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Quando si arriva a fischiare l'inno...

Quando si arriva a fischiare l'inno... Ieri abbiamo avuto la prova, ruvida ed urticante insieme, di quale punto di minimo abbia toccato il rapporto fra le Istituzioni ed i cittadini. Quei fischi dell’Olimpico, prima della finale di Coppa Italia di calcio, sono un fatto inedito che non può passare sotto silenzio. Stavolta non si trattava di un manipolo di esaltati separatisti in camicia verde, vittime di infatuazioni e velleità mitteleuropee; quei fischi erano trasversali, perché andavano almeno da Torino a Napoli, e probabilmente ancora oltre, e lo erano sul piano sociale, oltre che sulla carta geografica, perché sugli spalti di uno stadio siede il notaio, come l’usciere, il manager, come il disoccupato, lo studente, come la casalinga. Erano troppi, per illudersi che fossero circoscrivibili, erano assordanti, per il messaggio che lanciavano, erano laceranti, per lo strappo che stavano consumando. Oggi che tanti nodi vengono insieme al pettine, ci si rende conto, disillusamente ma anche con sdegno, che da troppo tempo lo Stato non c’è più. Non c’è, dove mani criminali colpiscono innocenti e la giustizia latita, dove il territorio non è più sotto il controllo della legge e la criminalità, organizzata o comune che sia, prospera. Non c’è, dove decenni di speculazione, incuria, corruzione, assenza di controlli amplificano gli effetti delle calamità naturali, siano una alluvione o un terremoto. Non c’è, dove il cittadino è umiliato, irriso, oltraggiato da una classe politica che mistifica, che gioca con le parole, che scherza con il fuoco, che si adopera quotidianamente nell’esercizio, ormai insopportabile, dei due pesi e delle due misure. Sei mesi fa lo spread a 400, fra rendimento dei titoli di Stato decennali italiani ed omologhi tedeschi, faceva gridare all’emergenza nazionale assoluta… “la casa brucia”… “fate presto!”… “l’Italia sull’orlo del baratro”… questo la stampa complice e servile scriveva, solo per favorire un cambiamento autoritario (in quanto non deciso dai cittadini) del quadro politico. Oggi, con lo spread a 450, le prime pagine dei giornali odorano di cloroformio e tacciono, la politica minimizza, attribuendo senza vergogna al quadro internazionale le proprie, imbarazzanti ed enormi responsabilità, gli opinionisti, per lo più prezzolati, guardano “distratti” altrove… il tutto in una situazione finanziaria ancor più deteriorata (il debito pubblico è cresciuto mai come negli ultimi 3 mesi) ed in un clima sociale infuocato da una crisi economica, produttiva ed occupazionale senza precedenti. Inevitabile, allora, che quando, puerilmente, le “Istituzioni” provino a ricompattare l’opinione pubblica, ormai estranea persino al senso di appartenenza alla Nazione, se questa è rappresentata da certe facce, accada quello che mai era capitato di vedere. Ho sofferto nell’ascoltare quei fischi, perché la bandiera e l’inno hanno radici antiche, nobili, che affondano nel sacrificio e sono intrise, madide ancora del sangue di chi ha creduto in questo Paese, immolandosi persino, e stanno oltre, sopra le miserie e la pochezza umana di chi, oggi, indegnamente li rappresenta. Ho sofferto, ma li ho capiti. Non ho potuto condividerli, ma ne ho colto il senso, questo sì condivisibile, perché dopo il danno, i tanti danni, non si può accettare la presa per i fondelli di lasciarsi credere disposti a mettersi una mano sul petto, e così dimenticare tutto, per un inno cantato, peraltro anche male, prima di una partita di calcio. L’Italia, e persino gli Italiani, meritano più rispetto, meritano molto di più… Fernando Paganelli http://investobene.blogspot.it/2012/05/quando-si-arriva-fischiare-linno.html?spref=fb

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