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Racconti

Caro Direttore, se trova il tempo e la voglia di leggere questi miei raccontini e magari renderli pubblici su Libero, certamente a gratis. Un caro saluto Il musicista L'abito turchese di giacca e pantalone è adagiato sul letto. La camicia bianca e la cravatta blu sulla poltrona di pelle bianca. Le scarpe di vernice nera appena lucidate sullo scendiletto. I capelli radi, di colore mogano, sono bagnati. Ha usato delle tinte da subito, ritenendo il bianco, allora sporadico nella calvizie incipiente, non adeguato al suo lavoro. Profuma di lavanda dall'intenso odore di menta. La usava suo padre e lui bambino, per sentirsi grande, la spruzzava nella sua pelle liscia. La pancia voluminosa sovrasta gambe che appaiono ancora più esili per i calzini corti che stringono poco sopra la caviglia la pelle bianca e liscia scoperta fino a metà coscia, fino al cotone bianco dei boxer. Un tempo era bello. Specialista nei tuffi dal trampolino, medaglia d'argento alle olimpiadi. Un tempo le donne lo volevano. Indossa la camicia e i pantaloni, afferra le bretelle e con un gesto rapido le passa sulle spalle. Sistema la cravatta sotto il collo della camicia ed è costretto a guardare lo specchio. Il viso è gonfio, gli occhi piccoli, la barba lunga nel tentativo di coprire la cicatrice che inizia dallo zigomo destro e scivola, come un serpente immobile di colore rosa, fino al labbro superiore, donandogli l'espressione di perenne sorriso ebete. La manovra sbagliata nell'ultimo tuffo così da colpire con il viso il trampolino. I giorni del coma, la riabilitazione, la fine del sogno. Lentamente gira la cravatta su se stessa. Quante volte ha pensato di stringerla al collo e farla finita. Sistema bene il nodo, deglutisce al fastidio sulla gola, il sudore brilla sulla fronte mentre allontana il pensiero della morte. Si siede sul letto, calza le scarpe, indossa la giacca, prende le sue cose dal comodino e le mette in tasca. Uno sguardo verso la porta d'ingresso. L'enorme custodia nera che contiene l'oggetto prezioso è appoggiata alla parete. Il contrabbasso è la speranza rinata, il senso per continuare a vivere. Dopo l'incidente ha ripreso a studiare, il diploma al conservatorio ed ora musicista dell'orchestra jazz. Si carica del peso ed esce dalla stanza. Percorre l'enorme corridoio fino all'ascensore. Scende nella hall, paga il conto, esce, e si perde tra la gente. La cameriera non trattiene l'urlo. Le lenzuola sono intrise di sangue. Macchie colorano di rosso il pavimento tracciando un percorso che giunge fino alla vasca da bagno. In un angolo della camera il contrabbasso ed una sega sporca di sangue. Accanto alle rotaie la custodia di pelle nera adagiata per terra, nel suo interno una donna fatta a pezzi, più in là la testa, staccata dal resto del corpo per il passaggio del treno, dallo strano sorriso ebete. Lei gli aveva confessato di non amarlo più. Il cantante Il banco è il primo della fila di sinistra alla destra dell'altare. E' lo stesso da cinquanta anni, da quando suo nonno paterno lo donò al parroco. Nella targa d'ottone, fissata al legno dove ci si appoggia con le mani, è impresso il suo nome e cognome che era quello del nonno e del nonno del nonno e dovrà essere quello di suo nipote per la tradizione di famiglia che lui rischia di interrompere. Ha cinquantatre anni e non è sposato e non ha la fidanzata. E' domenica mattina e come tutte quelle passate è seduto ad ascoltare la messa delle sette e trenta. Nessuno si è mai seduto accanto a lui e a sua madre. Ora è solo perchè lei lo ha lasciato. L'ha trovata una mattina, distesa accanto il letto, nel tentativo forse di chiedere aiuto. Da quel giorno ha dovuto provvedere a se stesso, organizzarsi nelle faccende domestiche e recitare il rosario, la sera, in solitudine. Il banco lo fa sentire ancora più solo, più del silenzio della casa perché è lì che ha condiviso con sua madre la passione per il canto. Lui canta. Da il massimo di sé, sovrasta ogni voce con i suoi acuti. Lui è stonato. Sua madre non lo ha mai detto e cantava con lui, per questo non sa di esserlo. Mentre cantava chiudeva gli occhi ed immaginava di duettare con sua madre in un grande teatro. Aveva visitato la Scala, il San Carlo, il Petruzzelli e rivedeva il colore delle poltrone imbottite, gli arazzi, gli enormo lampadari, i palchetti e sognava turnè in giro per il mondo. Loro due, acclamati da teatri gremiti di gente che applaudiva, mazzi di rose nel camerino, autografi, alberghi di lusso e vestiti luccicanti. Non aveva mai pensato di esibirsi da solista, riteneva che la sua voce straordinariamente roca avesse bisogno della limpidezza e del calore di quella di sua madre per completarsi in un'armonia quasi divina. Non l'avevano mai detto. In casa non cantavano. Solo in chiesa il segreto si svelava quando l'organista intonava le prime note e loro, magicamente, senza guardarsi iniziavano il canto nell'armonia perfetta. Le parole scivolavano dall'uno all'altra e immaginava i fedeli, raccolti in preghiera, che avevano la percezione di sfiorare Dio. Nessuno cantava, oltre loro. Nei banchi tutti composti in silenzio per il profondo rispetto alla loro arte, estasiati per l'atmosfera intensamente spirituale che loro soli erano in grado di creare. Sapeva di fare qualcosa di grande per la chiesa, onorava i suoi avi, li ricordava ogni volta con la sua arte unita a quella di sua madre al servizio di chi ascoltava e al parroco che li ringraziava ogni volta, al termine della messa, quando sua madre lo conduceva con sé in sacrestia per donargli un'offerta mentre lui riponeva i paramenti. Non ha più cantato dal giorno della morte di sua madre per il timore di non essere all'altezza. Questa mattina ha deciso. Non ha dormito tutta la notte facendo gorgheggi. E' sudato, il tremolio parte dal viso e si propaga a tutto il corpo, le mani gelate, il cuore batte velocemente, ancora un attimo interminabile e l'organo suonerà. Le note riempiono la chiesa percorrendo le navate. E' il momento di modulare la voce da solista. Gonfia i polmoni di tutta l'aria che riesce ad inspirare, contrae gli addominali, stringe i pugni, chiude gli occhi serrando le palpebre ed esplode nell'urlo. Il silenzio è assoluto, l'organo ha smesso di suonare. Apre gli occhi, il prete lo sta guardando minaccioso, il chierichetto si tappa la bocca con la mano, dietro di lui il borbottio che aumenta d'intensità fino a divenire risata collettiva. Lentamente abbandona il banco, s'inchina di fronte l'altare, raggiunge il portone d'ingresso, intinge la mano nell'acqua santa, si fa il segno della croce e scompare per sempre. Il bagnino Guarda il mare, come ogni giorno dall'inizio della stagione, e vede le onde schiumare dalla gioia nell'adagiarsi sulla