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CRISI DEL DEBITO: “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA”

CRISI DEL DEBITO: “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA” Caro Direttore, condivido le sue posizioni in risposta all’intransigenza del cancelliere A. Merkel e credo che è sempre valido il detto: “aiutati che Dio ti aiuta”. Non mi pare però che l’uscita dell’Italia dall’euro sarebbe una soluzione positiva. Stiamo ancora scontando il costo dell’ingresso nella moneta unica, ingresso sospinto da Ciampi e Prodi (autore anche dell’allargamento intempestivo dell’UE a numerosi altri paesi) nell’illusione di concludere un affare. Sapevano benissimo che il cambio della lira in euro era eccessivo: invece della solita svalutazione della liretta si passava alla lira super forte. Ma il nostro sistema paese non era, e non è ancora, pronto a sostenere una simile sfida a causa dell’elevato debito pubblico, del gap infrastrutturale, degli sperperi, della sistemica incapacità decisionale delle istituzioni. Ci è stato raccontato che abbiamo guadagnato in termine di riduzione del costo del debito, in realtà l’ipervalutazione della lira passando all’euro è stata una sorta di sconto bancario anticipato posto a carico di tutti i cittadini i quali, in breve, hanno pagato circa il 50% in termine di diminuzione del loro potere d’acquisto. Ogni cambio di valuta e come una guerra e ripetere il percorso all’inverso, dall’euro alla lira, duplicherebbe i danni per i cittadini e imprenditori già, i primi, afflitti dall’IMU, dalla disoccupazione e altri mille ostacoli, mentre i secondi soffocano per il calo dei consumi, il livello insostenibile delle tasse, le difficoltà d’accesso al credito e d’incassare i crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione. “Aiutati che Dio ti aiuta”. Sì, perché non bisogna attendersi aiuti dalle decisone dei summit europei, sarà sicuramente assente la decisione principe: una Banca centrale europea abilitata ad emettere moneta. Cosa fare, quindi? Dopo le batoste tremontiane e montiane, che si somigliano molto e sembrano avere la stessa fonte ispiratrice, bisogna procedere con la vendita degli immobili pubblici e la razionalizzazione delle spese, soprattutto occorre affrontare decisamente la vera fonte dell’impoverimento nazionale: il debito pubblico. Questo mostro sottrae risorse ingenti, tra i settanta e gli ottanta miliardi annui, a titolo d’interesse. Circa il 40% del debito è in mano ad investitori esteri (questo è stato il secondo regalo fattoci in sede di passaggio all’euro) i quali ci condizionano sui mercati, come fanno gli usurai, e si pappano le tasse pagate dagli italiani, sottraendole a consumi, risparmi e investimenti interni. Dunque, bisognerebbe che il finanziamento del debito rientri per intero nel paese per sottrarci alla speculazione internazionale e rimettere nel circuito nazionale gli interessi pagati ora all’estero. Se siamo in una fase difficile ed emergenziale a causa del debito pubblico allora bisogna adottare misure emergenziali: nell’impossibilità di stampare moneta, andrebbe adottata una misura sostitutiva non inflazionistica, capace di non incontrare il veto comunitario. Dobbiamo fare circolare all’interno del paese i titoli di debito come moneta, senza incrementare il livello complessivo del debito pubblico (anche Berlusconi ci era andato vicino). In tal modo si finanzierebbero parte delle spese interne senza la necessità di ricorrere al mercato esterno, senza creare moneta sostitutiva in senso assoluto in quanto la misura andrebbe adottata in presenza di avanzo primario e del pareggio di bilancio programmato per 2013. In sostanza occorre, per la durata di cinque anni, che lo Stato corrisponda ai pensionati e ai propri dipendenti, per ogni 1.000,00 euro agli stessi spettanti, €. 50,00 in titoli di debito pubblico con scadenza quinquennale o decennale (carico degli interessi solo alla scadenza), titoli da immettere e da accettare come validi a tutti gli effetti per i pagamenti verso la stessa pubblica amministrazione (ancora meglio se validi per qualsiasi pagamento); egualmente lo Stato potrebbe regolare parte dei propri pagamenti ai propri fornitori (50 euro in titoli per ogni mille euro dovuti). In sostanza la misura interesserebbe il 5% della spesa del bilancio annuale, pari a circa 35-40 miliardi. Replicando per cinque anni l’operazione resterebbero nel nostro paese 175-200 miliardi aggiuntivi, oltre agli interessi sugli stessi che ai tassi attuali (5-6%) sono valutabili nell’ordine dei 43-45 miliardi nel quinquennio. Certo non risolveremmo tutti i problemi sul tappeto. Potremmo però implementare l’iniziativa introducendo: la riduzione del 30% delle quote versate ai patronati per i loro servizi e destinare le somme recuperate a sostegno dei lavoratori esodati; l’abbattimento del 20% sui compensi corrisposti ai CAF e destinare tali somme al fondo ammortamento del debito pubblico; la riduzione del 15% della quota dell’8% indicato nelle dichiarazioni IRPEF e destinare la somma a sostegno dei terremotati; la diminuzione, per anni 5, della quota del Fondo Sanitario nazionale (cinque euro, per ciascun residente in ogni regione) e destinare tali somme alla ricerca; un aumento di 3 euro sul ticket d’ingresso nei siti archeologici e nei musei. Le somme ricavate andrebbero destinate a finanziare parte della manutenzione e gli straordinari nel settore per prolungare l’orario d’apertura dei siti; l’incremento del 10% di quota vincolata in certificati di debito pubblico italiano decennale alle assicurazioni, ai fondi investimento e ai fondi pensioni operanti. Sono stato lungo. Ma era necessario. Spero che questa nota sia di suo interesse. Roma,27.06.2012. Bruno Bellocchio

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