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La nuova legge elettorale

Si comincia finalmente a parlare apertamente della nuova legge elettorale che di per sè, a seconda di come viene impostata, potrebbe perpetuare ovvero risolvere la crisi politica endemica nel nostro Paese. Mi sembra che sulle linee portanti non vi siano accordi significativi, a parte l'accordo sulla quota di sbarramento: 5% a livello nazionale; 8-10% a livello regionale. Il che sarebbe già un passo avanti. Occorre precisare tuttavia che tale quota dev'essere autonomamente raggiunta da ciascun partito per poter accedere alla rappresentanza parlamentare, anche se coalizzato. Già questo fatto porterebbe ad una sana diminuzione dei partiti. Non si è ancora deciso se il sistema elettorale dovrà essere decisamente maggioritario oppure proporzionale, né si è deciso sul premio di maggioranza o di coalizione. Mi sembra anzi che i partiti su questi due punti siano piuttosto ballerini. Ben due referendum hanno già indicato l'orientamento dei cittadini: quello del '93, a stragrande maggioranza ha indicato il sistema Maggioritario; mentre quello recente del 2009, essendo andato deserto sullo specifico quesito del premio al partito di maggioranza relativa anziché alla coalizione, ha indirettamente, ma chiaramente, confermata la preferenza per un premio di coalizione. Su questi due punti quindi gli attuali “rappresentanti” eletti non dovrebbero permettersi di avere dubbi. Vogliono forse pronunciarsi contro il parere dei cittadini? La legge elettorale, per forza di cose, (cioè per forza di Referendum), dovrà essere maggioritaria e con premio di coalizione. Quel che occorre precisare è che ogni partito della coalizione dovrà raggiungere almeno il 5% autonomamente, per essere rappresentato in parlamento. In caso diverso contribuirebbe alla formazione di una maggioranza, ma senza propri rappresentanti. Semplificare, semplificare! Questa è la parola chiave per una democrazia compiuta. Un sogno di ogni italiano: introdurre il limite di mandato. Nessuno deve rimanere in Parlamento più di vent'anni. E' una regola fondamentale per la democrazia, e soprattutto per combattere la corruzione, che si insedia laddove c'è una perpetuazione del potere. Tanto per dirla chiara: sarebbe auspicabile che tutti o quasi gli attuali parlamentari fossero cambiati. Una regola auspicabile: ammettere nelle liste solamente persone che abbiano al loro attivo almeno dieci anni di regolare lavoro: autonomo o dipendente; pubblico o privato. E che alla fine del mandato l'ex rappresentante del popolo torni obbligatoriamente al proprio lavoro, e non si ricicli nel comodo e redditizio sottobosco governativo. Ognuno di questi ex rappresentanti dei cittadini , che abbia ben operato, potrà essere comunque una “riserva” per la Repubblica. Ma c'è un punto fondamentale che occorre chiarire: l'interpretazione dell'art. 67 dell'attuale Costituzione. Non può essere che gli eletti in una maggioranza, se ne freghino del mandato popolare e passino ad altra maggioranza. “Senza vincolo di mandato” non può essere interpretato come libertà di fregarsene o addirittura cambiare il risultato del voto popolare. Sarebbe in contrasto palese con l'art. 1 della Costituzione che riconosce che “la sovranità appartiene al popolo”. E questo popolo non può essere turlupinato dai suoi stessi “rappresentanti”, che non possono attribuirsi la “sovranità”, né rubarla al popolo. L'eletto che voglia cambiare maggioranza dovrebbe ripresentarsi nel suo collegio, partecipando alle relative spese. Questa regola sarà utile sia alla sinistra che alla destra. Basta ai salti delle “rane”! Poi sarebbe auspicabile dimezzare il numero degli eletti e dimezzarne gli emolumenti. Vittorio Pierbon

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