spiaggia, e pensa a quanto è fuggevole la vita nel loro rincorrersi e poi ritirarsi. Sa che lo fanno per lasciare il posto alle altre e questo lo fa soffrire perchè la felicità è breve e c'è sempre qualcuno che può rubarla. Anche l'onda muore come l'amore di lei per lui, in quel giorno triste che lo ha lasciato per un altro, e lui non voleva perdere il suo posto nel cuore di lei. Sorveglia i bagnanti e li guarda sguazzare e tuffarsi nell'acqua con gli occhi lucidi di pianto, nascosti da lenti nere. Il moscone a remi, dal colore rosso sbiadito, perché non ha avuto la voglia di verniciarlo come era solito fare ogni anno, con la scritta salvataggio è rivolto verso il mare. Lei faceva il bagno, in un giorno di bandiera rossa, ed era troppo lontana dalla spiaggia, e lui, con poche remate, l'aveva raggiunta e l'aveva riportata a riva. Era fiero di sé mentre la gente in costume sul bagnasciuga lo applaudiva. L'aveva distesa su di un asciugamano e si accertava del suo stato di salute ricordando a memoria tutte le manovre che aveva studiato per sostenere l'esame d'idoneità. Lei, dopo qualche starnuto, le aveva sorriso e lui tranquillizzava le persone che si erano raccolte intorno a loro chiedendo che le permettessero di respirare così da lasciarli soli. Si erano piaciuti e la sera si erano rivisti e sulla sabbia avevano fatto all'amore, e lui aveva sentito il sospiro del mare ed aveva veduto la luna specchiarsi nell'acqua. L'alba li aveva svegliati ed il sole sorgeva a rischiarare il loro primo giorno da fidanzati. Ora il mare era tornato ad essere quello di sempre, nel sole alto del solito giorno d'estate a bruciare la pelle, ed il sospiro era divenuto rumore estenuante a martellare le tempie. La vede alzare le braccia nel tentativo disperato di chiedere aiuto. Spinge il moscone in mare, rema con tutta la forza. Lei è lontana, il movimento delle braccia sempre più rapido. Supera onda dopo onda e la distanza che lo separa da lei è sempre la stessa. Rema e non sente la stanchezza. La gente sul bagnasciuga non capisce come mai è così lontano, fino a perderlo oltre l'orizzonte. Il bagno Era ingrassata tanto e, in spiaggia, sotto il costume, le pieghe di grasso disegnavano delle voluminose protuberanze a deformare il tronco. Un gibbo dorsale le incurvava il collo taurino stretto da un'enorme catena d'oro costringendola a rivolgere gli occhi in alto per guardare avanti. Cumuli di cellulite rendevano le cosce simili all'abbozzo di creta nella costruzione di una statua abbandonata dall'artista e le ginocchia leggermente flesse stanche di tanto lavoro. Camminava come un ciclope, affondando e strusciando i piedi deformi e sofferenti così da sollevare nuvole di sabbia al suo passaggio. Con l'enorme pancia annunciava il suo arrivo. Peli ispidi puntellavano il largo mento, gli occhi sempre più piccoli per le palpebre calanti, i capelli, un tempo ricci e vaporosi, ora corti e appiccicosi. La metmorfosi era stata graduale fino a cinque anni prima e poi il tracollo per l'abuso di dolci e l'indolenza nell'effimera certezza del legame coniugale. Era irrimediabilmente deforme. Senza alcun ritegno per il suo stato manteneva il calore dei sensi e si donava, come corpo perfetto, all'obbligo matrimoniale, noncurante del desiderio di lui defunto e sepolto. Con grande sofferenza l'assecondava perché era ricca e lui povero, per questo erano ospiti di un Hotel extralusso al Lido di Venezia. L'aveva scelto per il dolce di pasta frolla ricoperta di cioccolato fondente per il quale impazziva. In inverno lui sciava sulle piste di Cortina mentre lei si ingozzava di strudel alle mele nelle baite. Lui sperava nel diabete, magari una rara forma fulminante, un infarto o addirittura che esplodesse, tanto era disperato. Un pensiero si insinuò nella sua mente ormai ossessionata fino a prendere forma e materializzarsi in un piano. La pazienza stava per essere premiata e quel giorno di mare mosso era l'occasione giusta. A lei piaceva bagnarsi e con lui si sentiva tranquilla perché era un esperto nuotatore. Mano nella mano giunsero fin dove l'acqua raggiungeva il collo lasciando libera la bocca per respirare. Lui si immerse dirigendosi verso le gambe di lei con l'intenzione di aggrapparcisi per tirarla giù. Lei soffriva il solletico e lui si divertiva quando, giovane e magra, la stuzzicava, nudi sul letto, prima di fare all'amore. Rimase impigliato tra le sue cosce strette, incospevole delle risa di lei, per quel tempo necessario a non respirare più. La fotografia Un corpo bagnato, disteso sulla spiaggia. Stretto nelle mani un portafogli. Ingiallita dagli anni come i suoi capelli un tempo neri a formare un'onda sulla sua fronte liscia. Indurita dal tempo come il suo cuore di uomo solo da quel giorno. Piegata come la sua schiena curva. Il sorriso lontano di un giorno di mare negli occhi di lei che lo guarda nell'attimo impresso sulla pellicola. Conserva la fotografia nel portafogli accanto all'immagine di Santa Rita. Sua madre era devota, sua madre aveva voluto che la lasciasse. Di nascosto l'aveva guardata nelle notti insonni, di nascosto la baciava. L'aveva sfiorata con le labbra, una sera, seduti sulla panchina al porto mentre guardavano il mare. Lei si era girata verso di lui per indicargli le luci di una barca. Un attimo, o forse meno, e le sue labbra avevano sentito il calore della sua guancia. Lei aveva riso e lui aveva abbassato lo sguardo. Era stata la prima volta, così vicino il viso di una donna, così intenso il profumo, così calda la pelle. Passeggiarono per ore sul lungomare illuminato dai lampioni nuovi. Le aveva comperato il gelato e la osservava leccare la panna montata e sognava di pulirle la bocca con il suo fazzoletto, gli angoli della bocca aperta a concederla a lui che forse l'avrebbe baciata. Lei parlava e lui ascoltava, e non capiva le parole ma il suono della sua voce. E quel giorno in spiaggia lui aveva portato la macchina fotografica. Lei aveva preso il sole e si era distesa sul bagnasciuga e lui aveva scattato la foto. Avevano mangiato quello che lei aveva preparato e lui dopo il pranzo era andato al bar, e aveva portato due caffè, e si erano addormentati su un asciugamano, non lo stesso, ma vicini, sotto il sole cocente di Luglio. Quella foto, ingiallita ma colorata dal ricordo, rappresentava il giorno più bello della sua vita. Quella foto lo tradì. Sua madre prima di lavargli i pantaloni aveva l'abitudine di cercare nelle tasche e la trovò. Volle sapere tutto di lei, ma lui non sapeva, e lei pensava che fosse troppo importante per lui così inesperto, che lo avrebbe rovinato perché le donne sono così, prima o poi ti fregano, e che solo lei lo amava, e che lui doveva esserle riconoscente per i sacrifici, e che le avrebbe promesso di lasciarla. E che avrebbe giurato