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DISTINZIONI NEL PUBBLICO IMPIEGO

Caro Direttore, Le scrivo per puntualizzare un argomento che mi tocca personalmente e cioè quello sul pubblico impiego. Prima devo però precisare che sino a un paio di anni ero anch’io tra le fila di che criticava in toto questo settore lavorativo e spesso ne ho scritto in merito, a Libero. Fino a un paio di anni fa, sì, perché a quel punto sono entrato anch’io a far parte della Pubblica Amministrazione (in seguito PA): con regolare concorso sono entrato in graduatoria e in seguito assunto presso un piccolo ente locale, con un contratto a termine. Da allora molte convinzioni mi si sono sfaldate: i tanto deprecati privilegi economici, pensionistici, ecc. da sempre affibbiati agli statali francamente non li ho proprio visti, né li vedrò permanendo nell’attuale posizione lavorativa. Perché? La risposta è semplice: all’interno della PA vi sono grandissime differenze di trattamento e di status dei dipendenti per capire i quali userò alcuni semplici esempi. Per iniziare, un discorso è lavorare per un piccolo Comune, soggetto a mille vincoli economici difficilmente superabili (almeno nella situazione attuale) e un altro è lavorare presso un Ministero o un ente superiore come una Regione, una ULSS, dove più lauti sono gli stipendi (a parità di lavoro svolto) e più facile è elargire produttività, indennità, ecc; a titolo di esempio si vadano a vedere gli incredibili stipendi nei palazzi romani. Altro punto riguarda il tempo: se in un non lontano passato era un po’ generalizzato l’andazzo di elargire premi, progressioni di livello e quant’altro (ma non certo a tutti), in questi ultimi anni la situazione si è completamente invertita: è stato imposto il blocco degli stipendi e delle progressioni (anche di quelle meritate), per non parlare poi delle ipotesi di blocco delle tredicesime e chissà cos’altro. Se poi la si vuole dire proprio tutta, personalmente ritengo che per dare un bel messaggio agli italiani in fatto di meritocrazia e giustizia sociale, necessario sarebbe licenziare da subito le decine di migliaia di statali che non hanno mai visto (e neanche partecipato e vinto) un concorso pubblico, nonostante la Legge disponga in tale senso. Si parla poi di articolo 18 e licenziamento nella PA: gli strumenti per licenziare i cosiddetti fannulloni ci sono già da un pezzo, solo che non vengono applicati. Che dire poi del blocco alla spesa per gli enti, che invece di essere applicato selettivamente a quelli spendaccioni è ricaduto un po’ su tutti; viene poi spontaneo chiedersi perché in Italia si sia dovuto attendere così tanto per abbandonare il principio della spesa storica (che avvantaggiava proprio gli enti scialacquatori del denaro pubblico) per passare a quello della spesa standard, anche se la sua applicazione non è ancora generalizzata. Per concludere, ritengo che sia un po’ troppo facile fare di tutta l’erba un fascio: innanzitutto, ripetendomi, è bene distinguere la presenza di figure molto diverse nella PA, dai dipendenti di “basso rango” ai “super privilegiati”; secondariamente, tramite la tanto decantata trasparenza ed il semplice fatto che ogni decisione nella PA viene preceduta da un atto amministrativo scritto e firmato, si hanno gli strumenti per individuare sia i casi di irregolarità sia i diretti responsabili; infine, ci si ricordi che quando populisticamente si addossa la responsabilità della spesa pubblica alla PA, ci si dimentica dei tanti lavoratori che quotidianamente svolgono in modo onesto e responsabile il proprio dovere. Gualtiero Bonera (Belluno)

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