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I senatori a vita

Leggo che la Lega Nord ha intenzione di proporre una legge di riforma costituzionale per l’abolizione di questo istituto. Pur riconoscendo che la Lega propone questa norma al solo fine di creare imbarazzo a Napolitano ed a Monti, debbo dire che l’iniziativa mi trova d’accordo, in quanto la nomina di senatori a vita costituisce un’arma micidiale, capace di alterare il gioco democratico. L’alterazione avviene quando, di fronte ad un esito elettorale sostanzialmente paritario, la presenza di senatori a vita, quindi non eletti, può fare la differenza tra maggioranza e minoranza. L’ipotesi non è affatto accademica e difatti si è puntualmente verificata all’epoca dell’ultimo governo Prodi. Tant’è che già allora (2007) ritenevo l’istituto obsoleto e ne precisai le motivazioni in uno scritto che, pubblicato dall’”Eco di Bergamo”, suona come segue: “Come è noto, ci sono due tipi di senatori a vita: · quelli di diritto, ai quali il laticlavio viene attribuito in quanto ex Presidenti della Repubblica e · quelli che vengono nominati dal Presidente in carica per meriti speciali. Tutto nasce dall’art. 59 della Costituzione del ’48 e, per i senatori del primo tipo, la motivazione (implicita, ma evidente) è quella di evitare che gli ex capi di Stato passino troppo bruscamente dalle stelle alle stalle. (Ovviamente ciò è frutto del buonismo tipicamente italiano, perché, in America, gli ex capi di Stato, per mantenere il loro stile di vita, sono costretti a fare i conferenzieri.) Quanto al secondo tipo di senatori, la ratio, questa volta ben esplicitata, è quella di mettere a disposizione del Presidente uno strumento con cui premiare i cittadini che abbiano dato lustro alla Patria. Come si sa, in periodo monarchico, il Re premiava i benefattori della Patria creandoli Conti. E’ il caso, tanto per non fare nomi, dei Caproni e degli Agusta, entrambi industriali aeronautici. La Costituzione del ’48 ha abolito i titoli nobiliari (Cfr. art XIV delle disposizioni transitorie) e, nelle more dell’istituzione di un sistema repubblicano di onorificenze, ha creato l’istituto del senatore per meriti speciali di nomina presidenziale. Ora, se si considera che il primo di questi ordini repubblicani di onorificenze (l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana) è stato istituito solo nel 1951 e disciplinato nel 1952 (insieme a quello dei Cavalieri del Lavoro), appare evidente che, tra il 1948 ed il 1952, il conferimento del laticlavio era l’unico modo per premiare un benefattore della Patria. E’ però altresì evidente che, a partire dal 1952, questo istituto avrebbe dovuto cadere in desuetudine a favore delle nuove onorificenze. Purtroppo così non è stato e la cosa ha dato luogo a non lievi complicazioni, come sappiamo. In ogni caso, non v’è dubbio che la concessione del laticlavio ai “benefattori” della Patria, fatta in base all’art. 59 della Costituzione, ha il valore tipico di ogni onorificenza: una medaglia da appuntare al petto ed alla quale non dovrebbe corrispondere alcuna prestazione. Si premia uno per quello che ha fatto, non per quello che si presume farà. E’ una specie di “Oscar alla carriera”. Basti pensare che la Costituzione e la legge istitutiva dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana illustrano la figura dei “benefattori” della Patria quasi con le stesse parole: · Costituzione: Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. · Legge istitutiva dell’Ordine: L’Ordine…..ha lo scopo di ricompensare benemerenze acquisite nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia…. Attualmente i senatori nominati per meriti speciali sono quattro: Andreotti, Colombo, Pininfarina e Levi Montalcini. Ad avviso dello scrivente e per effetto di quanto sopra, nessuno di questi quattro personaggi dovrebbe partecipare attivamente alle sedute del Senato, trattandosi di persone che, come si dice a Genova, “hanno già dato”. Se proprio sono interessati alle sedute del Senato, dovrebbero seguirle da casa, comodamente assisi in una poltrona. Se tuttavia una qualche partecipazione attiva in Senato è comprensibile per Andreotti e Colombo, trattandosi di persone che hanno fatto della politica la loro ragione di vita (e che quindi godono di una competenza assimilabile a quella dei Capi di Stato), non altrettanto può dirsi per gli altri due. Comunque tutti indistintamente, compresi quindi i senatori di diritto, dovrebbero astenersi dal votare quando dal loro voto dovesse dipendere la permanenza in vita di un esecutivo, perché non era certo nelle intenzioni dei democraticissimi padri costituenti affidare ad un gruppo ristretto di persone non elette la facoltà di fare e disfare i governi. Ciò avrebbe l’effetto di vanificare il voto di milioni di italiani, la cui libera espressione è il primo, se non l’unico, criterio per valutare la democraticità di un Paese. Il problema può essere risolto solo con una legge di riforma costituzionale che abolisca l’assurdo istituto. Fino ad allora il comportamento dei senatori a vita potrà solo essere dettato dalla loro sensibilità. Una sensibilità che, sinora, solo il sen. Pininfarina ha dimostrato di possedere. Rimane comunque dimostrato, credo, che · quando si afferma che i “senatori sono tutti uguali” si dice una cosa non vera, perché quelli eletti dal popolo vengono scelti per fare qualcosa, mentre quelli nominati dal Presidente vengono scelti per aver fatto qualcosa; · solo i primi vengono eletti in modo demo-cratico; · i Presidenti della Repubblica che hanno premiato i cittadini illustri con il laticlavio, anziché con altra onorificenza, forse non hanno commesso un abuso, ma hanno commesso una grave imprudenza. “

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