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Spending Review

Stimatissimo Direttore, Sono una ex-lavoratrice dipendente, da una settimana pensionata (non esodata, ho ancora avuto questa fortuna), nonché lettrice assidua di un quotidiano veramente “libero” (di titolo e di fatto), e vorrei spendere due parole sulla “Spending Review” (la ripetizione è voluta) di cui tanto si parla. Innanzitutto, un paio di considerazioni e conseguenti suggerimenti, bastevoli, secondo una modesta opinione, non dico a risolvere la situazione, bensì, quantomeno, a rientrare in carreggiata. Se ne parla e straparla, eppure le soluzioni sarebbero lì, pronte, se solo le si volessero attuare. 1 – Auto blu. Ebbene, in tutta la mia vita lavorativa (quasi quaranta anni) sono sempre andata in ufficio servendomi dei mezzi pubblici: non potrebbero fare altrettanto anche certi lorsignori parlamentari e addetti al seguito? Traduzione: abolire del tutto le auto blu (lasciandole solo per gravi e comprovati motivi di rappresentanza, es. una visita ufficiale di un Capo di Stato estero: ne basterebbero dieci, max venti) senza rimpiazzi con buoni-benzina e quant’altro possa alleviare le spese di quei “poveretti”; sarebbe una voce di spesa eliminata, quota parte della quale non sarebbe più sul groppone di noi contribuenti. Se ne parla ormai, ma nessuno evidentemente vuole provare l’ebbrezza di pagarsi il biglietto del bus e della metro (l’abbonamento mensile ordinario intera rete h24 qui a Roma costa 35 € - esperienza a loro sconosciuta). 2 – Pensioni Non voglio parlare della vexata quaestio di quelle di noi comuni mortali, ma di quelle dei lorsignori della casta. Se io, comune mortale, nel corso della mia vita lavorativa mi sono trovata a svolgere un’attività comportante una retribuzione molto maggiore, magari con altri “erbucci” come gettoni di presenza e quant’altro, non vado in pensione secondo questo parametro: quanto percepito durante detta attività confluisce “quota parte” nella mia pensione, in base ai contributi versati e sulla media delle ultime retribuzioni (detto “in soldoni”) Traduzione: non devono esistere le pensioni da parlamentari; si va in pensione come tutti gli altri; se facevi il benzinaio, vai in pensione da benzinaio, se facevi l’impiegato metalmeccanico, vai in pensione da impiegato metalmeccanico, e così via (come succede nella maggior parte dei paesi di questo mondo; il guaio è che in Italia quella del politico è una professione a vita). 3 – Numero di parlamentari e ministeri Sarebbe veramente ora di dare una bella sforbiciata, ma di quelle toste. Facendo un rapporto con il modello USA (cinquanta stati federati), si potrebbe auspicare due senatori e due deputati (massimo tre, vai) per ogni regione (e si scenderebbe a un centinaio da circa cinquecento, ordine di grandezza come diciamo noi fisici): sarebbe una bella riduzione nelle voci di costo. Idem per i ministeri: da tenere quelli veramente importanti per la condotta del Paese: Difesa, Economia e Tesoro, Interni, Esteri, Sanità, Pubblica Istruzione, Infrastrutture e Lavori Pubblici, Grazia e Giustizia, Telecomunicazioni, Trasporti e stop. Il resto abolirlo (es.: Pari Opportunità: ma che vor dì?) o, se importante per lo sviluppo e l’economia (es.: Politiche Agricole), demandarlo alle Regioni (sed cum granu salis, altrimenti siamo da capo a dodici, come si dice a Roma). Da abolire del tutto e di sana pianta i senatori a vita, che non servono a un bel nulla e gravano sulla spesa pubblica e su noi contribuenti (potrebbe restare come carica puramente onoraria, tipo la laurea honoris causa, senza gravami finanziari sulla spesa pubblica e sulla comunità, con ritorno alla voce “pensioni”). 