Cerca

Nostalgia della Cinetica

Caro Direttore, Sono uno studente che ha cambiato in corso di studi orientamento universitario, passando definitivamente da Medicina a Storia dell'Arte. Prossimo alla laurea sento il dovere di espormi in prima persona. Dario Fo, intervistato da un canale d'intrattenimento nazionale confessava: -”Che non si arrivi mai a parlare di speranza poiché già essa stessa rappresenta l'ultimo stadio possibile dell'aspettativa di un giovane”-. Se anche le parole non fossero le stesse, il concetto posso pretendere di ricordarlo con precisione. Sono stato estremamente colpito da quelle parole. Non è il problema dei giovani che intendo affrontare in queste poche righe, piuttosto la mia personale delusione. Qui oggi finisce il lamento, finisce l'insoddisfazione, finisce la pretesa dell'essere. Perché, vede caro Direttore, ci si lamenta di un risultato non raggiunto. L'insoddisfazione nasce da un prodotto parziale e incompleto. La pretesa dell'essere presuppone la disponibilità all'ascolto. Il nichilismo allora non è più una paura da allontanare, piuttosto una prova da superare. Si concretizza oggi come materia presente, non come idea prossima e immaginata. Neanche la speranza, stimato Direttore, è più presente nell'era post-contemporanea. L'Energia è divenuta esclusivamente potenziale; e la cinetica non è più un moto noto. Ora ho ventotto anni, ma ne avessi venti o già quaranta, il muro contro il quale ci si scontra è sempre lo stesso. “I barbari siamo noi!” tuona la critica sociale. Certi di sapere ed incapaci di comprendere. Sempre a caccia di risposte nette senza alcuna voglia di sperimentarle e metterle in discussione. Diviene solo chi è, e chi non è si disconosce. Sono confuso, perché mai si è intravisto nella storia dell'uomo un atteggiamento del genere. Anche i selvaggi capivano l'importanza della saggezza; dietro di essa vi era ascolto ed esperienza condivisa. I barbari, per parte loro, conoscevano certamente i vantaggi dell'uguaglianza sociale, riconoscendo ad ognuno delle specifiche caratteriali. Così tutti contribuivano al sapere generale. Il disagio sociale allora non è più una questione di competizione se è retta da imperativi così netti delle società moderne, tra chi recita e chi il copione non sa nemmeno che esista. Se l'occasione di mostrarsi non c'è, l'essere diviene non-essere. L'insoddisfazione diventa sentimento incognito di un prodotto mai raggiunto. Il lamento scompare nell'impossibilità di agire. Viene meno anche la semplice fierezza di sentirsi presente; non di contare più degli altri, ma di contribuire all'ovvio meccanismo del tutto. Qui si è stroncati a priori. Il livello delle aspettative non si abbassa più se non si ha nessun campione da misurare. La capacità di attendere che mi venga data un' opportunità dunque diviene pratica costante che prende il posto della mia capacità di fare, di adoperarmi nel mestiere che si è scelto. Scorrendo le tappe fondamentali dello sviluppo psico-affettivo dell'individuo, egli prima di tutto deve far i conti contro l'inconsapevolezza. Poi questa viene raggiunta. Di nuovo l'Io si mette in discussione ed intravede l'Altro. Solo nell'Altro scopre che esiste il rapporto. Ed ora che c'è tutto questo, cioè sia un Io consapevole che il riconoscimento dell'Altro, nessuna piattaforma su cui confrontarsi. Il mondo ha oggi tanti attori pronti ad affrontare la scena, ma nessuna scena che li ospiti. La platea della post-contemporaneità applaude una scena muta, e solo quando ne ha facoltà. Simone Lombardo

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog