lavoro stabile e alle nuove occupazioni. Un posto di lavoro stabilizzato (tempo indeterminato) ha un valore di circa € 25.000 lordi l’anno. Ogni azienda deve valere per il numero dei dipendenti stabili (norma di buon senso). • L’azienda che ha cento dipendenti stabili da oltre cinque anni deve avere il diritto, a prescindere da tutto, a vedersi riconosciuto credito dalle banche per almeno un anno di lavoro per il numero dei propri dipendenti. • Un’azienda il cui numero medio dei dipendenti, a tempo indeterminato, degli ultimi cinque (meglio tre) anni è stato cento deve avere diritto, sacrosanto, di credito per € 2.500.000,00. Tale somma dovrà essere disponibile su un conto, vincolato, che dovrà servire per il pagamento solo dei salari, dei relativi contributi, agevolazioni, TFR, verso i propri dipendenti. Tale norma permetterà, in primis, di bloccare immediatamente il fenomeno dei licenziamenti e della cigs, perché gli imprenditori che in questo momento, lasciati soli, sono costretti a chiudere solo perché non ottengono credito dalle banche riprenderebbero a lavorare senza soluzione di continuità, sarebbero rivalutati socialmente ed economicamente, e rilancerebbero le loro produzioni. Altre aziende che nella crisi hanno resistito a fatica, ma hanno dovuto bloccare gli investimenti strutturali, potrebbero utilizzare il credito quale volano per nuovi investimenti e nuova occupazione. Infine, le aziende che nella crisi hanno avuto maggiore fortuna potranno utilizzare tale disponibilità per agevolare i propri dipendenti concedendo anticipi su TFR, che rilancerebbero i consumi. Creare questo nuovo elemento di valutazione del merito creditizio per le PMI, ha degli aspetti positivi incredibilmente sottovalutati. 1. Riduce il costo verso la collettività per cigs per tutte quelle aziende che sono costrette a ricorrervi per impossibilità/discrezionalità di accesso al credito. 2. Stimola le aziende ad assumere i propri dipendenti a tempo indeterminato. 3. Elimina il fenomeno del lavoro nero e del sotto salariato. 4. Da affidabilità, fiducia, e prospettiva agli imprenditori che possono dedicarsi al proprio lavoro senza bisogno di perder tempo per elemosinare credito presso bancari incompetenti, maldisposti, e discriminanti. 5. Rilancia il valore della piccola impresa e delle start up dei giovani che potranno contare su norme democratiche, certe e non discrezionali. 6. Elimina il fenomeno delle partite iva create per raggirare l’assunzione diretta. 7. Limita la nascita delle aziende che gestiscono lavori conto terzi (sfruttando i lavoratori). 8. Rilancia il valore del lavoro stabile. 9. Interviene con una sola norma (consorzio fidi, pagato da imprese) democratica, a costo zero, abolendo qualsiasi altra forma di aiuti (discriminatori) ad appannaggio solo di una parte bene introdotta nei meccanismi burocratici e organizzativi. 10. Combatte contemporaneamente l’evasione fiscale, il lavoro nero, il sotto salariato, la disoccupazione, la discriminazione creditizia territoriale, la discrezionalità bancaria, le agevolazioni legislative non produttive, la mancanza di stimoli per la ripresa, infine limita lo strapotere esercitato indiscriminatamente dalla finanza e dalle banche nei confronti dell’economia reale, rivalutando la produzione (people) rispetto alle swap. Il costo di questo nuovo strumento non solo è inesistente ma addirittura crea reddito, perché lo Stato sarebbe chiamato a intervenire solo come co-garante nei confronti delle Istituzioni bancarie, che a fronte di un consorzio fidi, pagato dalle imprese, dovranno concedere questo strumento creditizio, per sostenere il quale dovranno essere utilizzate tutte quelle somme che lo Stato impegna ogni anno per agevolazione e contributi vari, inutili e dannose. Termino facendo rilevare che per le personalità che oggi sono al Governo, diverse rispetto a chi li ha preceduti, invisi al sistema bancario, sarebbe esercizio facile, sarebbe un’intuizione brillante e originale, che non richiederebbe una riforma ma solo un tavolo al quale convocare i vertici delle Istituzioni bancarie. Una vera iniziativa per la crescita e lo sviluppo, troppo facile. Cordialità. Giuseppe Pizzino

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