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Reagire è possibile (?)

Gentile Direttore, mi perdoni fin d’ora per la lunghezza di questa lettera. Sono uno dei molti cittadini italiani abituati a costruire con sempre maggior fatica il proprio futuro giorno dopo giorno, uno dei tanti della famosa maggioranza silenziosa su cui questo paese fonda la propria storia e la propria vita, anche se spesso se ne dimentica. Come tale, non ho l’abitudine di scrivere ai giornali, fare appelli, apparire. Tuttavia ciò che si sta susseguendo in questo paese da anni, e che negli ultimi tempi si è accentuato drammaticamente, mi ha indotto a prendere la penna e mettere per iscritto una serie di riflessioni dovute certamente ad una frustrazione comune a molti, ma anche legate alla speranza che tante cose possano cambiare in meglio, come la mia natura ottimista mi invoglia a sperare. Come altri ho atteso l’opera di questo governo di tecnici, con curiosità e con auspicio che fossero in grado di portare delle migliorie allo stato di salute dell’Italia. Mi sbagliavo. Di certo non arrivavo a immaginare che questo esecutivo (con alcune lodevoli eccezioni, come De Mistura, secondo il mio modesto parere) fosse in grado di distinguersi soltanto per inettitudine, incompetenza, arroganza, mancanza di coraggio e mancanza di rispetto per le sofferenze e proteste degli italiani. Non voglio rimarcare la figura penosa in ambito internazionale riguardante i due marò, né l’incommentabile pasticcio riguardante i cosiddetti esodati attribuibile alla signora Fornero, la cui saccenza ne rende ancora più odiosa l’inefficienza, né ancora l’insopportabile difesa di Equitalia da parte del signor Monti, soprattutto alla luce delle modalità di riscossione attuate dalla stessa e certamente non compatibili con un vero e moderno Stato di diritto. Non mi aspettavo queste nefandezze, ma speravo piuttosto che avessero ricette degne dei geni dell’economia e non solo, quali erano stati descritti dalla stampa di mezza Italia e mezzo mondo. Ancora una volta, mi sbagliavo. Altri più titolati e meglio preparati di me, anche su questo giornale, hanno spiegato, spiegato e spiegato ancora che il risanamento dei conti, certamente necessario, non si può perseguire attraverso una tassazione selvaggia e quasi medievale di qualunque bene o attività, perché si otterrebbe come unica conseguenza la distruzione economica del paese, delle famiglie, delle imprese e si cadrebbe in una recessione ancora peggiore che, nel medio termine, farebbe di nuovo fallire il bilancio dello stato. Mi si conceda un paragone, anche cattivo, lo riconosco. Ogni padre e madre di famiglia, in questo momento di crisi, sa bene che l’unico modo per tentare di garantirsi una decente e dignitosa sopravvivenza consiste nel ridurre le spese eliminando o riducendo fortemente quelle superflue. Non credo ci siano genitori che, per far quadrare il bilancio familiare, invece di tagliare le spese inutili chiedano ai propri figli di restituire le paghette e i regali di natale ricevuti, per poter continuare a sprecare soldi ottusamente. Ebbene, quello che è evidente alle persone di ogni età e livello di istruzione, sembra essere completamente ignorato dai cosiddetti professori che, invece di tagliare i rami secchi (e sono tanti) che succhiano impunemente le risorse del paese, stanno disintegrando il tessuto produttivo dell’Italia con i loro metodi da gabellieri senza vergogna. Mi si perdoni la frase un po’ forte, ma credo sia il caso che questi signori tornino quanto prima ad interessarsi dell’economia teorica che trovano illustratasui loro libri, smettendo così di far danni, perché dell’economia reale hanno dimostrato di non comprendere in senso assoluto né i meccanismi né le più elementari regole di base, facendomi tornare alla mente una frase celebre del noto economista Maffeo Pantaleoni:”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse”. L’unico barlume di sagacia del signor Monti l’ho colto nel momento in cui ha definito rozza l’azione fiscale del