4- Buoni pasto e ticket vari Per gli statali no-comment: dicono ridotti a 7 €, che più o meno equivaleva al mio pasto in mensa (di cui una minima parte a carico del dipendente). Parliamo delle vettovaglie dei parlamentari, delle quali avevo letto a suo tempo sul Suo giornale. Proporrei una sana mensa aziendale, senza manicaretti e prelibatezze della serie “e io pago”, tipo quella con cui ho vissuto decenni senza conseguenze sul mio apparato gastrico, quelle col vassoio self-service con gli addetti alla distribuzione che controllano le razioni (contingentate tranne il primo e il pane) con ampia scelta fra tre primi (il primo del giorno, una minestra o primo in bianco), tre secondi (carne, pollo o pesce, in alternativa piatto freddo o fettina ai ferri), due contorni (insalata o verdura cotta), oppure il menù light (tutto in bianco), yoghurt o altro contorno o altra frutta in sostituzione del primo, oppure il menù pizza con insalata, da bere tassativamente acqua o aranciata o pepsi, niente alcolici. Se ce la fà la nostra mensa che deve sfornare circa 2000 pasti al giorno, figuriamoci nel caso loro che sono un quarto...Certo, non era un menù da boccucce di rosa avvezze a salmone e aragosta o filet-de-bœuf-maître-d’hôtel con Pinot Grigio o Brunello e Sassicaia, ma se applicato, potrebbe ridurre i costi. Veniamo ora a considerazioni più generali. Tasse sulla casa La casa (parliamo della prima, quella dove si risiede) non è un optional, è un diritto sacrosanto di tutti, quasi sempre pagata con il frutto del proprio lavoro (un TFR quando ancora si poteva o con mutui estenuanti e sacrifici): NON DEVE ESSERE TASSATA, GIÙ LE MANI. Enti pubblici e statali: sforbiciare, sforbiciare e sforbiciare, o privatizzare, privatizzare e privatizzare. Es. la RAI. Non deve essere un ente pubblico, deve essere come le altre emittenti (SKY, Mediaset, etc...), quindi non far pagare un canone obbligatorio (che di fatto è un balzello anacronistico, ma non è questa la sede, esce fuori tema rispetto alla spending review), ma far pagare solo chi vuole usufruire del servizio, altrimenti, dato che esiste il diritto all’informazione, abolire il canone. Il fatto che debba essere come le altre emittenti vuol dire che nel CdA lo Stato non ci deve assolutamente entrare, non ci devono essere stuoli di inutili manager da carrozzone politico, ma deve funzionare come un’industria privata, ove chiunque, dall’AD all’ultimo impiegato, è misurato (e ricompensato) sulla base degli obiettivi aziendali raggiunti. Il passo per parlare degli statali è breve. In che cosa gli statali sono diversi dagli impiegati dell’industria privata? In teoria in niente, dato che sono tutti lavoratori, dato che tutti percepiscono una retribuzione sulla base di prestazioni verso il datore di lavoro, prestazioni che contribuiscono al raggiungimento di obiettivi (in effetti, un paragone mi viene in mente, quello fra “lavoro” e “posto di lavoro”. Il primo è ciò che fa percepire una retribuzione in virtù del fatto che si produce reddito, mentre il secondo è ciò che fa occupare una scrivania e percepire una retribuzione indipendentemente dal fatto che si produca reddito). Quindi, perché agli statali non si può applicare la stessa normativa del lavoro (leggi art. 18) applicata ai lavoratori dell’industria privata o di altri settori, con buona pace dei sindacati? Misterium fidei. Si potrebbe obiettare che nell’industria il raggiungimento di un obiettivo (es. una milestone di programma, che può comportare una fatturazione presso il cliente, quindi un incasso, quindi un cash-flow positivo che conclude positivamente una milestone di budget aziendale) è un qualcosa di misurabile, mentre nella pubblica amministrazione il concetto di obiettivo misurabile e di raggiungimento di milestone è molto più sfumato, nascosto fra le pieghe. Proviamo, comunque, a fare un paragone, un piccolo esercizio, come a scuola. Supponiamo che lo Stato sia un’azienda. Che cosa fornisce l’azienda Stato? Servizi. Chi è l’end user dell’azienda Stato? Noi, i cittadini, la collettività, che in cambio di detti servizi paghiamo canoni di utenze, balzelli e tasse varie. Supponiamo ora che l’azienda Stato sia in crisi, per una serie di svariate ragioni (recessione mondiale, crisi dell’euro e chi più ne ha più ne metta). Che fare? Aumentare i prezzi delle forniture verso l’utente finale e mantenere invaiato lo status quo al proprio interno? NOOOOO!!! Sarebbe la più perdente delle strategie: per un’industria significherebbe l’uscita immediata dal mercato, per lo Stato significherebbe incentivare l’evasione. Traduzione: cara azienda Stato, non sognarti neppure lontanamente di aumentare canoni, tasse e balzelli vari: non è la soluzione radicale del problema, è solo un palliativo che paga meno di niente. Una strategia più vincente è quella di rimanere competitivi sul mercato. Come? Mantenere lo stesso livello di eccellenza abbattendo i costi di produzione. L’abbattimento dei costi di produzione si articola in due grossi rami: 1 – Abbattimento dei costi di produzione diretti (cioè quelli direttamente imputabili alla commessa), come l’acquisto di materiali in sub-cofornitura; anche la manodopera (trasferte incluse) va sui costi diretti (le ore a commessa che si marcano sullo statino). Non dovrebbe essere il caso dell’azienda Stato. 