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occhio agli sprechi-monti dovrà provvedere

L'Aci rischia il collassoLe mani della politica dietro la crisi dell'associazione. Nell'ultimo bilancio il buco è di 34 milioni di euro, ma i dirigenti continuano a incassare premi di produzione e a investire in consulenze. Annunciato piano di dismissione degli immobili, ceduta una banca, e i dipendenti cominciano a temere di perdere il posto di lavorodi ANTONIO FRASCHILLA La sede dell'Aci Un ente "padronale", blindato, metà associazione e metà carrozzone di Stato, con amministratori rimasti sempre in sella a dispetto di tutto e dirigenti che incassano premi di produzione anche a fronte di perdite di bilancio a quattro zeri. Questo, e molto altro per la verità, è l'Aci, Automobile club d'Italia. Depositario di una storia sportiva a dir poco gloriosa, impresa con 3 mila persone a libro paga e 1 miliardo di euro all'anno di giro d'affari. E anche holding su cui hanno messo addosso gli occhi - e talvolta anche le mani - i falchi del Pdl, a cominciare dai ministri Michela Vittoria Brambilla e Ignazio La Russa. Il club, chiamiamolo così, ha 106 sedi provinciali e gestisce e in regime di monopolio business milionari: dal Gran Premio di Monza che da solo vale 60 milioni di euro, al Pra, il Pubblico registro automobilistico, che porta in cassa 220 milioni all'anno. Ma i conti sono in rosso e adesso i nodi di una gestione ad personam arrivano al pettine, con un buco nell'ultimo bilancio di 34 milioni di euro. Risultato? Nei giorni scorsi al prezzo simbolico di un euro l'Aci è stata costretta a cedere a Intesa Sanpaolo la controllata Banca Sara. E per ripianare i conti il presidente Enrico Gelpi, numero due della Federazione internazionale dell'auto, e il segretario generale Ascanio Rozera, deus ex machina dell'ente, hanno annunciato un piano di dismissione degli immobili. I sindacati sono preoccupati: "La svalutazione del patrimonio sta rendendo l'Aci sempre più fragile, a rischio sono centinaia di posti di lavoro", denuncia Daniele Nola della Funzione pubblica Cgil, mentre in alcuni sedi sull'orlo del crac i dipendenti iniziano a non ricevere più lo stipendio, come accade a Palermo. Ma lo spreco prosegue senza sosta e i vertici dell'ente continuano indisturbati a spendere milioni di euro in consulenze esterne e a versare mega gettoni ai consiglieri d'amministrazione seduti sulle poltrone di una miriade di controllate, la gran parte in perdita. Ma quante sono le sezioni in difficoltà e quali gli sprechi a livello centrale? Chi ha governato l'Aci negli anni del crac? E, soprattutto, chi ha messo le mani sul cuore economico dell'ente, a partire dell'Aci Milano? I bilanci in rosso Se fino al 2008, nonostante le spese per ripianare i deficit delle società controllate, l'Automobile club registrava un avanzo di 800 mila euro, da due anni è in rosso costante e le previsioni per questo 2011 non sono sicuramente migliori. Nel 2009 la perdita accertata è di 30 milioni di euro, che diventano 34 nel 2010 e per il 2011 si stima un buco da 16 milioni. "Colpa della riduzione della domanda di auto, e quindi delle entrate del Pra, ma anche dei mancati utili delle controllate", ha spiegato il presidente Gelpi ai sindacati. In realtà non un rubinetto di spesa è stato chiuso. E nulla è stato fatto per ridurre il deficit delle Aci locali, molte delle quali sono sull'orlo del fallimento. In base agli ultimi rendiconti delle sezioni locali, su 106 ben 57 sono in perdita. Con record come quello dell'Aci Palermo, che segna un meno 6 milioni di euro e da quattro mesi non paga gli stipendi a 20 lavoratori di una controllata (Aci service): "Da cinque anni i cda che hanno guidato la sezione di Palermo hanno sperperato le risorse e accumulato debiti nei confronti dell'erario nel disinteresse di tutti", dice Marianna Flauto della Uil. In perdita, tra le altre, anche le sedi di Ancona (rosso da 2 milioni di euro segnato dal 2008), Cagliari (1 milione), Catanzaro (1 milione), Macerata (1 milione con tanto d'ipoteca sulla sede) Lecco (4 milioni, con 2 milioni da restituire alla sezione centrale), Padova (1,7 milioni), Roma (5 milioni) e Venezia (2 milioni). Ma i vertici a Roma stanno facendo qualcosa per invertire la rotta? Ci sono amministratori che hanno lasciato la poltrona dopo questi disastri? Il Comitato esecutivo presieduto da Gelpi nella seduta dello scorso 18 ottobre ha approvato senza battere ciglio i bilanci di previsione degli Automobile club di Agrigento (che segna un rosso da 500 mila euro