governo, ma è stato appunto un ravvedimento passeggero, perché per il resto ha continuato a sostenere la necessità di riforme senza che ne abbia anche solo predisposta alcuna, e sono ormai passati ben più di sei mesi da quando è in carica. Ora però non voglio insistere più di tanto sulla dannosità di un esecutivo che sembra più un governo fantoccio genuflesso a superiori interessi, né sulle azioni del Presidente della Repubblica che di questo esecutivo è il padre nobile, avendolo voluto e insediato (sulle modalità e sulle circostanze stendo un velo, per amor di patria). Il mio (e non solo mio, pare) più grande disappunto è nei confronti di classe politica intera e senza distinzione di schieramenti che, salvo alcune personali e rare eccezioni che certamente ci sono (basti vedere come in Parlamento è stato lodevolmente stroncato il vergognoso tentativo del governo Monti di neutralizzare la Legge Pinto), con la dabbenaggine, ingordigia e incapacità che l’ha contraddistinta e che quotidianamente riempie le cronache ha permesso che si arrivasse a questo risultato desolante. Tale classe politica non solo ha dimostrato in questi mesi la propria viltà di fronte ad un governo inadeguato, ma ha anche dimostrato di non capire in alcun modo i cittadini che vorrebbe rappresentare e lo dico perché, quando si sente un Presidente della Camera affermare durante una trasmissione che per la politica “sta suonando la campana dell’ultimo giro” allora significa che non si è capito nulla, perché la campana suonava da tempo e i giri sono già finiti da un pezzo. Non è sufficiente ed è anzi ancora più fastidioso, di fronte all’astensionismo ed ai risultati delle ultime amministrative, tentare qualche timido e poco convinto approccio per una riduzione dei noti sprechi, perchè tanto noi cittadini sappiamo che non verranno affatto concretizzati. Ma c’è di peggio. Questo atteggiamento irresponsabile ha comprensibilmente allontanato i cittadini dalla istituzioni e ha reso poco o per nulla credibili i partiti, alimentando per giunta il fuoco dell’antipolitica distruttiva ed un nuovo accenno di terrorismo che rischia di far gli ultimi e definitivi danni alla società civile. Io ho sempre una grande fiducia nei miei connazionali e forse sono troppo ottimista, lo sono per natura, ma sono fermamente convinto che la gran parte degli italiani avrebbe accettato i sacrifici richiesti con la dignità di sempre, ma con una frustrazione ed una rabbia ben minori, se avesse potuto vedere che i suoi rappresentanti politici (e non solo) fossero stati al loro fianco e avessero sofferto essi stessi gli effetti di questa crisi. Diamine, la storia insegna sempre. Durante la seconda guerra mondiale il rapporto tra monarchia britannica ed i suoi sudditi fu cementato dal fatto che le bombe naziste cadevano sulla testa dei reali come della gente comune. Qui in Italia è successo e continua a succedere l’opposto. Mentre le famiglie e le imprese sono in sofferenza e vedono minata ogni speranza per il futuro, all’interno del Palazzo si pensa a mille possibili tagli dei privilegi, senza naturalmente concretizzarne anche uno solo. Si cerca ogni modo per ridurre il numero esorbitante dei dipendenti pubblici eppure non si pensa a ridurre le poltrone politiche. E qui potrei iniziare un discorso lunghissimo che invece limiterò a pochi esempi. L’esistenza delle Province aveva una ragion d’essere prima dell’avvento delle Regioni. Dal 1970 in poi la loro esistenza non ha più alcun fondamento logico, eccetto quello di mantenere diverse migliaia di politici che alimentano spese, sprechi auto blu e tasse locali, quando invece le loro funzioni (ed i loro dipendenti) possono senza problemi essere assorbiti da altri enti locali. Basterebbe volerle eliminare, perché esse vanno eliminate, invece se ne sono create altre. Chiedo troppo? Il parlamento italiano non funzionerebbe altrettanto bene (o meglio) con 600 membri totali piuttosto che i mille scarsi che vi sono attualmente? Perché i parlamentari devono avere la tessera del cinema gratis, del