sull'immagine di Santa Rita, e che se avesse tradito, lei e la santa, non le sarebbe rimasto nulla nella sua vita. Lui baciò l'immagine e giurò. Fu fedele a sua madre, a Santa Rita ed anche alla ragazza fino a quel giorno in cui il tempo aveva cancellato il volto di lei sulla carta ed il ricordo della madre era confuso e non le rimaneva che chiedere misericordia alla sua protettrice. Un corpo bagnato, disteso sulla spiaggia, sembra dormire, L'entomologo Un ricercatore di fama mondiale, così lo definiscono le riviste scientifiche sulle quali pubblica i suoi lavori. Professore di Entomologia, specialista in Aracnologia, conteso dalle Università per le sue lezioni su ragni e scorpioni. Lui ha una passione, iniziata con un regalo di compleanno quando era bambino: la fotografia. Ha affinato la tecnica della macrofotografia utilizzandola per il suo lavoro. Ha girato il mondo con la sua Nikon, fotografando milioni di insetti. Ore ad osservare, nelle condizioni più disagevoli, nei posti più impervi, dal caldo torrido della savana al gelo della Siberia. Ingrandiva queste creature per leggere i loro segreti, per penetrare la loro intimità. Nel buio della camera oscura le immagini assumevano forma, colore, persino movimento. Aveva fatto scoperte, ricevuto onorificenze ed a sessanta anni si sentiva un uomo arrivato e contento di sé. Anche nella vita privata era felice, innamorato pazzo di sua moglie di venti anni più giovane. L'aveva conosciuta in Svezia, non fino al punto di ricevere il Nobel ma per un congresso. Avevano due splendidi bambini biondi e con gli occhi chiari. Lui nascondeva un segreto, un'innocua debolezza nata per caso. Si era avventurato nei boschi, non lontani dalla sua casa, con la fotocamera digitale. Aveva scoperto un esemplare di cimice assassina nell'atto di inoculare il veleno nella sua preda. Mentre fotografava sentì un gemito venire da dietro il cespuglio. Cautamente creò uno spazio tra le foglie e ciò che vide gli tolse il fiato e il cuore accellerò il suo battito. Lei era bellissima, lui la accarezzava e la baciava. Puntò l'obiettivo e li fotografò. Da allora divenne un guardone. Modificò l'apparecchiatura fotografica e, nella solitudine della notte, guardava le foto fino a tardi con la scusa del lavoro. Conosceva posti, coppie abituali, sapeva orari. Non scriveva più lavori scientifici e declinava inviti a congressi, ossessionato dai suoi amanti. Era insaziabile, alla ricerca continua di stimoli nuovi. Aveva trovato una nuova coppia. I due si spogliavano all'interno di un'auto. Non vedeva bene e si avvicinò, con il rischio di essere scoperto, e scattò un gran numero di foto senza guardare nell'obiettivo. Nel buio del suo studio fece scorrere le foto una dietro l'altra. Ebbe un sussulto, tornò alla foto precedente, il seno di lei aveva una chiazza rosa sopra il capezzolo e le labbra di lui la baciavano. Il terrore lo paralizzò, si fece coraggio pensando ad una coincidenza, uno scherzo del destino. Istericamente sorrise per tranquillizzarsi ma la foto successiva lo gettò nella disperazione. La fragolina sopra il capezzolo, del seno destro, che a lui piaceva tanto era di sua moglie. Il giornalisata Lei aveva un amante. Era sposata da dieci anni con un giornalista che leggeva il telegiornale della notte. Lui usciva di casa tutte le sere alle diciannove per rientrare alle due. Non era l'unico amante, ne aveva avuti altri ed avevano litigato, e quasi si erano lasciati. Lui non ne era mai stato certo perchè lei aveva sempre negato. L'amava tanto, la vedeva bellissima con quei grandi occhi azzurri, i capelli neri tirati per essere raccolti in una lunga coda e le labbra carnose. Ci sapeva fare con lui, per questo non era certo ed aveva avuto persino dei sensi di colpa quando lei giurava di amare solo lui. Amava solo lui, o forse rassicurava il suo carattere fragile. Non mentiva quando diceva che era l'unico uomo della sua vita per il senso che dava al loro legame. L'amante era altro, lo sfogo dei sensi, il compiacimento per la sua bellezza, l'immobilità del tempo. Tutto si esauriva nell'atto sessuale e lei si preparava al ritorno di lui per parlare delle loro cose ed addormentarsi accoccolata tra le sue braccia. Era avvinghiata al corpo del suo amante, nel letto matrimoniale, e lui li guardava dal video mentre leggeva le notizie. Lei toglieva l'audio ma non c'era perversione, teneva la televisone accesa solo per essere certa che lui era lì. Nel colmo del piacere aprì gli occhi volgendosi verso la porta aperta. Il cuore che un attimo prima esplodeva nel petto sembrò fermarsi. Anche l'uomo volse lo sguardo e rimase immobile con il respiro affannoso. Lui, pallido, con in mano la pistola li guardava. Lei non seppe mai che, per un problema tecnico, il telegiornale della notte era stato registrato due ore prima. L'ubbidiente Comandava lei e lui obbediva. Non le aveva mai detto di no e nemmeno forse. Un rapporto matrimoniale a senso unico. Lei ordinava e lui eseguiva. Un ottimo esecutore, preciso, dall'ordine maniacale. Non avrebbe potuto fare diversamente per l'intransingenza di lei. Trentacinque anni o forse trentasei, potevano persino essere trentatre gli anni passati con lei, aveva perduto il conto ma ciò che temeva erano gli anni a venire. Entrambi in buona salute, persino longevi di famiglia e, fatti due conti, lo aspettavano almeno altri trenta, di anni da passare con lei. Si erano sposati che erano giovanisimi. Lei aveva voluto così e aveva anche deciso di non avere figli. Vivevano nella casa dei genitori di lei. Lui aveva obbedito anche alla suocera, fino alla sua ultima frase prima di spirare. Si era rivolta a lui nell'ultima richiesta, tale era l'abitudine -Portami un bicchiere d'acqua- con la voce stranamente rinvigorita. Non aveva fatto in tempo a berla e lui, con il bicchiere in mano, fisso la guardava con una leggera smorfia della bocca fino a che la moglie lo distolse dal celato piacere ordinandogli di gettare l'acqua e riporre il bicchiere. Suo suocero condivideva con lui lo stesso destino, anche lui ubbidiente: una tradizione di famiglia. Era sufficiente uno sguardo, un cenno degli occhi e lui sapeva il da farsi. Una perfetta sintonia, mai un litigio o una contrarietà. Una coppia da fare invidia, anche perché a nessuno era permesso di penetrare la loro intimità. Ruoli definiti da subito, da lei, appena giunti in casa dopo la cerimonia di nozze. Lei gestiva il suo stipendio e lui non chiedeva, non aveva necessità e forse non immaginava di averne. Provvedeva agli abiti, gli tagliava i capelli e cucinava ciò che lei voleva. Lui non aveva mai espresso un desiserio, non conosceva il sogno perché la sua vita non aveva alternative. Tutto successe all'improvviso, per quegli imprevisti che ci cambiano il destino se sappiamo cogliere