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ITALIA IN AVANZATO STATO DI DECOMPOSIZIONE

Gentile Direttore, di quanto sia cambiata sotto l'aspetto demografico l'Italia negli ultimi cinquanta o sessant'anni ce lo dicono i numeri: nel 1954 gli alunni delle scuole elementari erano 4.655.492 su una popolazione di 48.477.000; nel 2002 erano ridotti a 2.774.524 su una popolazione di 57.321.070, il che equivale a dire che si erano dimezzati. Nel 2010 sono diventati 2.822.146, di cui una discreta parte non italiani, su una popolazione che è cresciuta di altri tre milioni di abitanti in pochi anni esclusivamente come effetto di una massiccia immigrazione. Siamo in fase di rapido declino, se è vero che per mantenere numericamente costante nel tempo la popolazione, ossia per garantire una "crescita zero", servono 2,1 figli per donna, mentre attualmente siamo su un livello di 1,1 ossia circa la metà di quello necessario. Negli anni Cinquanta era possibile per un operaio col suo solo stipendio mantenere una famiglia media, all'epoca rappresentata da moglie e almeno due figli. La stessa cosa appare oggi un'impresa paragonabile alle Dodici Fatiche di Ercole e perciò il numero dei figli da due è passato a uno o a zero. I motivi per cui ciò accade sono molteplici e ben noti, anche se misconosciuti dai politici: i giovani raggiungono l'indipendenza economica, condizione necessaria per potersi sposare, sempre più tardi, per tutta una serie di cause legate a perversi meccanismi che regolano il mercato del lavoro e che andrebbero al più presto rimosse; per avere un tenore di vita adeguato ai tempi non è più sufficiente che lavori solo un membro della famiglia, cosicché entrambi i coniugi si ritrovano a dover lavorare, per lo più a tempo pieno. Ciò impedisce loro di fatto di dedicarsi ai figli e perciò la decisione di metterne al mondo uno viene rimandata fino ai termini ultimi, ossia fino al momento in cui la donna rischia di perdere la capacità di procreare per sopraggiunti limiti di età. Allevare i figli nelle condizioni in cui entrambi i genitori esercitano una attività lavorativa e non hanno il supporto di altri famigliari, privilegio di pochi, diventa un vero e proprio calvario. Gli orari del lavoro, della scuola e della famiglia risultano tra loro semplicemente incompatibili. Il solo accompagnare i figli a scuola è cosa da far tremar le vene e i polsi: corse frenetiche, scariche di adrenalina con l'occhio fisso all'orologio, scrutando con preoccupazione lo scorrere inesorabile dei minuti, consapevoli di doversi poi giustificare per il ritardo al lavoro, travasi di bile nel traffico cittadino. Lo stress si ripete pari pari nel percorso inverso, da scuola a casa, dal momento che rispettare gli orari non sembra impresa alla portata del comune mortale. L'insieme di tutti gli ostacoli e di tutte le circostanze avverse di cui si è fatto un ridicolo esempio fa sì che alla fine lo scopo di avere una qualità di vita migliore viene mancato clamorosamente, poiché il risultato è semplicemente quello di conseguire una maggiore capacità economica o un maggior potere d'acquisto, indissolubilmente però associato a una qualità di vita più scadente, contrassegnata da ritmi demenziali e da uno stress che alla lunga incide anche sulla salute. Il bilancio è perciò poco entusiasmante e forse è il caso di cercare un rimedio. Non mi pare però che ci sia la volontà di adottarne alcuno, dal momento che il problema non è stato ancora individuato come tale, per lo meno da coloro che sono stati eletti per amministrarci e governarci. Il problema, una volta che ci si conceda di considerarlo tale, merita di essere analizzato sotto vari aspetti; tra questi, quello di tipo culturale riveste a mio avviso un particolare rilievo. La priorità non sembra averla la famiglia, ma piuttosto il lavoro, la carriera, la posizione sociale, la capacità economica, la possibilità di ostentare la propria immagine o i propri beni materiali. C'è bisogno di recuperare valori, di ridefinire appunto la scala delle priorità. La selezione darwiniana, che opera con meccanismi semplici sulle specie come sulle popolazioni e quindi sulle culture di cui queste sono portatrici, non ci lascia scampo: lasceremo ben pochi eredi. In questi termini la nostra sopravvivenza è condizionata al raggiungimento di un obiettivo, la "crescita zero", che, seppure in apparenza un obiettivo minimo, sembra nelle attuali condizioni sfuggirci inesorabilmente ed è a mio avviso ottenibile anche e soprattutto attraverso una motivazione di tipo culturale, di recupero dei valori legati alla famiglia, cui devono essere riservati maggiore spazio e maggiori risorse. Venire incontro alle esigenze della famiglia potrebbe voler dire ridefinire tutto il sistema lavorativo, ovvero rivoltare il sistema come si rivolta un calzino: mi riferisco alla tipologia dei contratti di lavoro (maggiori possibilità di lavoro a tempo parziale solo per fare un esempio) e agli orari, che dovrebbero essere resi più compatibili con una normale e fisiologica gestione familiare e con la possibilità di educazione dei figli, cosa che attualmente non avviene. L'eterna precarietà del lavoro non facilita certamente le giovani coppie e i contratti di tipo "co.co.co." o "co.co.pro" dovrebbero diventare piuttosto l'eccezione che la regola. Non guastano certamente maggiori aiuti alla famiglia in termini economici (perché, per esempio, non tassare in base al "reddito equivalente", ossia al reddito famigliare diviso per il numero dei componenti?). Dovendo concludere, forzatamente tralasciando l'analisi dei numerosi altri aspetti del problema, tra cui non ultimo e non unico quello economico, vorrei fare appello ai nostri rappresentanti politici, sperando che qualcuno, sensibile al problema e motivato, riesca a proporre misure che, favorendo la famiglia, possano incidere positivamente sulla natalità. Con i più cordiali saluti.

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