da rendiconto 2008), Ragusa (1 milione di deficit) e Reggio Calabria (300 mila euro di buco), limitandosi a invitare "gli organi di Palermo a porre ogni iniziativa necessaria al ripristino dell'equilibrio gestionale". Bocciati invece i bilanci di Caltanissetta e Bolzano e commissariate nel 2010 le sedi di Nuoro, Macerata, Oristano, Reggio Calabria, Salerno, Pistoia, Brescia, Venezia, Brescia e Padova. Insomma, è stato fatto poco o nulla. Non va meglio poi sul fronte delle controllate, che portano il giro d'affari dell'Aci a quasi un miliardo. Le principali sono Aci informatica che lavora solo per l'ente, Aci Vallelunga che gestisce l'autodromo omonimo, Aci sport che cura le manifestazioni sportive, Aci Progei che cura un patrimonio immobiliare che vale decine di milioni, l'agenzia di viaggi Ventura, la compagnia di assicurazioni Sara, e Aci Mondadori che si occupa delle pubblicazioni e delle iniziative collegate alla casa editrice del premier Silvio Berlusconi. A parte la società informatica, le altre sono quasi tutte in rosso perenne, a partire da quella sulla carta più redditizia, e cioè Sara assicurazioni, che non a caso a fine dicembre ha ceduto una sua controllata, Banca Sara: istituto di credito nato nel 2002 alla Banca di Roma, passato poi nel 2004 all'Aci che contava di sfruttare la propria ramificazione territoriale per incrementarne i fatturati. In realtà Banca Sara si è rivelata subito una zavorra e in pochi mesi si è svalutata per 34 milioni di euro. Per trovare un acquirente si è mosso il gotha della finanza vicina al premier Berlusconi: prima il suo socio Ennio Doris con Mediolanum e poi quella Banca Intesa di Corrado Passera che con Palazzo Chigi ha già portato a termine l'operazione Alitalia. Alla fine, il 23 dicembre scorso, Intesa ha rilevato al prezzo simbolico di un euro Banca Sara. Almeno così una voce di spesa a vuoto è stata eliminata. Poltrone e consulenze Ma che le controllate siano in attivo o in perdita conta poco, perché vale la regola d'oro della capogruppo: e cioè che chi è in sella rimane amministratore a vita al di là dei risultati di gestione. Al vertice dell'Aci c'è da quattro mandati consecutivi il potentissimo segretario Ascanio Rozera, che guadagna 320 mila all'anno per avere il controllo quasi assoluto della macchina dirigenziale. È lui che impartisce trasferimenti e piazza suoi uomini nelle sedi di mezza Italia: a partire dal direttore Fabrizio Turci, che Rozera ha voluto alla direzione dell'Aci Milano, e che il mese scorso è appena entrato anche nella Sias, ente che gestisce l'autodromo di Monza con relativo ghiottissimo Gran premio. È Rozera che dà tre poltrone a Francesco Cervadoro, direttore Aci delle sedi di Catanzaro e Reggio Calabria, con altro incarico a Roma come responsabile "funzione progettuale". Ed è sempre il deus ex machina Rozera, dal '72 all'Aci, che avvia l'investimento di 6 milioni di euro per realizzare nel suo Comune di nascita, Sessa Aurunca (Caserta), il primo centro di guida sicura dell'Aci nel Sud Italia. Se Rozera è l'uomo forte, dal 2008 il presidente dell'Aci è Enrico Gelpi, comasco, numero due della Fia, che per la guida dell'Automobile club guadagna 270 mila euro all'anno. Al vertice ci sono poi i vicepresidenti, alcuni con doppia e tripla poltrona. Un esempio? Pasquale De Vita, storico presidente dell'Unione petrolifera italiana, ma che da oltre dieci anni amministra l'Aci di Roma e Aci informatica. Nel comitato esecutivo c'è poi Angelo Sticchi Damiani, che presiede l'Aci di Lecce e Aci consult. Sono loro gli uomini che da anni guidano il carrozzone, senza mai frenare le spese. Non a caso proprio in un comitato esecutivo recente, quello dello scorso 15 luglio, è stata presa la decisione di dare a quasi tutti i 100 dirigenti il premio di produzione, nonostante l'andamento negativo della spesa. Un premio caduto a pioggia perfino su chi, in un primo momento, gli stessi organi interni dell'Aci ritenevano di escludere: il Comitato di controllo aveva, a esempio, espressamente detto che non era stato in grado di verificare il raggiungimento degli obiettivi gestionali per due dirigenti, perché questi non avevano avuto assegnato alcun obiettivo specifico. Bene, il Comitato esecutivo ha comunque deciso di premiarli con il massimo consentito, è cioè un bonus pari al 30 per cento della retribuzione base. Premi per tutti, quindi, anche se i dirigenti non hanno fatto nulla nemmeno per ridurre i tassi record d'assenteismo che si registrano all'Aci: dalla direzione centrale, che a ottobre ha fatto