l'occasione che ci viene data. Quella sera la luce si spense nel lampadario della cucina. Lui aveva notato un filo scoperto ed ora era la causa del cortocircuito che aveva bruciato il filamento della lampadina. Non lo aveva detto, non diceva mai se non interrogato. Lei prese una lampadina nuova dal cassetto e salì sul tavolo aiutandosi con una sedia. Disse a lui di accendere una candela e di staccare l'interruttore centrale. Lui obbedì. Lei svitò la lampadina mentre lui le faceva luce con la candela. La sostituì con quella nuova e gli disse di riattaccare l'interruttore centrale. Lei stringeva con la mano il filo scoperto, lui eseguì l'ordine e lei cadde per terra folgorata. Pubblicità L'amava, sopra tutto e tutti, sopra se stessa. L'amava da quel giorno, dall'unico giorno che aveva provato l'emozione nell'incontro, per strada, in quel giorno uguale ad ogni altro, nell'istante che aveva visto gli occhi di lei che la guardavano. Nell'attimo tutto si colora e tutto si muove come mai prima di allora. Un attimo ed inizia la vita. Lei che non sapeva l'amore, lei che viveva con suo marito da quindici anni. Loro che avevano avuto due bambini. Lei pensava così la sua vita, lei non conosceva la gioia che lo sguardo di lei le aveva donato in quell'attimo. Lei ne rimase sconvolta. Era una donna. Inorridì al pensiero perché lei aveva un marito e con lui aveva generato. Si erano uniti nell'atto d'amore tante volte e lei non aveva goduto, e pensava di essere malata, e ne aveva parlato con la ginecologa che l'aveva tranquillizzata perchè poteva succedere. C'è una soglia per l'orgasmo e poteva non averla mai raggiunta per questo le aveva dato dei consigli. Lei per pudore non li aveva messi in pratica ed aveva imparato a fingere. Da quel giorno che l'aveva veduta non lo voleva più e si girava dall'altra parte, e fingeva di dormire mentre lui le baciava il collo e le stringeva i seni, e sentiva il desiderio di lui premere contro di lei che piangeva in silenzio fino a che lui smetteva e si girava dall'altra parte, e borbottava parole. Vedeva lo sguardo di lei, nelle notti insonni. Sentiva nel suo corpo caldo il desiderio per lei. La mano lentamente scivolava a scostare le mutande ed accarezzava lentamente la pelle fino a raggiungere la soglia. Si mordeva le labbra per non svelare e sfinita dal piacere si rilassava fino al sonno. L'aveva veduta e l'avrebbe rivista. Il passo veloce di chi va all'appuntamento. L'ultimo angolo e poi il terrore perchè non c'è più. La foto di lei è stata sostituita, nell'enorme cartellone pubblicitario, da un tipo che tiene in mano crocchette per cani. Gira per la città chiedendo di lei. La osservano con stupore e lei cammina per ogni strada, con gli abiti sempre più logori, dall'aspetto che muta giorno dopo giorno. Distesa sui cartoni, sotto il cielo stellato, con in mano un depliant pubblicitario, si addormenta guardando gli occhi di lei. Il tradimento C'è una lettera sul comodino. C'è un uomo disteso sul pavimento. Indossa una vestaglia di seta rosa. Una goccia di sangue colora la tempia. Nella camera, chiaroscuri per la luce accesa nel bagno. Il rumore dell'acqua nella doccia scivola sul corpo immobile dell'uomo nudo con un foro sul petto, lavato del sangue che colora le mattonelle bianche per poi scomparire nel buco dello scarico. La donna è seduta sulla poltrona. Aspira profondamente il fumo della sigaretta. Il telefono, accanto alla lettera, squilla. La donna, lentamente si alza e stacca la spina. Senza abbassare lo sguardo alza prima la gamba destra e poi la sinistra per superare il cadavere senza toccarlo. Prende la lettera e percorrendo lo stesso tragitto, con la stessa cura si siede sulla poltrona. Accende la lampada che le sta accanto. - Non ho il coraggio di parlarti, per questo ho scritto, per non vedere i tuoi occhi mutare nel disprezzo per me. Quando leggerai sarò finalmente lontano. E' stato tutto così improvviso, spontaneo, paradossalmente innocente, nonostante la mia età. E' avvenuto, nell'attimo di un sorriso, di uno sguardo mai avuto, di un gesto mai visto. So di non essere compreso ed è proprio l'incomprensione che mi da la felicità nel sentirmi diverso. Conosco la gioia di vivere nel farmi accettare per quello che ho scoperto di essere in quell'attimo che ho veduto in me stesso ed ho capito. Ho capito il perché delle nostre incomprensioni, l'amore per te per come è, e non per come sarebbe dovuto essere tra un uomo ed una donna. Io ti amo nel legame che trascende i nostri corpi, così diversi e così simili, perché non ho il bisogno della mescolanza di umori affinchè ne sia nutrito, perché non posso riscaldarti con il calore della mia pelle nel desiderio che non conosco. Ti aspetteresti delle scuse ma ti dico che non ne sento il bisogno perché la sofferenza d'amore non concede giustificazione. L'amore ci possiede e nulla lo può descrivere se non ridurlo ad isterico egoismo. Dirai che per egoismo me ne vado e per il mio egoismo ne soffrirai. Ti sentirai ferita e non nell'amore, perché a questo punto non lo proverai più, sopraffatta dall'odio per l'orgoglio ferito di donna tradita. Io ho tradito me stesso, per tutto il tempo prima di ora, non ne hai la colpa, non ci sono responsabilità. L'inconsapevolezza ci assolve fino alle certezze che ci caricano delle responsabilità dalle quali fuggire o affrontarle per sopportare il peso della decisione. E di questo peso mi libero nello scriverti. E' doloroso doverti dire che ora so donarmi anche con il corpo nell'atto d'amore che non conoscevo. Ora che hai letto la sola cosa che ti chiedo e di non cercarmi.- Richiude la lettera, la lascia cadere, guarda il corpo di lui e sente un brivido per la canna fredda della pistola sotto il mento. Il sogno Ho avuto un sogno, uno solo, dopo tanto tempo che non sognavo. Un sogno in bianco e nero, come le fotografie di una volta. Vedevo il telegiornale di una volta, trasmesso sulla televisione di una volta, quella con due canali, seduto sulla poltrona di una volta. Le notizie di quella volta ed io, vecchio come sono ora. Accanto a me una donna, non come quelle di quella volta ma te di ora, a colori, tanti colori, tutti i colori, giovane come sei. Io ti vedo ma tu non sai che sono lì. Sei distesa sul divano colorato e guardi il telegiornale a colori in una televisione con cento canali e passi dall'uno all'altro usando il telecomando. Io sto male perché vorrei parlarti e le parole non escono, come nei sogni che le parole non escono. Tu cambi in continuazione i canali ed io sono paralizzato e non posso alzarmi per cambiare l'unico canale perché non voglio più vedere il telegiornale che trasmette la stessa notizia all'infinito. Il giornalista ripete la stessa cosa con la voce così alta che rimbomba nella mia testa ed ho la sensazione che stia per