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Grillo e...un po' di verità.

Egregio Direttore, le reazioni violente, timidamente razionali e forse anche istintivamente ipocrite contro le affermazioni di Beppe Grillo quando dice che la politica è più subdola e pericolosa della mafia ci devono far riflettere molto sullo stato d’animo di tutti noi. Qui siamo al paradosso, ho letto bene le dichiarazioni del comico-politico e devo dire che, pur essendo palermitano e quindi uno che vive quotidianamente una realtà dove la mafia domina il palcoscenico socio-politico della Sicilia, quelle affermazioni non mi hanno ferito nella coscienza, anzi mi incoraggiano a pensare che dietro a questa “spettacolarizzazione politica” che Grillo mette in campo consapevolmente e che intimamente sa di riceverne poi puntuali e numerose fiocinate da chi si sente un potenziale precario della politica in pericolo di sopravvivenza, non sono altro che tentativi di mettergli la museruola. Il fenomeno Grillo non va letto in quella direzione, come una semplice manovra fatta di rozza polemica o provocazione; dietro le battute di Grillo, che non ha una “professionalità” politica, c’è anche una moltitudine di persone (in maggioranza giovani) stanche di sentire il puzzo di una politica che consapevolmente ha nutrito la mafia con una sorta di “flebo burocratica”, per riceverne poi i consensi elettorali. La verità, egregio Direttore, è una di quelle cose che il nostro Paese dovrebbe saper gridarla e affrontarla con il necessario coraggio civile; questo mi pare stia facendo Beppe Grillo, anche perché se esiste questo fenomeno così bistrattato i motivi di tanto risentimento vanno cercati nella politica politicante e ruffiana di se stessa. Vorrei poi ricordare che in un recente sondaggio, gli italiani interrogati su chi è l’uomo più odiato nell’arcipelago della criminalità, hanno risposto Cesare Battisti. Mi chiedo perché non sia uscito fuori dalle loro coscienze il nome di Riina o Provenzano? Signor Grillo, forse qui è in buona compagnia: in Italia si è perso il senso della misura che inevitabilmente ci scaraventa sempre dentro ad una sorta di egoistico “campanilismo antropologico” che provoca inutili e dannose contrapposizioni. Cordialmente. Davide Martinez

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