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Italia Cambia. Liberati davvero

Una questione di mentalità. Come la chiamano quelle “persone” che si identificano dietro il prestigioso titolo di Ultras. Quelli che domenica scorsa, e non per la prima volta, sono riusciti a interrompere una partita di calcio per protestare contro la loro squadra del cuore che naviga in cattive acque. Minacce. Ragazzi sotto scacco e in lacrime. Sono riusciti a fermare il calcio, solitamente valore intoccabile di un Paese che si fa chiamare ancora Bello. Ma di bello, paesaggi a parte, cos’è rimasto? Un calcio (e un Paese) che solo sette giorni prima si era fermato per la drammatica morte di un ragazzo direttamente sul campo di gioco. Drammi che fanno riflettere, ma solo per pochi istanti; Calciatori, seppur strapagati, in balìa di tifosi, o presunti tali, che non saranno incarcerati ma soltanto “diffidati”. Multata la società e prossime partite a porte chiuse; ancora una volta chi paga, le famiglie e la gente normale, non è chi commette il reato. Ma non sorprende, né sconvolge. Viviamo in un Paese nel quale l’esempio è questo, “dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni” per citare una canzone di Jovanotti. Non è qualunquismo o pressapochismo, però, badate bene; soltanto un’analisi lucida e distaccata. Nel Paese dove si può trattare con un vigile per una multa per divieto di sosta con la semplice motivazione del “sono stato via 10 minuti per fare una commissione”. Nel Paese dove quello stesso vigile sarà ben contento di non multare il cittadino per non rischiare botte o, peggio, la vita. Siamo in Italia. Per fortuna e purtroppo. L’Italia che vuol essere europea e costruisce grattacieli a Milano per l’Expo e poi non è capace di organizzare in modo decente una maratona in una piovosa domenica di stop al traffico. Una Milano che mette a disposizione biciclette, difficilissime da noleggiare per gli stranieri, ma anche per gli italiani. Una Milano che “importa” dalle altre capitali europee ma durante il trasporto qualcosa si perde o si rompe. O semplicemente diventa “all’italiana”. Copiare, arrangiarsi, inciuciare; spesso assumono l’accezione di “ispirazione, orgoglio, fratellanza”. La verità è che, dalla notte dei tempi, l’Italia è sempre stata così; fatta dagli italiani. E poco importano i confini, i partiti o le appartenenze varie, italiani si nasce. Nei geni abbiamo tutto quello che rimproveriamo al vicino, ai padroni, ai politici e ai potenti. Dimenticare di pagare i conti, fare le corna durante le foto, raccontare barzellette, riuscire sempre e comunque a fregare il prossimo. Sulle guide turistiche straniere per l’Italia spesso è indicato di fare attenzione a borse e portafogli, alla corrispondeza dei prezzi in negozi e ristoranti, a diffidare sempre e comunque un pochino. Fino a qualche mese fa potevamo prendercela con Berlusconi. Le donne, i processi, lo spread, le raccomandazioni, i soldi, il calcio, le barzellette appunto, il riuscire sempre a farla franca. Cosa che fa arrabbiare molti, soprattutto chi non riesce a farcela. L’invidia. Il problema forse più grande, e più sottovalutato, di questo Paese. Il volere il male degli altri e non il bene di tutti, prima che il bene per per se stessi. Ora Silvio, apparentemente, non c’è più; e noi siamo allo sbando, senza nessuno più da accusare. Perché la forza dell’italiano è avere qualcuno di peggio col quale confrontarsi, per uscire vincitore, più pulito, o meno sporco. Abbiamo un nuovo governo. Di tecnici. Gente che piange alle conferenze per un aumento delle tasse non voluto ma necessario. Una classe politica che inventa nuove tasse o modifica quelle esistenti per recupare soldi ma che per niente al mondo si riduce stipendio e benefit. Quella classe politica è l’esempio per molti imprenditori che, ancora prima di tentare manovre di recupero, taglia stipendi e personale pur di non ammettere il naufragio. Diminuire gli stipendi dei semplici operari, che già faticano ad arrivare a fine mese, e allo stesso tempo assumere dirigenti da strapagare con il compito di studiare un metodo per tagliare i costi. Spedendoli a destra e manca in costose quanto inutili trasferte come fossero guru dell’economia mondiale. Serve un reset. E nulla serve cercare ancora una volta di andare a copiare, o ispirarsi, a compagni di altri Paesi. Agli “occupy” del mondo; da Wall street a Madrid. La mentalità è differente. A New York il movimento che