scoppiare dal dolore. Tu ti alzi, spegni la televisione ed io voglio spegnere la mia per parlarti ma le parole non escono, come nei sogni. Questo ho sognato. Tu dormi. Ti addormenti mentre io vedo il telegiornale della notte e non ti svegli quando mi distendo accanto a te. Questa notte mi sono addormentato mentre vedevo la televisione e ti ho sognato. Ora voglio raccontarti della mia solitudine di uomo grigio e vecchio che ti ama e ti desidera, che ispira il tuo profumo tutte le notti mentre ti guardo il viso rilassato che non vedo mai quando mi guardi. Le gambe nude fuori dalle lenzuola che non scopri mai per me. Una smorfia di sorriso, forse perché mi sogni perché il sogno non lo puoi controllare. Ho sognato che eri bellissima come ti vedo ora ed io vecchio come sono ora e che non riuscivo a parlarti come sempre. Perchè nell'unico sogno non ho l'illusione di parlarti e di dirti quanto ti amo? E tu, perché è un sogno, tanto solo un sogno, poi ci si sveglia e lo sa che è un sogno, non mi dici che anche tu mi ami? E facciamo magari all'amore, tanto è un sogno e non ti rendi conto di nulla così che io mi illudo nel tempo di un sonno. Cosa hai detto? Mario! Per questo sorridi, ti lecchi le labbra, ti scopri e le mani ti vanno a finire lì. Prendo il cuscino e lo spingo a riscaldare il tuo viso giovane nell'ultimo sogno. Io sono Carlo, solo un sogno desideravo ed avresti sognato ancora. La poesia " Sei matto...nel mondo impenetrabile di fantasie incondivisibili, di amori invisibili, di sogni irrealizzabili, di farneticazioni sfinenti. Sei matto...nel mondo fantastico di uomo mai nato, nel gioco infinito di eterno fanciullo, nei suoni assordanti nella tua mente. Sei matto... per chi è incarcerato nella normalità, per chi compatisce la tua follia, per chi non sa di volere per almeno un attimo essere matto. Sei matto...a pensare di essere sano senza godere della tua follia. Sei matto...lasciati andare. Sei matto...fai il matto." Legge e rilegge. Vuole essere certo di quello che ha scritto, certo di avere bene interpretato ciò che ha sognato. Lo sguardo assonnato per l'ennesima notte quasi in bianco. Nemmeno le gocce erano più sufficienti per farlo dormire almeno quattro ore. Si era alzato senza fare rumore. Aveva bevuto un bicchiere di acqua, aveva acceso il televisore per leggere il televideo, aveva cercato di risolvere un rebus, aveva scritto i versi ed era tornato a letto cercando di non svegliarla. Disteso a guardare la sveglia dai numeri fosforescenti programmata per le sette con la speranza di dormire le poche ore rimaste. Si era svegliato alle due. Era andato a letto alle undici, sfinito come tutte le sere, aveva letto alcune pagine e a causa dei borbottii di lei aveva spento la luce alle undici e quarantacinque, addormentandosi subito. Il solito incubo. Una luce violenta lo illumina e non riesce a capirne la provenienza. La voce cupa urla -Sei mattooo...- Bagnato di sudore, con il respiro affannoso, martoriato da formicolii per tutto il corpo come spilli conficcati nella pelle, impossibilitato a muoversi per una sorta di paralisi nervosa. Pochi infiniti secondi di terrore mentre la frase si dissolve nell'eco lontano. Il silenzio l'ho aveva fatto riprendere, presente a se stesso per riappropiarsi delle sue funzioni così da potersi alzare dal letto. Seguendo un'impulso irrefrenabile, in cucina aveva scritto di getto quei versi. Lui non è matto. Conduce una vita che ritiene normale. E' impiegato del comune, terzo livello. Il lavoro non è faticoso, tutte le mattine dalle otto alle quattordici ed il sabato pomeriggio libero. Ancora due anni per la pensione, il tempo di sperare nel quarto livello, non per ambizione, ma per le duecento euro in più. Sua moglie insegna Italiano alle scuole medie. Ha dieci anni meno di lui. Per lui la differenza di età comincia ad essere un peso da quando lei ha iniziato a frequentare la palestra, tre giorni a settimana, mangia strani cibi dietetici e veste con abiti attillati. Il figlio ha trentadue anni ed è impiegato, con la qualifica di ragioniere. Non è sposato, vive con loro ed utilizza la casa come fosse un albergo. Possono permettersi la settimana bianca e quindici giorni estivi di mare. Ogni due anni un viaggio nelle capitali europee con il progetto di poter andare in America. Ora la meta sarebbe dovuta essere Praga ma lei non se l'era sentita ed avevano rinviato. Possiedono una villetta indipendente con giardino ed una cucina rustica, nell'eventualità di avere ospiti per non creare disordine nel salone. Due automobili ed uno scooter, il cane lupo Fido ed un gatto chiamato Micio, non avendo trovato un accordo sul nome. Tutto sembrava essere normale fino al primo incubo. Da quel giorno la sua vita era cambiata. Non era più la stessa persona ed anche sua moglie lo aveva notato. Lo sentiva parlare da solo, le alzate notturne le avevano fatto decidere di accompagnarlo da un medico. Lui aveva accettato, considerando l'apprensione di lei un atto di amore. Ora le gocce che all'inizio si erano rivelate efficaci non davano più lo stesso effetto ed alle due precise di nuovo la voce – Sei matto...lasciati andare. Sei matto...fai il matto.- La voce non più cupa ma suadente recitava la poesia che lui aveva scritto la notte precedente. Si sente bene e leggero, come una piuma delicatamente abbandona il letto. E' sospeso nel vuoto e vola verso il garage, solleva una tanica di benzina e con cura la sparge per la casa. Osserva dalla porta socchiusa suo figlio che dorme. Si dirige nella sua camera e fa scivolare la benzina sotto il letto, quindi nel corridoio fino al salotto. Si distende sul divano inzuppato del liquido, accende un fiammifero e lo lascia cadere in terra. Il viaggio Il treno delle diciotto e trenta. Lei ci sale dal lunedì al venerdì. Il percorso è breve, cinquanta minuti. Legge per tutta la durata del tragitto, supera due stazioni e la terza scende. Trenta pagine e mancano cinque minuti all'arrivo. Chiude il libro, lo ripone nello zaino, si alza, percorre il corridoio tra le file di poltrone e attende difronte la porta d'uscita. Cinque anni che compie gli stessi gesti, dal primo giorno di lavoro con la qualifica di segretaria nello studio legale. La mattina esce di casa alle sei e trenta per salire sul treno delle sette e quindici per altri quaraticinque minuti di lettura. Sessanta pagine al giorno per venti giorni al mese, considerate le feste infrasettimanali e le ferie, ha letto circa duecento libri. Non sa di nessuno dei passeggeri e occupa la prima poltrona che trova libera accanto il finestrino. Si siede, dà uno sguardo fuori, perchè in inverno le piacciono le luci della stazione ed in estate le montagne che si scorgono lontane, quindi prende il libro e si immerge nella lettura. Nessuno le ha mai rivolto la