registrare un assenteismo del 19,40 per cento, al record delle sede di Agrigento che arriva al 30 per cento. Lo spreco continua. Se i vertici hanno ritenuto necessario spendere 20 mila euro per piazzare gazebo ai concerti di Irene Grandi fatti in estate a Gardone Riviera e Verona, nonostante i problemi di bilancio nel comitato del 19 ottobre è stato autorizzato un prelievo dal fondo di riserva per coprire le spese impreviste della "Settimana delle conferenza della Fia" che si è svolta a Cernobbio: la spesa prevista per l'evento era di 370 mila euro, ma alla fine il costo è stato di 630 mila euro. Ma l'Aci si sa, paga sempre. Non un euro in meno è stato speso poi in consulenze: scorrendo l'elenco degli incarichi esterni affidati nel 2010, spuntano pagamenti da 1.100 euro per 3 articoli sulla rivista giuridica online dell'Aci o per 18 mila euro solo per attività di supporto all'organizzazione di un premio di laurea. Le beghe dei partiti L'Aci però fa sempre gola. Perché? Quali sono i meccanismi che portano la politica a intervenire nella sua gestione? Una sede ambitissima è quella di Milano, dalla quale si governa la Sias, la società che gestisce il Gran premio di Monza che da sola vale 50 milioni di euro. Sull'Aci Milano si è fiondata il ministro Michela Vittoria Brambilla, scatenando una guerra che ha portato ben tre procure, quelle di Monza, Milano e Roma, a indagare sul rinnovo del cda e l'acquisto sospetto di tessere associative. Tutto inizia l'estate scorsa quando per procedere al rinnovo delle cariche, la Brambilla invia come commissario Massimiliano Ermolli, figlio di quel Bruno da sempre manager fedelissimo di Berlusconi dai tempi di Fininvest. Ermolli junior decide subito di escludere una lista, che si chiamava "Per la trasparenza", guidata da Iacopo Bini Smaghi, cinquantenne ex manager dell'Altea (società del settore auto), che assicurava nel suo programma di far "fuori la politica dall'Aci milanese". Ermolli fa di più: da commissario si candida nell'altra lista rimasta in corsa, l'unica. Risultato? Il 22 luglio, sotto la supervisione del neo direttore, quel Turci fedelissimo di Rozera, viene eletto dai soci tesserati il consiglio direttivo, che indica presidente Carlo Edoardo Valli, già guida della Camera di commercio brianzola e imprenditore molto noto in Lombardia. Con lui al vertice dell'Aci salgono, tra gli altri, anche il compagno del ministro Brambilla, Eros Maggioni, e il figlio del ministro La Russa, Antonio junior. Il Pdl prende il comando. Si scatena una guerra, con gli esclusi che presentano esposti alla procure di Milano e Monza, che subito avviano indagini ipotizzando il reato di truffa per l'acquisto anomalo di alcune tessere Aci nei giorni precedenti le elezioni, come ad esempio quelle vendute da una sezione a Lissone perfino a una signora ottantenne residente però a Introibo. Sempre a Lissone, poi, nei giorni precedenti il rinnovo del vertice dell'Aci milanese, fa incetta di tessere la Edilimpianti srl, azienda di Vedano che lavora nell'indotto del Gran premio di Monza gestito dalla Sias. Una circostanza che non sorprende, visti i legami tra l'Aci Milano e l'autodromo monzese. Non a caso uno dei primi atti varati dal comitato direttivo targato Pdl è stato quello di nominare il cda della Sias. Ne fanno parte adesso, tra gli altri, Michele Nappi (che è anche nel comitato dell'Aci milanese) Pier Fausto Giuliani (tesoriere dei Circoli della libertà della Brambilla) e Fabrizio Turci, il direttore della sezione lombarda. Il cerchio si chiude e i conflitti d'interesse crescono come funghi. Ma la guerra degli esclusi è tutt'altro che conclusa. Gli avvocati dello studio legale Nava per conto di Bini Smaghi hanno denunciato un presunto danno erariale commesso dai vertici dell'Aci Milano e dal ministro Brambilla. Il motivo? Non aver rispettato le norme della Finanziaria Tremonti approvata nel marzo scorso, che obbliga gli enti pubblici a ridurre a 3 i componenti degli organi direttivi: "Invece a luglio si è proceduto alla nomina di un comitato a 9, con conseguente danno erariale e nullità degli atti, in primis la nomina del cda della Sias", si legge nell'esposto. E lo stesso presidente Gelpi, in una lettera del 7 dicembre scorso, mette in dubbio la validità dei comitati direttivi a 9 componenti eletti dopo il varo della Finanziaria. Lo scontro continua e c'è chi giura che si sposterà a Roma: in scadenza questa volta è il comitato nazionale, con Rozera intenzionato a prendere il posto di Gelpi.

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