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La ritassazione degli scudi - Risvolti poco noti

Gentile Redazione, com’è noto, la legge Monti del dicembre 2011 impone agli scudati degli oneri fiscali aggiuntivi, ponendosi come una correzione a posteriori di un tributo già riscosso e imposto con riferimento a presunti redditi non dichiarati ed esportati illecitamente all’estero. Chi non versa i nuovi tributi subisce la desecretazione forzosa della propria posizione e paga sanzioni. In verità, sono molti i cittadini che hanno scudato senza aver trasferito un solo centesimo oltre confine e che ora sono al centro di gravi discriminazioni e ingiustificate pretese fiscali. Di questa categoria nessuno parla; con ogni probabilità è politicamente scomodo farlo. Non è difficile capire di chi si tratti. Basta infatti fare mente locale, ad esempio, ai cittadini italiani coniugati con stranieri, ai beneficiari di eredità all’estero, agli stranieri residenti in Italia, ai lavoratori rientrati in patria dopo anni di lavoro oltre confine, ai frontalieri, eccetera. Stiamo insomma parlando di capitali che sono sempre stati all’estero. Queste persone, molte delle quali potrebbero facilmente dimostrare la loro condizione, hanno avuto il solo torto di commettere irregolarità nel quadro RW che concerne la dichiarazione degli averi esteri sui quali, tuttavia, nessuna tassazione è stata finora contemplata dal fisco italiano. Si aggiunga che in molti casi i commercialisti, i centri di assistenza fiscale e talora la stessa Agenzia delle Entrate sono all’origine di dette mancanze. L’ultimo scudo, quello di Tremonti del 2009, è stato incassato dallo Stato sulla base di pesanti minacce implicite nel monitoraggio fiscale, giacché le omissioni formali nel quadro RW prevedono una sanzione sproporzionata che può raggiungere il 50% degli averi esteri. Tale grimaldello è ora oggetto di una procedura d’infrazione da parte dell’Europa. Per altri versi, la legge Tremonti definiva i capitali scudati come regolarizzati una volta per tutte e dunque non più discriminabili. Inoltre, specificava che in nessun caso lo scudo avrebbe potuto essere usato contro il contribuente. Tutte assicurazioni totalmente disattese che ricadono soprattutto su chi ha inteso regolarizzare una posizione solo formalmente inadeguata. Come se non bastasse, la legge di Monti contiene una componente retroattiva dai tratti lunari: è tenuto al pagamento di un’imposta straordinaria anche chi ha mostrato di non voler nascondere nulla e ha già desecretato di propria iniziativa. Il fatto che la nuova legge non consideri minimamente la durata dello scudo dimostra in modo lampante che non sono i criteri di equità e giustizia a contare. Lo stesso dicasi per il fatto che chi ha già rimosso lo scudo e chi ancora lo detiene paga nel 2012 lo stesso importo. È del resto evidente che quando s’introduce una mostruosità retroattiva di tale profilo ogni obbrobrio giuridico diventa possibile. Accettando un patto come lo scudo, sancito da una legge di Stato, il cittadino ha preso atto che il rapporto regolarizzato con il fisco fosse qualcosa di reale, certo e stabile. Egli non ha sospettato che l’accordo potesse dopo soli due anni essere unilateralmente rivoltato dalle autorità. Tanto meno egli ha creduto possibile che l’adesione al patto potesse essere usata in qualità di arma di ricatto, puntata anche verso il passato. Ci si chiede che razza di Stato può mai essere quello che baratta la propria credibilità per fare cassa, equiparando in una sorta di caccia alle streghe contribuenti con colpe formali a grandi evasori e riciclatori. Uno Stato che violi un patto fatto legge e che, anzi, lo ritorca contro chi vi ha aderito, oltre a comportarsi ignobilmente, genera un precedente pericoloso. È infatti immediato ravvisare quali derive possano scaturire dall’inosservanza della certezza del diritto, della tutela dell’affidamento e della protezione della buona fede. Non è certo camuffando goffamente il tutto in forma di tassa sull’anonimato che queste storture vengono eliminate. Cordiali saluti.

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