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La nuova nobile arte

In tempi non sospetti, dopo una disfatta così memorabile, la squadra azzurra di calcio sarebbe stata 'massacrata'. La macchina della stampa specializzata avrebbe triturato giocatori e commissario tecnico per un approccio sbagliato alla partita, per alcune sostituzioni clamorosamente errate, per la mancanza di un'adeguata reazione quando la squadra è rimasta con un uomo in meno e per aver giocato tutti gli incontri con una sola punta in campo (decisione tecnica che, all'atto pratico, ha sempre creato non pochi problemi a fronte di squadre che praticano una stretta marcatura a uomo). Ma c'è la crisi e allora una partita di calcio assurge inaspettatamente a metafora della vita, assimilabile solo al duro impegno profuso nell'attività lavorativa, di più: un sacrifico estremo compiuto per la patria. E io che mi sono sempre ingannato riferendomi erroneamente a questo mestiere come al *gioco* del pallone. Chiedo scusa! Mi prostro e rettifico: la nobile arte del pallone, una spietata pugna che ha costretto i nostri gladiatori a sottoporsi a sei sfibranti partite di novanta minuti cadauna (più una sessione di tempi supplementari), spalmate nell'arco temporale, veramente troppo esiguo, di tre settimane! Un'impresa titanica che rende, al confronto, le trentacinque ore per il lavoratore comune una pena da girone dantesco. Gladiatori ribadisco, il cui unico scopo era distrarre l'italico contribuente dalla morsa del fisco e dalla crisi economica. Panem et circenses dunque, come ai tempi dell'antica Roma, con l'unica differenza che i gladiatori versavano il proprio sangue, i nostri eroi, invece, non hanno certo lesinato il gel per acconciare improponibili boomerang elettronici e antidiluviane crocchie della nonna. E ancora sfilate di wags, fisici adamantini in bella mostra e forcine a profusione. Rivoglio le undici bare di Forattini!

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