parola, nemmeno il conduttore le chiede più di esibire l'abbonamento. Una mattina aprendo la borsa, lo sgomento, l'aveva svuotata di tutte le sue cose e il libro non c'era. La sera prima aveva riposto quello che aveva finito di leggere, aveva preso il nuovo libro dallo scaffale ed in quel preciso istante lo squillo del telefono l'aveva distratta ed il libro era rimasto sul tavolo dello studio. D'impulso guardò l'orologio nella speranza di correre a casa. Non c'era tempo. Pensò alla libreria della stazione, non era ancora aperta. Si guardò intorno per la prima volta con la speranza che qualcuno le prestasse un libro. Non aveva mai visto tanta gente intorno a sé. Osservò il volto di ciascuno e non capiva la loro esistenza in quel luogo riservato alle sue letture. Ebbe la sensazione che tutti aspettassero quel momento, che lei non aprisse il libro per concedersi a loro e condividere il viaggio. La volevano, la sensazione avvolgente di appartenenza la fece arrossire. Finalmente i suoi occhi guardavano i loro occhi, finalmente ascoltava i loro discorsi, finalmente era parte di loro. Sentiva il bisogno di chiedere scusa per tutti gli anni passati a leggere. Decise di non scendere alla stazione, sarebbe rimasta sul treno per recuperare il tempo perduto. Le stazioni, una dopo l'altra venivano superate ed i passeggeri scendevano e salivano, e lei voleva parlare con tutti. Voleva spiegare il suo lungo silenzio, giustificare, essere compresa e comprendere. Il treno correva veloce sui binari, e il giorno scompariva nel buio della notte, e le luci della notte si spegnevano nel nuovo giorno, e così, stazione dopo stazione. Lei si sentì stanca. L'adagiarono tra due poltrone e vide un cappello rosso di capostazione che le annunciò l'arrivo nell'ultima stazione. Il pittore Dipingere, impulso improvviso, lo scatto dell'anima, e il pennello scivola sulla tela, e figure, paesaggi, sguardi, tramonti, montagne innevate, e laghi, e mari, e cieli infiniti. Colori si mescolano abbagliando la sua mente e non vede più. Il buio improvviso ha oscurato i suoi occhi. L'idea si è dissolta difronte a lei nuda che posa per lui. Abbandonata su una poltrona, la pelle bianca, i seni adagiati sul torace, le labbra carnose, i capelli neri sparsi, lo sguardo che si perde oltre lui. Era certo di amarla e l'avrebbe disegnata con tutta la passione che provava per lei ma aveva perduto il colore. Ripensava ai momenti insieme, al calore del suo corpo morbido, al profumo di violetta, ai suoi sguardi vogliosi di lui, alla sua mano che lo accarezzava e al desiderio violento di possederla. Le aveva promesso il ritratto per esprimere la passione come lui sapeva fare con i colori. La potenza di un onda che si infrange sugli scogli, di un vulcano che esplode, del viso stanco di un vecchio, del primo vagito, di un aquila che vola, di un delfino che salta, di un sole abbagliante, di un cielo stellato. Le aveva promesso tutto questo ed ora lei era lì, in posa, nuda, e lui la osservava con il pennello nuovo in mano, e la vedeva un insieme di pezzi anatomici, e gli procurava la stessa emozione di un armadio, o più in là della scrivania, o di una tazza, persino del cesto per la spazzatura. Dipinge fino all'ultima pennellata. Lei si alza sorridente, indossa la vestaglia e va da lui. Guarda la sua immagine di donna vecchia in una cassa da morto, lancia un urlo disperato e fugge. La fontana L'ho incontrata in un giorno di caldo del sole violento di Luglio che brucia e toglie il respiro. Volevo bere l'acqua fresca dalla fontana, e bagnarmi il viso e il collo appiccicosi di sudore. Giro l'angolo e la vedo, chinata raccogliere l'acqua che scorre dal rubinetto nelle mani aperte, portarle alla bocca, passarle sul viso e sui capelli lucenti che fa scivolare dietro le orecchie. Afferra il rubinetto e lo stringe con la mano destra, si china con le gambe divaricate a succhiare l'acqua che scivola sui piedi nudi. Il seno abbronzato nella scollatura dell'abito a fiori e le lunghe gambe dai muscoli contratti. Si drizza, con la mano si asciuga le labbra rosse, raccoglie i capelli e li lega con l'elastico. Accosta il piede sotto l'acqua, stirando e divaricando le dita, lo tiene sollevato mentre lava il sandalo, lo indossa e ripete il gesto con l'altro piede. Sembra perdere l'equilibrio, sembra una ballerina di danza classica. Immobile osservo i riflessi dorati che la luce disegna su di lei, gelato dal sudore che mi scivola addosso. Brividi per il desiderio di leccare le perle d'acqua dal suo viso e scivolare lungo il corpo fino a baciarle i piedi. Lei sorride e mi invita a bere. Mi chino e accosto le labbra al getto dell'acqua, chiudo gli occhi e sento odore di pelle, ingoio l'acqua di lei. Mi sollevo e non c'è più. Cammino sull'asfalto rovente per ore. E' buio, l'ho sognata ancora. Tutte le notti la sogno, tutti i giorni l'ho cercata ed oggi l'ho veduta. Affacciata ad una finestra, così bella da togliermi il fiato. Ho atteso per ore. E' uscita, l'ho avvicinata e le ho detto che l'avevo incontrata. Mi ha sorriso senza fermarsi e l'ho seguita di nascosto, e l'ho vista incontrarsi con lui. Non è gelosia quello che ho provato, un sentimento diverso, disprezzo per la sua bellezza. Mi trascino fino a casa sua nascosto dietro un albero. E' con lui, ridono così forte da farmi scoppiare la testa. Si abbracciano, si baciano, entrano nel palazzo. Mi aveva sorriso dopo aver bevuto ed ora ridono di me. Si è presa gioco dei miei sntimenti, della mia ingenuità. Salgo le scale, il riso è assordante, respiro a fatica, soffoco, busso alla porta. Lui apre e continua a ridere, lo colpisco e tiro via il coltello. Fa dei passi indietro, la smorfia di stupore ha sostituito il riso, poggia la mano sulla camicia, la ritrae e la guarda rossa di sangue. Si gira verso di lei e cade rimanendo immobile sul pavimento. Lei apre le mani e si copre il viso. La osservo, indietreggia, spalanca gli occhi e prima che gridi con la mano sinistra le chiudo la bocca. Sulla mano destra ho il coltello con il sangue di lui. Le avvicino le labbra all'orecchio e mentre la colpisco le dico che sono l'uomo della fontana. La panchina C'è una strada che circonda il lago. Ci sono panchine sul bordo della strada rivolte verso l'acqua. C'è un uomo seduto. Un fazzoletto rosa spunta dal taschino della giacca, la cravatta di seta rosa e grigia sulla camicia bianca. Tiene tra le mani un giornale aperto. Non ha camminato molto, le scarpe lucide e le suole nuove. Una donna giovane, esile, dal volto pallido, ha pianto. Si siede accanto all'uomo e fissa il lago. L'uomo non sembra accorgersi di lei. Non un gesto né un mutamento di espressione del suo viso. La donna senza volgersi verso di lui con la voce incerta parla. -L'acqua è immobile questa mattina, sembra essere gelata anche se i cigni vi scivolano via senza un brivido. Il sole è alto e non riesce a riscaldarmi, per questo mi sono seduta, per poterlo avere con il riflesso dell'acqua nella certezza di un po' di tepore. Ho camminato tutta la notte in questa strada, ho avuto brutti pensieri, ho resistito confidando nell'alba, nella luce che avrebbe rischiarato il nero che mi avvolgeva per vedere il mio volto riflesso nell'acqua. Il sole è sorto, non ho il coraggio di specchiarmi e non riesco a riscaldarmi. Sono delusa perché ho sprecato la notte nell'illusione del giorno. Mi sono seduta accanto a lei perchè sono stanca di essere sola. Ho pensato, sono giorni che penso. Giorni chiusa in casa a fissare il bianco della parete. Questa notte ho deciso e sono uscita per toccare i cigni. Li ho guardati ma ho voluto aspettare, darmi la possibilità di potermi specchiare con la luce del giorno.