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Rapinati da Superman

Gentile Direttore, vorrei raccontarLe una storia. E’ una storia di questi tempi forse un po’ banale, vissuta da me come da altre migliaia di Italiani nel silenzio rassegnato di chi sa che non può rivolgersi a nessuno. Una storia che parla di sopraffazioni, di ingiustizie, di cieca esosità. E’ la storia di come lo Stato, dal quale dovremmo sentirci difesi e tutelati, si rivela invece un aguzzino, lo sceriffo di Nottingham che non esita a prendere ma non dà mai. Sono un’imprenditrice, o almeno mi è sempre piaciuto definirmi tale. Lavoro, o meglio ho lavorato nel settore dell’organizzazione eventi e spettacoli, un’attività che ho svolto per molti anni con tante soddisfazioni personali e poche economiche. Non una grande imprenditrice, intendiamoci, ma nel mio piccolo, tra tanti che si mettono alla finestra in attesa di un posto di lavoro, mi sono data da fare per crearmelo un lavoro e, perché no, offrirlo ad altri. Si, perché nel corso degli anni la mia agenzia in una città dove tutto è difficile e le energie da spendere sono dieci, cento volte superiori a quelle necessarie per ottenere lo stesso risultato altrove, ha lavorato bene e ha fatto lavorare. Ho guadagnato non molto ma quanto mi bastava, ed ho pagato le tasse, fin quando ho potuto. Poi ad un certo punto ho fatto il più grande errore della mia vita imprenditoriale: una gara con un Ente pubblico! E’ vero pagano poco e a lunga scadenza, ho pensato, ma ce la posso fare, in fondo sono soldi certi e poi fà curriculum. L’ho vinta, perché mi accontento di piccoli margini e sono competitiva. Devo aggiungere purtroppo, l’ho vinta. Inizialmente i tempi di pagamento erano lunghi, ma ancora ragionevoli. E poiché nel settore privato la crisi iniziava a farsi sentire, ho insistito ed ho continuato a lavorare per gli Enti pubblici con vari servizi, dai catering, ai convegni, agli spettacoli teatrali. Oh, devo dire con grande ritorno in termini di apprezzamento, ma sempre meno in termini finanziari. Man mano il rubinetto si è sempre più stretto, vuoi per il mancato finanziamento statale-regionale-comunale (a seconda del livello di interlocuzione), vuoi per il maledetto patto di stabilità che ancora nessuno ha capito bene a chi serva, vuoi perché mancava questa o l’altra firma, e alla fine si è chiuso definitivamente. Ad oggi, mio stimato Direttore, vanto nei confronti di vari Enti crediti per circa 250.000 euro bloccati da tre anni. Forse per alcuni non saranno una gran cosa, ma per me sono una cifra enorme. Molti costi li ho coperti, per quello che potevo, poiché mi piace onorare sempre i miei debiti, dando fondo a tutte le mie risorse e a quelle della mia famiglia. Altri purtroppo non ho potuto, anche perché nel mio settore il lavoro è ormai fermo. Le banche che inizialmente mi hanno aiutato oggi minacciano di portarmi via l’unica casa che posseggo, ed ho 250.000 euro di crediti da incassare. Ho dovuto licenziare tutte le persone che lavoravano con me, ho portato l’ufficio a casa e ho i creditori fuori la porta che giustamente non capiscono che se non incasso non ho nulla da dargli, ho ridotto tutte le spese al massimo e l’unico in casa che fa ancora tre pasti al giorno è mio figlio; ed ho sempre 250.000 euro di crediti che lo Stato non mi vuol dare. Col tempo la situazione è precipitata: ho fatto i salti mortali per pagare tutti i contributi e le ritenute dei miei ex dipendenti, ma ovviamente ad un certo punto non ho potuto più pagare le mie imposte personali, e perciò ho Equitalia alla porta che non se ne frega niente del fatto che il suo mandante è a sua volta debitore nei miei confronti. Perchè ho sempre i 250.000 euro di crediti che lo Stato non mi vuol dare. Situazione paradossale, in effetti, in quanto lo Stato vuole la sua percentuale di tangente sui ricavi che lui stesso non mi paga. E ancora più paradossale il fatto che (così vuole la iniqua Legge del famigerato DURC) non mi paga se prima non pago lui. Un serpente che si morde la coda: se lo Stato non mi paga io non posso pagare i miei contributi previdenziali, ma se non pago i miei contributi previdenziali lo Stato è autorizzato a non pagarmi. In pratica, mi tocca di fare da banca per lo Stato. Ma le banche i soldi sanno bene dove prenderli, io no! Forse dovrei rivolgermi agli usurai? E questo che lo Stato mi chiede? Questa è la Legge, questa è la dittatura fiscale che regna in Italia. Sarò costretta a chiudere, interrompere un’attività che permetteva a me e a tanta gente che lavorava con me di vivere e far vivere, e finire per strada insieme a mio figlio, poiché uno tra banca ed Equitalia mi leveranno anche la casa. Ed ho sempre quei famosi 250.000 euro di crediti da incassare. E che non incasserò mai, a questo punto. Bravo Stato, stai risanando i tuoi conti, hai già recuperato 250.000 euro. Purtroppo a danno di un’onesta lavoratrice, però. Vede Direttore, in passato ogni volta che sentivo la notizia del suicidio di un imprenditore in crisi non me ne facevo capace, oggi invece lo capisco. Capisco la disperazione che proviene non dalla crisi, ma dall’ingiustizia, dal fatto che non c’è nessuno a cui ci si possa rivolgere per far valere le proprie ragioni, perché colui che dovrebbe essere il giustiziere è anche il carnefice. E’ come essere assassinati da Zorro, rapinati da Superman, vedere Robin Hood che deruba i poveri. E’ il senso di impotenza che ti uccide, non la difficoltà. Impotenza contro un sistema che ancora una volta colpisce gli onesti, perché i furbi la fanno sempre franca. E allora ti trovi ad invidiarli quei furbi, perché loro ce la fanno e tu no. Impotenza perché non hai a chi raccontarla questa storia, perché tanto questa è la Legge e questo è il nostro Stato. E se non ti tutela la Legge, chi altri può farlo? E allora io la racconto a Lei, che non so neanche se la leggerà questa mia lunga e tediosa lettera che però potrebbe essere stata scritta da migliaia di altre persone che hanno avuto la dabbenaggine di fidarsi dello Stato. Gliela racconto perché Lei sia la campana di risonanza di questa mia testimonianza che potrebbe essere quella di tanti, perché spero che la mia voce si unisca a quella di tante altre voci di un’imprenditoria che muore, a volte anche anche fisicamente, per colpa di norme inique stabilite da un Governo bravo a infilare le mani nelle tasche degli italiani senza preoccuparsi di metterci nulla prima, e lo fa nel silenzio di molti. Sà direttore, io non mi vergogno di essere Italiana, come va molto di moda in questo periodo, ma, sinceramente, me ne rammarico tantissimo. E, se dovesse essere arrivato fino a questo punto, non mi resta che ringraziarLa per la pazienza e l’attenzione. Cordialmente Un’imprenditrice partenopea

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