2- Abbattimento dei costi indiretti, cioè di tutti quei costi che indirettamente afferiscono ai costi di produzione e che vi vengono quota-parte ribaltati, come i costi di esercizio degli stabilimenti (è il caso dell’azienda Stato e qui sguazziamo come bambini al mare sulla battigia). Dunque, tagliare le consulenze, ridimensionare gli organici, chiudere le sedi improduttive, tagliare le spese inutili (vedi punti 1-4): nell’industria si fa così, con buona pace della sciuracamussosusannatuttapanna (e chiedo venia al grande Vittorio Feltri per l’uso di una sua espressione). Dunque, che cosa si può fare a livello pubblica amministrazione? Efficientare o tagliare (e in molti casi le due cose coincidono). Tagliare il numero dei dipendenti e manager (soprattutto manager il più delle volte inutili) accorpando uffici e funzioni (ed è quello che si legge: è doloroso, ma necessario, come amputare un arto ormai irrimediabilmente malato), ma efficientare per mantenere (anzi, migliorare) la qualità del servizio (customer satisfaction: niente tre sportelli aperti su cinque quando va bene, lavoro di sportello aperto al pubblico otto ore al giorno anziché solo la mattina (cosa dovremmo dire noi che abbiamo sempre lavorato otto ore e anche più al giorno? non mi pare che siamo tanto malridotti), timbratura obbligata con giustificativo per uscire a prendere il caffè al bar di fronte, etc...), eliminare il cartaceo e dare spazio alle soluzioni informatiche (e anche questo lo si sta leggendo) E meno male che già da tanti anni è stata fatta giustizia della possibilità delle pensioni-baby (vietate a noi dell’industria privata e che hanno portato al quasi collasso il sistema pensionistico....sic!) A proposito di enti pubblici, ho sentito voci brutte sull’INFN. Non va toccato, soprattutto ora con una scoperta da Nobel (il bosone di Higgs, scoperto al CERN ma con un’italiana a capo della ricerca), come vanno escluse dai tagli Difesa (quando mai si può restare sguarniti anche se le nostre missioni sono solo di difesa: il Mediterraneo è una polveriera a cielo aperto: non va affrontata con mezzi obsoleti; del resto i Romani dicevano “si vis pacem para bellum”) e ricerca (su tutti i fronti) a cominciare da quella medica assolutamente necessaria a meno che non si voglia continuare a dipendere, come in tante altre cose, dall’estero, per finire con quella altrettanto fondamentale nei vari campi della fisica: qualcuno ha idea di quante cose oggi di uso quotidiano siano nate per far fronte a esigenze specifiche, es. al CERN? Si chiama ROI (Return On Investment). Con quest’ultima parte sono forse uscita un po’ dal seminato, ma è quanto mi sentivo di dire (anzi, sono riuscita ad arginare la rottura della diga di quello che avrei voluto dire), confidando che il messaggio dei primi quattro punti giunga, tramite il Suo giornale, agli interessati e agli addetti ai lavori, prima che “vedano luccicare le punte dei forconi”, perché, se continuano a prenderci in giro così, non mancherà molto (come si suol dire “vox populi vox Dei”). Un ultimo suggerimento: nella formazione di un prossimo governo dovrebbero entrare un imprenditore (la strategia vincente è un’ottica non politica-di-giochi-di-potere, bensì manageriale), alla Sanità un medico di base, ai Trasporti un autista di bus, quindi casalinghe e pensionati, ovvero coloro che tutti i giorni si picchiano con la realtà quotidiana, quella vera, non quella eterea delle disquisizioni sui massimi sistemi, e che al venti del mese cominciano a mettersi le ventose sulle dita per affrontare una bella e sana arrampicata sugli specchi. RingraziandoLa per la pazienza nel leggere questa mia (che può tagliare, ridimensionare e compattare come meglio crede in caso di pubblicazione), Le porgo i miei più cordiali saluti. Raffaella Valles Roma e-mail: rvalles@vodafone.it

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