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Lettera aperta ad Alessandro Benetton da un suo dipendente

Sig. Presidente, lavoro per Lei da un paio d'anni in ambito impiegatizio, dopo aver macinato esperienze in diverse altre aziende grandi e piccole. Non mi chieda di più, tengo famiglia. Ricordo che fin dal primo giorno rimasi colpito e amareggiato nel constatare che il comparto aziendale dove mi trovo non fa eccezione rispetto a molte altre realtà che ho avuto modo di conoscere sia direttamente che indirettamente nel corso della mia vita lavorativa. Al suo interno si respira quell'aria un po' viziata, quel malcontento, quella demotivazione che tipicamente si percepisce nelle aziende italiane cresciute molto bene e molto in fretta a cavallo tra gli anni '80 e '90 e che forse si sono un po' sedute su sé stesse. In questo periodo come non mai si sente il bisogno di crescita e di competitività. Ci lamentiamo (a ragione) di come i nostri politici hanno governato questo paese. Ma se guardiamo all'interno delle aziende italiane cosa scopriamo? Scopriamo che troppo spesso le parole meritocrazia e responsabilità sono state dimenticate a favore di atteggiamenti come l'accondiscendenza, la cortigianeria, l'appartenenza alla confraternita giusta, eccetera. Con il risultato che, a vari livelli, a comandare non è quasi mai chi ha davvero le qualità per farlo ma chi è più furbo, più disonesto, più portato alla prevaricazione sugli altri, a prescindere dalle sue reali capacità professionali che, anzi, lasciano sempre molto a desiderare. Scopriamo che, di conseguenza, lo spessore professionale e umano della classe dirigente si è drammaticamente assottigliato e i manager sono molto più impegnati a difendere le proprie posizioni scavando trincee e ammassando sacchi di sabbia, invece di lavorare in squadra per il bene delle aziende alle quali appartengono. E soprattutto scopriamo quanto scarsa sia ormai la considerazione che viene data alle persone operative, quelle che lavorano sul pezzo, sia che il pezzo sia una maglia, una pratica amministrativa o un dispositivo elettronico. Nelle aziende italiane non puoi essere semplicemente un professionista serio, preparato, competente e responsabile. Se svolgi un ruolo operativo, qualunque esso sia, sei tagliato fuori da tutto perché sei considerato l'ultima ruota del carro, uno sfigato, “manovalanza”. Insomma, come direbbe Paolo Villaggio... una merdaccia. Ma la saga del Rag. Fantozzi ha origine nel 1975 e nel frattempo il mondo è cambiato. Viviamo nell'era dell'informazione, dei Social Network, del Web 2.0. L'era nella quale anche il più umile degli operai chatta su Facebook, tiene un suo blog, si informa e si confronta con il resto del mondo, sentendosi coinvolto e consapevole di poter esprimere la sua opinione, giusta o sbagliata che sia. Possono quindi le aziende italiane ignorare il fatto che il nostro modello sociale sta sempre più cambiando in questa direzione? La competitività, l'efficienza e la crescita possono rimanere ancorate alla visione organizzativa e operativa di altre epoche? Fu emblematico quel celebre battibecco tra Diego Della Valle e Sandro Bondi andato in onda su RAI3 durante una puntata di Ballarò dello scorso mese si Ottobre, quando l'imprenditore disse all'allora ministro della cultura che per discutere di qualità dei prodotti lui non parla col “ragazzo di bottega” ma con i capi delle ditte... Vede, credo che il problema sia proprio questo. Se Della Valle o chi per lui volesse veramente farsi un'idea della qualità dei prodotti, forse dovrebbe proprio ascoltare anche l'opinione del più umile dei suoi collaboratori. Forse è proprio dal “ragazzo di bottega” che può venire un parere genuino, concreto e veritiero, al contrario delle tante fiabe che spesso si sentono raccontare da certi grandi manager. Coinvolgimento, ascolto, partecipazione, rispetto. Un organigramma nel quale si comunica non solo dall'alto al basso (e a volte nemmeno quello) ma anche dalla base al vertice, in un dialogo costruttivo e costante. Un modello che rimetta al centro dell'attenzione il collaboratore, le sue passioni, il suo entusiasmo, le sue idee, ascoltandole e considerandole un contributo prezioso dal quale l'azienda può trarre spunti importanti in termini di creatività e innovazione. E non è una questione di strumenti tecnologici, ma di mentalità. Le idee migliori e vincenti non necessariamente vengono da menti geniali o presunte tali ma spesso sono il frutto di un pensiero collettivo e di una politica di ascolto, valutazione, selezione e perfezionamento di spunti che possono venire da chiunque, anche dal più umile degli impiegati. In Benetton vi sono delle professionalità inespresse che forse lei nemmeno immagina. Diamanti grezzi e tesori insabbiati che aspettano soltanto di avere un interlocutore in grado di dialogare adeguatamente, in un sistema capace davvero di ascoltare, recepire e coinvolgere. Questo credo sia il vero “2.0” che serve alle aziende italiane per ripartire e per riconquistare quella creatività, quell'intraprendenza e quello smalto che le ha sempre contraddistinte. Ma serve un management all'altezza. Un management di spessore, dal quale le persone operative possano davvero imparare qualcosa. Un management concreto, capace di guadagnarsi la stima e la fiducia delle persone operative, elementi senza i quali il dialogo costruttivo e collaborativo lascia il posto ad atteggiamenti di diffidenza, di chiusura e di attrito che minano pesantemente la produttività, l'efficienza, la creatività e l'entusiasmo. Se mai leggerà questa lettera, sappia che ripongo in Lei tutta la mia fiducia e tutte le mie speranze affinché questa azienda possa tornare ad essere un esempio da seguire. Con rispetto, D.A.T.

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