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Bastano gli Eurobond?

Egregio direttore, il Presidente del Consiglio Monti è in procinto di partire per la sua mission impossible: ottenere il sì agli Eurobond dalla Germania. Gli Eurobond sono purtroppo essenziali per il sistema Europa in quanto i paesi ‘eurodeboli’ non sono più in grado di mantenere sotto controllo il maggior costo del loro finanziamento pubblico rispetto alla Germania, per l’appunto il famigerato “spread”. Trovo ridicolo che alcuni opinionisti imputino le cause di ciò alla speculazione. Il benessere degli ultimi trent’anni al quale molti autorevoli commentatori si riferiscono in questi giorni, vero responsabile della situazione attuale, non è identificabile solo ed esclusivamente in ricchezza, evasione fiscale, dispendio dello Stato, ruberie varie, ecc… Benessere sono anche i risultati delle vittorie sindacali, il sociale, quella orribile macchina burocratica che si è venuta a creare, per non parlare dei posti di lavoro inventati per alleviare la disoccupazione o per favoritismi, esempio lampante la Regione Sicilia. Il problema grosso è che il sistema Italia non funziona e, così com’è, non potrà più portarci ad essere il belpaese. Il mondo oggi è globalizzato. Nessuno può farci niente. Merito e concorrenza sono i temi del terzo millennio. Tutti noi dobbiamo capire che le certezze sono una ricchezza, e le ricchezze in tempi di vacche magre sono a rischio. La riforma del lavoro del Ministro Fornero è una schifezza. L’Italia non è più in grado di garantire ai propri lavoratori un posto di lavoro sicuro. Lo faceva ai tempi della FIAT perché era pronta a finanziare l’azienda con sovvenzioni enormi e qualche furbacchione capì velocemente che tutto ciò poteva facilmente tradursi in un guadagno netto. Oggi questo sistema non è più attuale poiché esiste un mercato comune europeo con delle regole molto rigide sugli interventi pubblici. Ergo, la FIAT non dovrebbe più produrre macchine in Italia in quanto oneri sociali, costo del lavoro, costi vari come energia e trasporto, non permettono un tipo di produzione a bassa marginalità. La Ferrari e la Tod’s per contro potranno tranquillamente continuare a fare il loro lavoro, potendo contare su marginalità elevate e quindi assorbire i maggiori costi di produzione. L’economia italiana però non si basa su Ferrari e Tod’s, ma su una miriade di piccole e medie imprese e, fino a qualche tempo fa, sull’artigianato. Come si può pretendere che gli imprenditori continuino ad investire in un paese dove, se si decide di scommettere sulla propria crescita o sulla propria sopravvivenza, l’unica certezza sono gli obblighi e gli oneri che bisogna assumersi nei confronti del sistema? Non si può, e purtroppo lo si vede dal fatto che chi ha la possibilità di trasferire le proprie attività all’estero lo sta già facendo. Ed io ho l’impressione che molti altri stiano cercando di salvare il salvabile ma abbiano già le valige pronte. La ricetta per l’Italia c’è ed è alquanto banale: mercato del lavoro flessibile (stile anglosassone), sburocratizzazione dello stato/federalismo, riforma fiscale (sul modello americano), riduzione delle imposte. Il patrimonio pubblico deve essere liquidato per abbassare il debito, lo Stato deve diventare un puro prestatore di servizi. Non mi si venga a dire che la Francia e la Germania vivono bene con un sistema simile a quello attuale in Italia. La Francia ci segue a distanza ravvicinata (ma sono molto bravi a lavarsi i panni sporchi in casa propria) e la Germania, che pur è più evoluta, vive sulle disgrazie altrui e cadrebbe in ginocchio il giorno stesso in cui l’Italia tornasse competitiva. Sono finiti i tempi in cui si poteva campare di speranze, bisogna tornare allo spirito del dopo guerra e rimboccarsi le maniche. Politici, sindacalisti ed amministratori pubblici dovrebbero rassegnarsi ad andare a lavorare perché lo Stato deve dimagrire e fornire servizi a chi paga le tasse.

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