si cela dietro la maschera del personaggio di V per Vendetta, ha come base la solidarietà e il bene comune. Nella capitale spagnola, se possibile, lo è ancora di più. In Italia le manifestazioni si risolvono troppo spesso, ma potrei dire anche sempre, con scene di guerriglia verso le forze dell’ordine e le istituzioni; se non addirittura sfociare in scene assurde di violenza e distruzione verso negozi di multinazionali o banche. Allora che fare? Un passo indietro e ragionare, verrebbe da dire. Ma forse non basterebbe. Cambiare la mentalità è la cosa più difficile. Più delle istituzioni, più delle abitudini. L’Italiano è arrivato a un punto che non può più fidarsi di nessuno. O meglio, non vuole più fidarsi di nessuno. Serve un segnale forte, anzi fortissimo. Da parte della politica, delle istituzioni, degli imprenditori. Un segnale che porti, un giorno, a meravigliarsi di quando qualcosa non va e non di stupirsi di esempi e gesti belli come troppo poco spesso si legge sui giornali. Una riduzione vera di stipendi e costi di chi oggettivamente guadagna mensilmente quanto una famiglia all’anno; se non di più. Non deve essere una lotta ricchi contro poveri ma semplicemente una rifondazione del Paese. Oggi, 25 Aprile, si festeggia la liberazione, lo sanno tutti. Ma ciò che mi sono chiesto io, guardando tutti i post condivisi sui vari social network, è questo: siamo davvero liberi? E cosa significa Libertà? Semplicemente non avere un duce, un führer, un dittatore o Líder máximo? O significa qualcosa di più. Forse la libertà è superare i limiti di velocità senza essere multati, è fumare marijuana al parco oppure viaggiare in tram senza pagare il biglietto. No di certo. La libertà è vivere, quantomeno, dignitosamente. La libertà è uscire dalla mentalità che se non si possiede un iPhone non si è all’altezza del proprio vicino. La libertà è avere alternative. I mezzi pubblici efficienti come alternativa all’auto. La prevenzione a costi ragionevoli, se non gratuita, come alternativa alle cure per malattie importanti non diagnosticate in tempo. La libertà è poter leggere, informarsi, avere la possilità di conoscere l’arte, il cinema, la musica, la storia, senza dover rinunciare a mangiare per gli eccessivi costi e tasse su musei, mostre, libri, cd. La tecnologia fa passi da gigante tanto che ormai, in una ipotetica timeline, il tempo non si conta più in anni ma in trimestri se non in settimane. Eppure la ricerca, nonostante anche tutte le raccolte benefiche, non procede alla stessa velocità. Possiamo guardare una partita di calcio in diretta ovunque ci troviamo, grazie ai nostri smart phone, ma allo stesso tempo possiamo morire per un neo non controllato per tempo. L’ignoranza è la cosa più pericolosa, oggi più che mai. E la sensazione che i governi e le istituzioni vogliano tenere il popolo nell’ignoranza è così forte che dovrebbe fare imbestialire chiunque. Chiunque se ne accorga. Ma coloro che se ne accorgono sono davvero pochi, e molti di loro risolvono il problema abbandonando la nave. Aggiustare una falla navigando, mentre si imbarca acqua, è cosa praticamente impossibile. Occorre quindi fermarsi a riva, fare asciugare la parte e riparare. Meglio ancora sarebbe cambiare tutto lo scafo; il che significherebbe cambiare la mentalità. Ma questo sarebbe davvero troppo. Sarebbe perfetto. Noi siamo il Paese del “guarda quand’è il 25 aprile che facciamo il ponte e andiamo al mare; prendendo 3 giorni di ferie ci attacchiamo anche quello del 1° Maggio..” e mentre attende il pranzo nel giorno di vacanza twitta o posta su facebook il proprio pensiero patriottico su chi ha combattuto per la Libertà dell’Italia. Noi siamo il Paese del “Ferragosto è sacro, si ferma tutto per 3 settimane almeno” ma anche del “in Italia c’è la crisi, lo Stato ci deve aiutare, hai fatto bene te ad andartene via” confessione di un manager a un barista italiano emigrato in bermuda e infradito piene di sabbia di qualche spiaggia esotica in giro per il mondo. Noi siamo il Paese che deve prendere sempre tutti per il culo nonostante sia lo stesso Paese che in tutto il mondo sia famoso sempre più per cose ridicole che per le eccellenze. Siamo il Paese della “mafia non esiste”, ma anche il Paese segue più gli ordini non scritti di non si sa chi che alle leggi vere e proprie, aggiungendo un “funziona così”. No. Così non funziona più. Liberiamoci. Cambiamo mentalità.

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