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Aprite quella porta

Lì c’è la porta. Ossia: le regole sono queste, le abbiamo fatte Noi, non è possibile discuterle, ma solo rispettarle. Altrimenti, appunto, lì c’è la porta. E’ più o meno questo il messaggio che ho ricevuto, anni fa , entrando in Università. E ad onor del vero, quella porta l’ho presa sì, tempo dopo, ma per uscirne con la laurea in tasca. Laurea sudata e conquistata a caro prezzo non avendo, io, la fortuna di poter studiare a tempo pieno, o di avere, sempre io, le capacità indubbie che invece, a scorrere i loro curricula, intravedo in tanti figli, parenti o affini di attuali ministri: tutti laureati in tempi brevissimi e ora impegnati in lavori altamente specializzati oltre che, di conseguenza, lautamente retribuiti. Capisco perciò, ora, la frustrazione del Governo dei Professori di fronte alle resistenze che incontra nell’opinione pubblica e soprattutto nell’elettorato: qualcosa , o meglio qualcuno, i cittadini per l’appunto, osano mettere in discussione le loro regole. Regole e teorie che, per quanto illuminate da anni di studio, insegnamento e scambio intellettuale e scientifico ai massimi livelli, non riescono a individuare prima e risolvere poi un problema talmente semplice da essere compreso anche dal più svogliato dei loro attuali o ex studenti: riportare il focus all’economia reale, non alla sola finanza autoreferenziale. Tutti i vituperati pensionati di tutte le panchine d’Italia e, a ben vedere, ormai di tutte le panchine d’Europa sanno, per esperienza e senza scomodare le grandi teorie economiche, che solo producendo qualcosa si crea ricchezza e sviluppo. Al contrario, la finanza fine a stessa si avvita in un vortice che trascina tutti sul fondo. Lo sanno perché, senza retorica, lavorando concretamente, costoro hanno costruito quell’Europa di pace e benessere che adesso appare, anche ai migliori cattedratici d’Italia, un eden perduto. Teorizzare e pianificare serve a molto, e spesso. Ma la vita reale dei cittadini di un Paese e a questo punto di un Continente, non può essere una palestra per sperimentare concretamente le ricette, le alchimie teoriche immaginate e studiate per una vita. Accademica, si intende. Altrimenti, senza ricriminazioni verso il passato, e senza addossare la colpa agli altri, comportamento tipico non dei grandi professori, ma piuttosto degli studenti impreparati, bisogna avere il coraggio, grande, tipico appunto dei grandi, di dichiarare la propria incapacità e di uscire, quindi, dalla porta. Oppure bisogna avere l’umiltà, tipica anch’essa dei grandi, di far entrare da quella stessa porta altre idee, altri punti di vista, elementi dissonanti dalle proprie convinzioni. Perché tutti, anche i grandi Professori, possono sbagliarsi. Ma, come diceva un tale che si proponeva di insegnare anche ai più semplici, non è mai troppo tardi. Auguri, grandi Professori.

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