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La delegittimazione è un venticello

La parola d’ordine ora più che mai è delegittimare. Chiariamoci non che prima fosse molto diverso, ma sono cambiate le forme: nessuno, neppure l’ultimo dei giornalisti, parla ormai di antipolitica o ricorda “L’uomo qualunque”, populismo, qualunquismo, demagogia sono termini che non si sentono più nei salotti televisivi; quello di Beppe Grillo è un “soggetto politico” si ode ripetere con enfasi. La differenza sta nei modi attraverso cui delegittimare, modi che si stanno facendo più raffinati. In primo luogo, vi è il tentativo d’incasellamento: i “grillini” (eppure nessun giornalista neanche il più ostile ha mai pensato di chiamare i fautori di Berlusconi i berluschini) si devono schierare, da che parte stanno? Con chi si alleano? Così da dimostrare che è tutta la solita marmellata, che non c’è differenza. Quando poi i sostenitori del Movimento, non cadono nella trappola tesa loro sottolineando di essere qualcosa di differente, per cui l’incasellamento non riesce, il tono di giornalisti e politici diviene quello del cattedratico che interroga con indulgenza l’allievo volenteroso ma poco preparato, mentre lo sguardo appare sempre più vicino a quello dell’entomologo che si appresta a dissezionare l’insetto. La seconda strada, attualmente la più praticata, è quella di dimostrare che c’è un’incrinatura, una crepa, una faglia tra Beppe Grillo e il Movimento, per cui il primo non scrive sul suo blog ma “lancia diktat” per dominare i “grillini” che, di converso, vengono rappresentati come un’armata Brancaleone, la quale mantiene un rapporto confuso se non opaco con il vertice. Sovente si sottolinea come Beppe Grillo dica cose che non sono riportate nel programma del Movimento, eppure mai nessuno ha pensato che, non dico valesse la pena, ma fosse minimamente logico verificare se tutte le parole di un Prodi o di un Bersani fossero pedissequamente riportate nei rispettivi programmi elettorali. Nei giorni appena trascorsi gli scambi tra Pizzarotti e Grillo sono stati passati sotto la lente d’ingrandimento da fior fior di critici allo scopo di stanare la magagna e dimostrare che, quella che appare a sempre più persone l’alternativa, si sta sfasciando ancor prima di nascere. Poi vi è l’attacco diretto. Beppe Grillo è variamente presentato ora come un comico rimasto tale ora come un tipo pericoloso connivente con mostri quali la mafia o il terrorismo. Non credo sia un caso che il tg3 ogni qual volta proponga le immagini di uno dei tanti incontri tenuti dal Movimento non faccia mai sentire cosa Grillo stia dicendo: appare solo lui che si agita, mentre intorno l’uditorio ride. Il messaggio subliminale è chiaro: Grillo è un comico, fa ridere la gente, come si può credere che sia in grado, non dico di governare, ma perfino di dire qualcosa di utile in un momento tanto serio e difficile per la nostra cara Italia? Per farlo apparire un soggetto pericoloso, poi, la strategia è più becera e facilona, si prendono delle frasi dal blog (a cui si attinge a piene mani senza mai notare però che lo si può fare perché lo strumento permette un confronto diretto e costante, quel tipo di confronto che la politica si è sempre ben guardata dal ricercare), le si manipolano in modo più o meno accurato ed ecco che Grillo in Sicilia elogia i mafiosi o, rispetto ai drammatici avvenimenti di Brindisi, fa asserzioni a dir poco sediziose. In tanti, di fronte alla strage di Brindisi, hanno parlato di strategia della tensione, anzi potrei dire che la stessa memoria collettiva è andata subito a Piazza Fontana, alla strage di Bologna… ma solo il cui prodest del blog ha provocato sgomento e sdegno in Bianca Berlinguer. Infine, vi è il disvelamento della trama occulta, strada cavalcata ultimamente con decisione da Michele Santoro, che non ci sta ad essere paragonato agli altri giornalisti, lui che mi ricorda tanto “quegli alunni fastidiosi che vogliono sempre avere le lodi” come diceva mia nonna che ha fatto la maestra elementare per una vita. I giornalisti di Libero o del Giornale non seguono il vento? Forse perché la pensano diversamente? Sicuramente no ci spiega Santoro. Anzi, non ci spiega, ci fa intravedere perché, affinché la tecnica del “disvelamento della trama occulta” sia realmente efficace, bisogna accennare, non dimostrare; Santoro si comporta come lo speleologo che conduce un gruppo di turisti davanti ad una stretta fenditura nella montagna e gli fa immaginare le profonde caverne, i bui recessi, i mille oscuri anfratti che lui ha percorso ma che, certo, non può mostrare direttamente. E così, come quello speleologo, egli ci fa vagheggiare oscure trame, segreti maneggi che legherebbero non dico Libero o il Giornale ma Berlusconi in persona a Beppe Grillo. E non è finita, lo stesso Grillo, solitamente presentato dalla stampa come il burattinaio del Movimento 5 stelle, è in realtà un burattino nelle mani di una intelligenza grigia che trama nell’ombra traendo tetri profitti da ciò che Grillo dice. Dietro battaglie come quella contro la TAV c’è ben altro c’induce a credere Santoro. Ma chi è l’oscuro burattinaio, l’abile stratega che domina tutto? Santoro l’ha scoperto: Gianroberto Casaleggio. Poiché la regola prima affinché la trama occulta sia tale è che, chi trama cerchi in tutti i modi di tener celati legami e connivenze, di fronte alle rivelazioni di Santoro, subito ci s’immagina la sottile ed efficace opera d’intelligence, lo straordinario acume giornalistico con cui è riuscito a scovare il burattinaio che tutto muove, mentre gli ingenui abitanti di Parma votavano Pizzarotti ritenendolo persona onesta e capace. Grande è allora lo stupore quando, andando sul blog, in fondo alla pagina, nei credits si legge “Casaleggio associati” e cocente è la delusione quando ci si accorge che ci si può perfino cliccare e, nel sito della Casaleggio associati, vedere in faccia il losco manovratore!

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