- Si volge verso l'uomo che immobile fissa il giornale. -Sono forse cambiata? Che stupida, lei non può certo saperlo. Dovrebbe immaginare le mie espressioni nei momenti di felicità e questo è impossibile. Ho un passato, anche lei ha il suo ed io non so nulla della sua vita. La panchina, il sole, l'acqua e i cigni potrebbero aiutarci a svelare le nostre esistenze. Non voglio pretendere, lei ha l'aria di essere un uomo tranquillo e non voglio tediarla azzardando un'intimità così prematura. Le sue parole non mi sono necessarie, il suo silenzio, mi creda, è più efficace. Comprendo il riserbo nei confronti di una sconosciuta invadente. Chi sono io per entrare nella sua vita? Solo una passante, forse un po' matta, che ha necessità di dare un senso al giorno per poi sconfiggere la notte. Dipende tutto da oggi, dal momento che mi specchierò e da quello che vedrò, da come interpreterò i segni. Il volto è lo specchio dell'anima, per questo apetto. Ho poche ore di luce per il momento giusto. Lei è molto gentile ad avere un atteggiamento così distaccato nei miei confronti, è ciò di cui ho bisogno, non resisterei né al compatimento né all'incoraggiamento. Alla benevolenza dello sconosciuto che vuole togliersi dall'impiccio per mettersi la coscienza a posto illudendosi di aver salvato la vita a qualcuno e farsene bello con gli altri. Il mondo è pieno di eroi. Mi piace la quiete della sua immobilità mentre tutto gira vorticosamente intorno a noi. Solo i cigni scivolano via trasportati dalla corrente, per questo volevo toccarli, per rubare la loro serenità e addormentarmi nel lago. Ho tanto bisogno di dormire. Questo è il momento di specchiarmi perché lei ha placato la mia sofferenza. Grazie per avermi ascoltato.- La donna si alza, lentamente giunge sulla balaustra che si affaccia sul lago, osserva il suo volto riflesso nell'acqua, sorride e riprende il cammino. Un camion trasporta una statua, sono due fidanzati seduti, le labbra di lui sulla guancia di lei. Due operai scaricano la statua e la sistemano sopra una panchina. L'incidente La pinza stringe il pelo del sopraciglio e lei lo strappa in una smorfia di dolore. Ha cura del suo viso dall''ovale perfetto, dai grandi occhi neri, dalle labbra carnose che colore di rosa. Passa ore ad osservarlo, a rimuovere ogni microscopica impurità con la grande lente d'ingrandimento, di quelle che usano nei centri specializzati. Stringe un tubicino di gomma dal quale esce una crema dall'odore di viole. Delicatamente la cosparge sul viso e sul collo. Chiude gli occhi, inspira profondamente, li riapre e osserva il suo volto giovane come se nulla fosse accaduto. E' passato un anno da quel giorno. Il semaforo era verde e lei aveva attraversato la strada. Il buio improvviso, il risveglio nel letto dell'ospedale. Non aveva la percezione delle gambe. Paraplegia la diagnosi raggelante. Il corpo a metà, sotto l'ombelico il nulla. L'aveva investita un ragazzo della sua età. Era fuggito senza soccorrerla, lo avevano trovato, positivo al test per la droga. Oggi lui esce per la prima volta dalla comunità di recupero. Le aveva scritto una lettera chiedendo il suo perdono e desiderava incontrarla. Nessuno sapeva. Lei, sola in casa, lo stava aspettando. Sistema la carrozzina difronte la porta d'ingresso ed aspetta. Lui suona il campanello, lei apre, lui è nascosto da un mazzo di rose rosse, lei gli dice di entrare, lui al centro della stanza in silenzio, lei prende le rose e gli indica la cucina per riempire di acqua il vaso di cristallo che è sul tavolo. Lui torna e lei sistema le rose. Gli chiede di sedersi sul divano. Si osservano per alcuni minuti, lui è a disagio, lei sicura di sé. Lei gli chiede di fare silenzio, ha sentito un rumore provenire dalla cantina. Vuole che vada a vedere, gli indica la porta, lui si alza, lei lo segue con la carrozzina. Lui scende le scale e le dice che non c'é nessuno. Lei è dietro di lui, lo colpisce alla testa con la mazza di baseball di suo fratello. Le sue braccia sono forti ed il pavimento si colora di rosso. Rompe il vetro della finestra. Torna nel salone, si siede sulla carrozzina e prende il telefono. Qualche mese prima aveva percepito una leggera corrente elettrica nelle vertebre del dorso scendere per tutta la colonna fino alle cosce. Le dita dei piedi si erano richiuse su se stesse e poi distese. Non capiva cosa stesse succedendo, toccava la pelle delle gambe e sentiva il freddo umido delle mani bagnate di sudore. Lentamente si era alzata ed aveva fatto dei piccoli passi. Aveva pianto pensando a lui, al suo amore grande che l'aveva lasciata per ciò che era diventata. Aveva deciso di ritornare sulla carrozzina per fare giustizia. Il giorno era arrivato e nessuno avrebbe sospettato di una paraplegica. La donna del supermercato La fila alla cassa del supermercato e tra dieci minuti termina la lezione di pianoforte della figlia. Ha quattordici anni e lo aspetta nel viale difronte la casa dell'insegnante di musica. Lui arriva qualche minuto prima, perché alle sei del pomeriggio è buio. Ha sistemato la spesa da single sul nastro della cassa. Dopo la separazione da sua moglie non ha più avuto una compagna per non turbare il precario equilibrio affettivo con sua figlia. Qualche storia tenuta nascosta e di poca durata, anche se alla sua collega di lavoro ci teneva tanto. Quando il cassiere si accinge a prendere la sua roba per fare il conto, una donna anziana si avvicina e gli chiede il permesso di pagare la sua spesa perché ha il marito malato e solo in casa. Lui è gentile, ha ancora tempo. La donna consegna il bancomat. Il cassiere lo inserisce nella macchinetta, la donna digita i numeri. L'operazione non è possibile e viene invitata a riprovare. Prova ancora per altre due volte. L'orologio segna le sei. Finalmente lo scontrino giusto. La donna si scusa e ringrazia. Velocemente raccoglie le sue cose in una busta, si precipita nell'auto e