teatro gratis, autostrade, aerei, treni, palestre e quant’altro tutto rigorosamente gratis, quando un cittadino normale fa i salti mortali per permettersi anche soltanto una serata al ristorante o quando decide di prendere i mezzi pubblici invece dell’automobile non potendosi più permettere il pieno di benzina? Perché gli ex parlamentari continuano ad avere privilegi tanto più insopportabili quanto più diventa pesante la crisi sociale ed economica? Si è mai visto un ex dipendente che continua a percepire lo stipendio dal suo vecchio datore di lavoro? Via questi odiosi onori! Chiedo troppo? Bisogna essere ben chiari che fare politica non può e non deve essere un lavoro. E qui voglio lanciare una richiesta ed una proposta: l’introduzione del limite di tre mandati anche non consecutivi per l’eleggibilità a parlamentare, indipendentemente dalla durate delle legislature, in modo da generare un continuo ricambio della classe dirigente e rendere più difficile il consolidarsi di posizioni di potere nefaste. Se le legislature durassero fino alla scadenza naturale si potrebbe essere parlamentari per 15 anni. Mi sembra un tempo adeguato per portare avanti la propria proposta di idee, ma poi a lavorare! Ancora una volta, chiedo troppo? E ancora: non essendo un lavoro, che sparisca per sempre la bestialità della liquidazione e della pensione al termine dei mandati per aver lavorato (???) anche pochi anni, quando un cittadino normale deve lavorare quaranta anni per riuscire ad ottenere una pensione niente più che dignitosa. Non si può pensare ragionevolmente che chi passa la sua vita in Parlamento, spesso senza aver mai lavorato in vita sua, riesca a capire cosa accade nel mondo reale e non si può tollerare che chi vive nel suo castello dorato imponga sacrifici senza neanche conoscere il senso di questa parola. Mi fermo qui, ben sapendo che molto altro sarebbe da dire e da fare, e corro ad alcuni pensieri che in questi giorni si susseguono nella mia mente. Sento e leggo continuamente la parola rivoluzione, soprattutto tra le persone comuni. Confesso che la parola, soprattutto se pronunciata con odio e violenza mi fa orrore, anche perché sono convinto, da liberale, che non porterebbe ad alcuna soluzione ma solo a problemi diversi e, probabilmente, peggiori. Ma se per rivoluzione si intende invece uno stravolgimento totale a livello culturale e di idee allora sì, una rivoluzione può essere l’ultima ancora di salvezza per tutti noi che non resistiamo più a questo assalto continuo al nostro presente e al nostro futuro. Non una rivoluzione di forza, ma una rivoluzione veramente liberale, una rivoluzione delle idee e dei valori, con protagonista quella maggioranza silenziosa che non scende mai in piazza, non protesta mai con arroganza, non alza mai la voce e tantomeno le mani, non dice una parola fuori posto perché è sempre troppo impegnata a lavorare e tirare avanti la baracca, questo sì può salvarci. Mi permetto allora di lanciare un’idea, signor Direttore, l’idea di una grande manifestazione che abbia come protagonisti le associazioni degli imprenditori, dei commercianti, degli artigiani, le associazioni della società civile, delle forze dell’ordine costrette a lavorare in condizioni spesso indecorose, le associazioni di categoria e i semplici cittadini, tutti stretti gli uni accanto agli altri in risposta a chi vuole creare una società in cui tutti spiano ed odiano tutti, uniti sotto la bandiera della legalità e dell’equità ma senza simboli di partiti o di fazioni. Potrebbe essere il primo passo affinchè coloro che detengono il potere e ne abusano capiscano che la corda non può essere tirata all’infinito e affinchè sia ribadito ancora una volta che lo Stato esiste per essere al servizio dei cittadini e non per fare di questi i suoi sudditi. Può essere un primo passo verso un’Italia più giusta. Io, da ottimista, ci spero. Grazie per il tempo dedicato alla lettura di questo sfogo e di queste speranze. Avv. Emanuele Urzia Roma

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