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LA CITTADINANZA NON VA CONCESSA A PRESCINDERE

Gentile Direttore, ho letto che nel Regno Unito le ragazze appartenenti a famiglie islamiche verrebbero giudicate da giudici islamici. Le risulta? Se è così, arriveremo a gestirci anche noi come in Inghilterra? Mi ricordo che anni fa il Parlamento inglese fu sul punto di approvare la proposta (poi respinta con un solo voto di scarto) di istituire tribunali islamici che applicassero la legge coranica per i musulmani. I nostri illuminati politici, il cui pensiero elevatissimo va oltre l'iperuranio, vorrebbero spianare la strada agli immigrati perché ottengano alla svelta, senza se e senza ma, la cittadinanza italiana, possibilmente non appena poggiato il piede sul suolo di quell'espressione geografica che si chiama Italia. La proposta delle corti islamiche potrebbe allora arrivare anche da noi, l'ipotesi potrebbe non essere troppo fantasiosa. A questo punto mi chiedo se i problemi connessi alla cittadinanza debbano riguardare solo i tempi per la concessione (dopo un giorno piuttosto che dopo qualche mese o qualche anno) o non anche e soprattutto i criteri secondo cui concederla. Per averla bisognerà saper balbettare qualche parola di italiano, oppure ognuno si potrà liberamente esprimere nella propria lingua? La cultura e l'organizzazione sociale del Paese di arrivo, o almeno quel che ne resta, conteranno meno di zero? Ho l’impressione, e spero di sbagliarmi, che gli attuali dieci anni siano troppo pochi perché vi possa essere una effettiva integrazione, come mi pare che emerga da innumerevoli fatti. Credo che non sarebbe un errore madornale e fonte di sciagura copiare la legislazione svizzera in materia. Dopo aver ceduto ai nuovi venuti le chiavi di casa potremmo infatti accorgerci che l’integrazione non toccherà a loro, bensì a noi. Allora la nostra pulsione al masochismo avrà trovato la giusta soddisfazione. Non crede? Con i più cordiali saluti.

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