raggiunge il viale. Sua figlia non c'é. Scende dall'auto e suona il campanello, chiede alla signora e lei gli dice che la lezione è finita da dieci minuti e che la ragazza è uscita come tutte le volte. Il cellulare non è raggiungibile. Corre lungo il viale urlando il nome di lei. Con l'auto percorre la strada fino alla casa di sua moglie. Non è tornata, chiamano l'ospedale, la polizia. Un corpo di ragazza è sul greto del fiume. Prima di ucciderla qualcuno ha abusato di lei. La mente devastata dal dolore corre alla donna del supermercato. Il cassiere gli aveva detto che era solita prendere delle scuse per non stare in fila. La conoscevano tutti e la consideravano un po' matta per questo la tolleravano anche se, a suo parere, era solo una furba. Ora non gli rimaneva altro che trovarla. L'impiegata E' seduta dietro l'enorme bancone, la testa chinata. Da qualche giorno è nervosa. La mano sudata stringe la penna che scorre sul foglio vicino al suo viso rotondo per la grave miopia che l'affligge da quando, bambina, non riusciva a vedere le scritte sulla lavagna. La suora la sgridava perché credeva fosse distratta. Indossa occhiali dalle lenti spesse. Il lavoro non la fa pensare e si distrae dal grigiore di una vita in compagnia di sua madre. E' nervosa perchè aspetta che torni, come ogni mercoledì, da due mesi, per il solito prelievo. Lui arriva alle dieci, si mette in fila ed aspetta il suo turno. E' bellissimo, gli occhi azzurri, i capelli neri con sfumature di bianco nelle tempie. La chiama signorina. Anche la voce è sensuale. La settimana prima aveva detto che era stanco. Non si era mai confidato. Era rimasta muta, colta di sorpresa non aveva replicato. E' tutta la settimana che pensa a cosa avrebbe potuto chiedergli, magari dirgli di riposarsi, di non affaticarsi, di prendersi una vacanza. Aveva dormito poco per il rimpianto e oggi era pronta a recuperare. Aveva preparato un discorso. L'aveva scritto e studiato a memoria. Nella borsa il foglio stropicciato per le tante volte che lo aveva letto. Le lancette dell'orologio sono sulle dieci. Il cuore saltella nel petto, la penna danza per il tremolio della mano. Lui è nella porta girevole. Lei abbassa lo sguardo cercando di non svelare il suo sgomento. Le dice signorina e le chiede i moduli per il prelievo. Conta le banconote più volte e le consegna a lui che sfiora la sua mano. Lei la ritira bruscamente. Lui sorride e la invita a prendere un aperitivo, questa sera, alla fine del turno. Lei cerca il foglio nella borsa, lui le dice che l'aspetta all'ingresso della banca alle diciassette e trenta ed esce. Insieme vanno al bar. E' adorabile, premuroso, le fa bere uno spumantino, così lo chiama. Le gira la testa ma lui insiste per un altro e lei non vuole contraddirlo. Non sa perché è distesa su un prato, le mani e le braccia legate, qualcosa di stretto e appiccicoso le fa dolere le labbra impedendole di aprire la bocca. La trovano all'alba. Le dicono che è stata rapita e derubata delle chiavi della cassaforte. Il conto corrente di lui è intestato ad un nome inventato. Lo spacciatore di olive Vendeva olive difronte il botteghino, all'ingresso del cinema. Un cono di cartone colmo di olive con degli stuzzicadenti per infilzarle. Olive verdi, selezionate per il colore, per la perfezione della rotondità. Le comprava dai produttori del luogo, rassegnati alla sua pignoleria. Lui era un meticoloso, per questo non si era sposato e non aveva mai posseduto una donna. Era cresciuto con la mamma e la nonna, entrambe vedove. Suo nonno non l'aveva conosciuto e suo padre era morto quando aveva pochi mesi. Anche loro lo avevano lasciato a distanza di pochi anni l'una dall'altra. Non si fidava più di nessuno e, con la perdita delle sue care, aveva esaurito l'immaginario femminile. Si basava sul numero delle olive per deciderne il prezzo. Tre coni, da dieci, da quindici e da venti. Aveva il permesso del propietario del cinema con il patto di pulire la sala dopo l'ultimo spettacolo. Era stata sua nonna ad inventarsi il mestiere di venditrice di olive in salamoia. La gente si metteva in fila, lui con il mestolo le estraeva da un recipiente di vetro e le sistemava nei coni di carta paglia che confezionava la sera. Anche le olive confezionava seguendo la tradizione di famiglia. Le lavava meticolosamente, preparava la salamoia con acqua e sale grosso, ci aggiungeva del rosmarino, l'aglio e le foglie di alloro. Fin qui la ricetta segreta della nonna. Lui aveva aggiunto un ingrediente, da quando gli affari avevano preso una brutta piega ed i ragazzi preferivano le patatine fritte con quei condimenti dai diversi colori. Per caso aveva letto di una piantina che aveva del miracoloso, dagli effetti piacevoli, che dava persino dipendenza e che poteva essere coltivata nell'orto. La cannabis non era legale. Documentandosi scoprì che la marijuana si poteva sciogliere in aggiunta al latte per essere digerita. I semi divennero piantine ed elaborò la nuova ricetta. Gli affari ripresero alla grande. In fondo aveva aggiunto un prodotto naturale, fedele alla tradizione familiare. E-mail C'era un solo modo per mettersi in contatto con lei, l'indirizzo di posta elettronica. Lo aveva scoperto scorrendo la posta inviata nell'intento di eliminare ciò che non gli interessava più. Un messaggio di un anno prima. Lo apre e la stanza si profuma di lei. Un anno che non sapeva più, in quelle parole accorate ritrova la sofferenza per essere stato lasciato. Lui la implora, le scrive quanto la ama e che non può vivere senza di lei. Una velata minaccia di farla finita e le accuse di quanto lo fa soffrire. Non lo merita avendole donato gli anni della sua gioventù. Non l'ha mai tradita, nemmeno con la fantasia. L'avrebbe sposata ed è disposto a farlo ancora anche se lei ha un altro che non può rappresentare nulla se non un'infatuazione passeggera. E' pronto a perdonare e l'aspetta perché lui la lascerà. Scrive sulla tastiera l'indirizzo e compone il testo. -Il tuo profumo era dolce e ne spruzzavi tanto. Mi rimaneva addosso ed io ero contento, perchè quando non c'eri chiudevo gli occhi ed avevo la sensazione di averti accanto. Ora lo sento nell'ultimo messaggio che ti avevo inviato ed al quale non avevi risposto, è sgradevole e spero tu lo abbia cambiato. Ho riletto e quelle parole non appartengono più a me. E' l'animo umano a mutare nel tempo e diviene altro da sé, trasformandosi giorno dopo giorno, mentre tu sei quella di allora che vedo con gli occhi di questo momento. Ci sono persone che si suicidano dentro di noi ed affidiamo al tempo l'elaborazione del lutto. Ora so di essere guarito.- Sposta il mouse, sfiora invio, si ferma su cancella e schiaccia. Ruggero Luzi. Medico chirurgo. Gualdo Tadino Perugia

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