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Il vero gioco di Travaglio su Napolitano

Illustre Direttore, sulla questione delle intercettazioni al Presidente della Repubblica, gliela la dico prima e poi gliela l'argomento: I. Travaglio e compagnia cantante SANNO che nelle intercettazioni (indirette, of course) del Presidente Napolitano non c'è niente (non solo di penalmente, ma anche, per usare le parole del Travaglio) di "etico-politico-istituzionale" (articolo di oggi, intitolato: "Stato-mafia, Napolitano al telefono con Mancino Che cosa si saranno detti?", link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/stato-mafia-napolitano-al-telefono-con-mancino-che-cosa-si-saranno-detti/295857/) rilevante. Ciononostante, poiché SANNO che Napolitano (che ovviamente sa anche lui che dalle intercettazioni non emerge alcunché di rilevante sotto alcun profilo) non può renderle pubbliche (perché significherebbe ammettere - anche a futura memoria - la legittimità di intrusioni del potere giudiziario sull'operato del Capo dello Stato), essi insistono sull'esistenza di un'oscura trama nascosta, che spiegherebbe (secondo loro) le stragi di mafia e la corruzione dilagante. Il popolo bue - more solito - li segue. II. Queste le argomentazioni, nate dalle mie riflessioni alla intrigante lettura delle reazioni di oggi sulla versione online del Fatto Quotidiano alla promozione del conflitto di attribuzioni innanzi alla Corte costituzionale. 1) Da quando è stato creato il 'caso', il corifeo della giustizia di piazza ripete allo sfinimento la domanda: "Ma cosa avranno da nascondere?", riferendosi è alla fantomatica (sorry, si dice "presunta") trattativa Stato-Mafia - fattispecie giornalistica ignota al diritto penale, codificato e non: il reato di trattativa (con gli annessi: tentata, concorso in, partecipazione esterna in, ecc.) non esiste; perciò il dott. Ingroia ha dovuto precisarle di stare investigando (ah, la insanzionabile libertà di iniziativa dei P.M., pensata ad altri fini dai Padri costituenti) su altra fattispecie -. La domanda retorica porta acqua al mulino del complottismo d'accatto così diffuso nelle masse alfabetizzate, che, in quanto tali, per legittimarsi, sentono l'esigenza di leggere una realtà (chiaramente di livello fumettistico) nascosta (in genere propalata da chi si mostra 'contro' il 'sistema') dietro quella ufficiale: e c'è chi la scopre e gliela racconta, creando così un potere uguale e contrario - uguale, perché a legittimazione popolare; contrario, perché per propria intrinseca costituzione contrario a quello ufficiale -, e acquistando sempre maggior potere (mediatico, in questo caso). La domanda ovviamente non è improvvisata, ma - deve ritenersi - è stata pensata per funzionare soltanto nella ragionata consapevolezza che nessuno potrà darle risposta (perché Travaglio sa che Napolitano - per quella accortezza istituzionale che, comunque lo si valuti, non può non riconoscerglisi - non acconsentirà mai alla loro divulgazione, e alla fine comunque andranno distrutte). Ora, visto che le intercettazioni sull'indagine a Mancino sono state rese pubbliche (senza che alcuno battesse ciglio, o che alcun P.M. ritenesse di aprire un'indagine sulla loro pubblicazione: ma di questo ormai non ci si meraviglia più), perché dovrebbe credersi che la mano non verginale che le ha passate ai corifei della giustizia di piazza abbia avuto un sussulto di riguardo istituzionale, di tal che per quelle in cui si ascolta la viva voce del Presidente della Repubblica abbia preferito un gesto da galantuomo d'altri tempi? Perciò ritengo che chi ha avuto il file delle intercettazioni di Mancino ha, con ogni probabilità e fino a prova contraria, avuto anche quelle in cui 'indirettamente' (ovvio) è catturata la voce del Capo dello Stato. E Travaglio & Co. lo sanno. 