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La Puglia e i pugliesi fra nostalgie, fame, morte dopo l'8 settembre 1943

Tanto resta da scrivere sulle vicende del secondo dopoguerra a Bari ed in Puglia. A quasi settant’anni di distanza vengono finalmente alla luce, se pure parzialmente e con grande difficoltà, i retroscena della Liberazione, le incredibili violenze patite dalla popolazione. Che esista disinformazione e che la lobby del politicamente corretto alzi a tutt'oggi cortine fumogene è dimostrato dal fatto che alcuni anni fa venne concessa alla Città di Foggia la medaglia d’oro al valor militare a ricordo degli eccidi del 1943, quando gli aerei anglo-americani seminarono morte fra la popolazione, causando un numero non inferiore a 20.000 viitime, quasi tutti civili. Il dato che lascia perplessi è non tanto la tardiva decisione, giunta dopo sessantatrè anni, ma il fatto che nella motivazione del riconoscimento nulla si dice degli autori dell’azione terroristica. Le operazioni alleate miravano a seminare il terrore più che a colpire obiettivi strategici, fra i quali l’unico di effettiva rilevanza poteva essere la ferrovia. I velivoli distrussero invece praticamente l’intera città, uccidendone più di un quarto della popolazione, non solo con le bombe ma mitragliando a vista gli abitanti, azione ovviamente vietata dalle convezioni internazionali. Sin da allora, quindi, le bombe alleate erano…intelligenti! Le azioni militari proseguirono poi senza sosta per tutta la penisola violando finanche la neutralità della Repubblica di San Marino, stracolma di rifugiati!!! L’apice degli eccidi si ebbe fra il 22 luglio ed il 19 agosto 1943, ma in effetti le incursioni su Foggia durarono da maggio sino a settembre. Come già accennato un calcolo preciso è a tutt'oggi impossibile anche perché moltissimi cadaveri finirono nelle fosse comuni. Un computo attendibile parla di 20.026 persone uccise (“La città spezzata”, di A. Guerrieri”). Solo il caso e l’azione meritoria di qualche potere occulto, che ad oggi possiamo solo ipotizzare ma non definire, impedì che fra le nostre popolazioni venisse seminata morte anche con armi chimiche. Il 2 dicembre 1943, infatti, come è noto, la Luftwaffe affondò 19 navi nel porto di Bari. Tra questa la “John Harvey”, americana, con un carico segreto di 100 tonnellate di iprite in bombe da 45,5 kg. Il terribile gas era stato proibito dalla convenzione di Ginevra del 1925 e non era mai stato usato da nessuna potenza belligerante. Gli Alleati certi dell’assoluto dominio di cieli e mari, non avevano neanche oscurato il porto, tutte le luci erano accese. Il letale gas vescicante contaminò aria ed acque circostanti. Si ebbero 628 morti fra i marinai e circa un migliaio di vittime fra i civili, ma anche in questo caso non esistono dati certi. Churchill in persona impedì che si aprisse un’inchiesta e si cercò persino di attribuire ai tedeschi l’uso del terribile gas. Il bombardamento del porto di Bari impedì i rifornimenti della flotta aerea alleata di stanza a Foggia fino agli inizi del marzo del 1944. Il sacrificio dei baresi innocenti non fu così, miracolosamente, seguito da altre stragi perché nonostante le tragiche conseguenze dell’iprite in Bari Churchill spedì nel luglio 1944 un memorandum segreto di quattro pagine al capo di stato maggiore inglese, generale Hastings Ismay, nel quale diceva: “Voglio che riflettiate molto seriamente su questa questione del gas asfissiante. E’assurdo considerare la morale in questo affare, dopo che tutti li hanno usati durante l’ultima guerra senza che vi siano state proteste da parte dei moralisti o della Chiesa. D’altro lato allora il bombardamento delle città aperte era considerato proibito, oggi tutti lo praticano come una cosa che va da sé. Si tratta semplicemente di una moda, assimilabile all’evoluzione della lunghezza delle gonne delle donne. Non bisogna lasciarsi legare le mani da principi sciocchi. Potremmo inondare le città della Ruhr e molte altre città in Germania in modo che la maggioranza della popolazione richieda cure mediche costanti. Bisogna attendere forse qualche settimana o qualche mese prima che io vi chieda di inondare la Germania di gas asfissiante e, se lo faremo, facciamolo con decisione”. Questo documento è stato riprodotto per la prima volta da