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Lettera aperta dei giovani a NapoIitano sulla trattativa Stato - Mafia

Il j'accuse dei giovani Si legge “Trattativa Stato Mafia, bufera sul Quirinale” e si pronuncia “COSA?!” Sono nato alla fine del febbraio 1992, pochi mesi prima che Falcone, e Borsellino poi, fossero fatti saltare in aria e che, quindi, si aprisse l’ennesima, mai cicatrizzata del tutto, ferita stragista della Nostra storia repubblicana. La mia generazione, che è cresciuta credendo nello Stato e nelle Sue Istituzioni, si rispecchia nella cultura della legalità, e lo dico convintamente avendo ricoperto rappresentanza istituzionale nelle estensi piaghe periferiche del Ministero dell’Istruzione e assolvendo a diverse cerimonie pubbliche. Ogni volta, di fianco a me, c’era lo Stato, poco importava se fosse il Prefetto o il Sindaco. Per noi giovani era la presenza dello Stato a rinsaldare le Nostre convinzioni, specie perché il Nostro non è un cammino semplice; è un percorso di crescita individuale e collettiva sempre più complicato da cattivi esempi e da insegnamenti a volte sbagliati (e ampia è la letteratura, purtroppo anche recente, in materia), in un’età già particolarmente travagliata. È in questo quadro che sentiamo il bisogno delle istituzioni perché in esse è riposta la qualità della vita democratica di cui godremo Noi e le future generazioni. Ed è per questo che sono sconcertato, non già per non aver potuto studiare sul mio libro di storia la pienezza fattuale del periodo delle stragi, e avendo dovuto appagare la mia fame di conoscenza con un frugale e omissivo banchetto di notizie storiche (spesso e volentieri espresse con formula dubitativa), quanto perché neanche dopo aver spento venti candeline, siamo vicini alla verità, anzi. Signor Presidente, come crede si senta la mia generazione? Ogni giorno mi trovo a discutere con coetanei ormai figli acquisiti di un qualunquismo dilagante, frutto dell’ “armonioso groviglio” di egoistiche classi politiche, passate e presenti, che a furia di pavoneggiarsi chiedendosi chi fosse il più votato del reame hanno scaricato sulla giovane spina dorsale di milioni di italiani i frutti di un clientelarismo, locale e nazionale, finanziato a debito, che, noi, a ragion veduta, non abbiamo intenzione di pagare, volgendo quindi con sguardo e valigia verso l’estero. Per rispetto verso di Noi, oltre che verso tutti i cittadini italiani, in patria o all’estero, ci dica se abbiamo o meno il diritto di sapere come si sono svolti i fatti, di conoscere i mandanti, anche occulti e forse istituzionali, delle molte stragi che, purtroppo, costellano la storia del nostro Paese, e di poter giudicare, perché no, anche puntando e agitando l'indice dicendo “ADESSO BASTA...quello è il confine, svuotate sacco e archivi e andatevene!”, dopo averci risarciti (penalmente e/o finanziariamente), s’intende perché EST MODUS IN REBUS! Non sto chiedendo di avere personalità pubbliche del calibro di Attilio Regolo, ma quantomeno di sapere se nel principio delle responsabilità esiste una Rupe Tarpea di estrazione democratica. Tutto il recente sommovimento cartaceo getta una pericolosissima ombra sulla credibilità delle istituzioni, già soccombenti sotto i colpi della sfiducia e dell’impopolarità, e l’aggiungere a tutto ciò anche le ultime evidenze giornalistiche rischia di farci avvicinare pericolosamente ad un punto di non ritorno. “C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia nello Stato” parafrasando IL generale. In fin dei conti, Presidente, scire nefas? In attesa della Verità, Lorenzo Barbieri

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