2) La convinzione che le intercettazioni 'indirette' al Presidente Napolitano siano note a chi ha avuto quelle di Mancino mi è stata confortata oggi - oltre che dal significativo ripetersi della domanda travagliesca - da: 2.a) lettera di Macaluso al Fatto di oggi (rilanciata anche su Dagospia), nella quale, chiedendosi come faccia Travaglio a sapere anche che sono due (non una o tre) le intercettazioni del Capo dello Stato, ribadisce che il giornalista che le abbia deve pubblicarle; 2.b) articoli sui blog dei magistrati del Fatto, in cui, aldilà della stupefacente (ma, deve ritenersi, voluta: si sa, il popolo dei lettori non capirebbe, e comunque raramente i magistrati prendono posizione pubblicamente contro altri magistrati, specie se sorretti dal consenso popolare) mancata attribuzione di qualsiasi peso al solo fatto giuridicamente rilevante, e cioè il clamoroso conflitto tra poteri dello Stato, colpiscono: 2.b.1) il dott. Bruno Tinti afferma (articolo intitolato: "Il vero conflitto è tra la legge e Napolitano": //www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/il-vero-conflitto-e-fra-la-legge-e-napolitano/295955/), con improvvida domanda excusatio non petita di natura retorica (che però dimostra il contrario di quanto vorrebbe): "quale giornale rinuncerebbe a pubblicare una notizia del genere? Il Fatto certamente no)"; 2.b.2) il dott. Alessio Liberati, nell'articolo intitolato "Quirinale e untercettazioni indirette: perché non pubblicarle?", http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/quirinale-e-intercettazioni-indirette-perche-non-pubblicarle/295810/) si chiede, fingendo - deve ritenersi, per carità di Patria - di non capire i risvolti istituzionali del problema, perché Napolitano non acconsenta a pubblicarle. Entrambe le osservazioni dei magistrati - sappiano o meno, come invece sicuramente sanno Travaglio e il suo cerchio magico, che esse nulla contengono - risultano funzionali alla svelata natura della domanda travagliesca. Essa è inoltre confortata, a diverso livello, da: 2.c) video del magistrato Di Matteo (sempre sul Foglio online: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/07/16/trattativa-matteo-ostilita-bipartisan-quando-indagini-toccano-potenti/201660/) nella quale, nella consueta autocelebrazione di noi-buoni-contro-loro-cattivi al solito convegno antimafia per la presentazione del solito libro (questo si intitola: "Assedio alla toga"), afferma perentoriamente "noi magistrati abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione, non a questa o quella compagine", dimenticando - cose che si insegnano alle matricole di diritto costituzionale al primo anno di Giurisprudenza: il dott. Di Matteo perciò non poteva non sapere, per cui la sua affermazione ha evidentemente un altro senso - che non solo anche Napolitano ha giurato sulla Costituzione (dal che dunque una 'indiretta' mancanza di rispetto nei suoi confronti), ma anche che il Presidente della Repubblica, come figura istituzionale, è il primo Magistrato d'Italia; 2.d) le reazioni dei parenti illustri delle vittime delle stragi di Mafia (anch'essi a prescindere dalla consapevolezza del contenuto delle intercettazioni): la Sig.ra Borsellino, ad esempio, si è dichiarata - al solito convegno per la presentazione dell'ennesimo libro sul fratello: piacerebbe sapere cosa ne penserebbe se fosse vivo, ma non in quanto magistrato: in quanto persona seria - si è dichiarata "schiaffeggiata" dal comportamento del Presidente. Anche questo è funzionale al circo mediatico attivatosi sulla domanda "Ma cosa avranno da nascondere?". Illustre Direttore, le chiedo scusa per la lunghezza della email - che ovviamente, se ritiene di pubblicarla, potrà sunteggiare come ritieni - ma ho creduto necessario chiarire i vari elementi costitutivi di un'interpretazione della polemica in atto ancora (se non sbaglio) non letta altrove. Cordialmente, Mario Valentino

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