Barton J. Brernstein sul numero di agosto-settembre 1985 della rivista “American Heritage”. Quanto fossero serie le intenzioni del futuro premio Nobel… per la letteratura Churchill lo dimostra la sua richiesta del febbraio 1944 agli Stati Uniti per una fornitura di 250.000 proiettili all’antrace. Si tenga conto che la Gran Bretagna disponeva comunque già di 26.000 tonnellate di iprite e 6 mila tonnellate di fosgene stipate in magazzini. Non evocano sinistramente questi dati le tragedie dei nostri giorni? I proiettili all’uranio impoverito, le armi di distruzione di massa mai rinvenute in Iraq? Ieri come oggi l’arma della propaganda si mescola all’uso reale di ordigni proibiti, ma egualmente detenuti, ed il cui eventuale uso è giustificato da ogni plausibile pretesto. Per la cronaca anche l’uso di armi chimiche viene ritenuto crimine contro l’umanità e pertanto imprescrivibile. In teoria sarebbe possibile quindi, ancora oggi, cercare di perseguire chi trasportò queste armi di distruzione di massa sul territorio italiano. Pia illusione! Ricordate la tragedia del Cermis od il caso Calipari, solo per citare due esempi? In quei frangenti e con il governo provvisorio di Badoglio, la cui pur limitata sovranità era solo apparente, agivano gruppi di resistenti antialleati. Gruppi clandestini di fascisti decisi a non arrendersi, qualcuno fideisticamente certo della vittoria che si credeva sarebbe venuta da mitiche armi segrete approntate in Germania, e la cui vera storia è in parte ancora da scrivere, altri sicuri della ormai prossima totale sconfitta ma decisi a contrastare fino all’ultimo il nemico per dare un concreto segno di testimonianza per le future generazioni. Fra gli irriducibili l’allora giovanissimo Quirico Punzi, di Cisternino, animatore di un gruppuscolo clandestino di sabotatori fascisti adolescenti, i quali operarono con successo diverse azioni contro gli Alleati, fino a rischiare serissime conseguenze. Sempre a Cisternino la repressione preventiva delle forze di sicurezza colpì fascisti assolutamente innoqui ma che erano ora esposti a meschine vendette personali, mascherate da lotta al possibile pericolo neo-post-fascista. Fu diffusa artatamente infatti la notizia di un presunto complotto fascista e giunsero a Cisternino dodici militari al comando del colonnello Alberto Alì, comandante di battaglione del 336 Rgt. Ftr. della Divisione “Piceno”. Perquisirono a notte fonda l’abitazione del dirigente sindacalista prof. Quirico D’Errico, e, non avendo trovato nulla, dichiararono di aver trovato aperta una porticina in terrazza come se qualcuno fosse scappato al loro arrivo. La sera del 21 novembre 1943 fu operata pertanto una retata che portò in carcere, oltre al D’Errico, il prof. Giovanni Devitofranceschi ed i fratelli Vittorio e Rodolfo Scatigna. Tutti gli arrestati rimasero in carcere fino al 6 marzo del 1944. Il prof. Devitofranceschi, ammalatosi di tubercolosi, morirà il 30 dicembre 1945. Ai suoi funerali prese parte tantissima gente di ogni età, ceto e convinzione politica, e, dal sagrato della Chiesa Madre, il prof. Michele Scialpi, già segretario Politico del Fascio di Combattimento di Cisternino dal 1927 al 1937, ricordò la figura limpida e dignitosa dello scomparso. Il figlio medico di questi emigrò poi negli Stati Uniti così come tante altre vittime innocenti di una fase tristissima della nostra non lontana storia. Vorremmo infine ricordare l’azione silenziosa ma efficace di quanti si adoperarono perché la transizione fosse il meno traumatica possibile. Sempre a Cisternino il nonno di chi scrive, pensionato e già maresciallo nell’arma dei Carabinieri, classe 1881, nominato primo Commissario Straordinario dopo la caduta del Fascismo, si adoperò perché gesti inconsulti di fascisti decisi a non arrendersi non si traducessero in tragedie stante la sicura rappresaglia alleata, verificatasi effettivamente in tante parti d’Italia. Si è parlato a tale proposito di una zona grigia, dei tanti cioè che non operarono subito una scelta di campo precisa. Noi preferiamo oggi parlare invece di gente onesta, di principi morali saldi e sempre validi, e che non si è piegata a squallidi compromessi ed a servilismi verso lo straniero, qualunque divisa indossasse. Luigi Antonio Fino

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