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Professori o dilettanti?

Professori o dilettanti? La sagra dell’economia In questi giorni stiamo assistendo alla Sagra dell'economia, si parla di crisi, di mercati e si coniano neologismi, si usano termini presi dall’inglese sempre per rendere più comprensibili i messaggi da trasmettere. Si moltiplicano i buffoni, i bardi, i cantastorie o i contastorie, più in funzione di depistaggio, che per comunicare. In particolare colpisce che si parla di effetto domino per descrivere la crisi del debito sovrano greco, spagnolo e italiano. Ci si dimentica però che l’effetto domino non si ha quando si gioca davvero al Gioco del Domino, nel quale le regole e il contenuto scientifico non prevedono un dilagare di effetti a caduta. Il cosiddetto effetto domino si ha solo quando si gioca a ben altro, magari mettendo in fila le tessere come se fossero soldatini. Accade cioè quando si verifica una violazione delle regole specifiche del gioco, negandone la portata. Se si sviluppa il paragone con la questione economica, si può affermare che vengono violate le regole del mercato perché ci si dimentica di cos’è il mercato. Vanno puntualizzati alcuni aspetti: si parla di lavoro e non si analizza cos’è il lavoro in tutte le sue sfaccettature, sottovalutando il fatto che non tutti lavori sono uguali; non tutti i lavori producono ricchezza. Il lavoro può essere produttivo o improduttivo, ma nel calcolo del Pil tutto viene mescolato e non si registra la differenza col lavoro che produce merci, scambiabili fra loro o ottenendo in cambio un valore equivalente in denaro. Si parla di ecologia e non ci si accorge che esiste un nesso tra lavoro ecologicamente sostenibile (lavoro umano) e il lavoro che tende alla dissipazione dell’energia (il lavoro prodotto dalle macchine). Si parla di rifiuti, d’inquinamento, ecc. e non ci si accorge che l’inquinamento è soprattutto aumento di calore. Esso per sua natura è energia dissipata e aumento del disordine all’interno di un sistema chiuso (la Terra) e tende all’aumento continuo; è indistruttibile e ha bisogno di un serbatoio freddo (l’Universo) nel quale possa essere scaricato. Oppure è materia dissipata, che non può essere riciclata, se non a costi infinitamente superiori a quelli di produzione. Sulla scena compaiono professori, tutti specialisti in tecnica bancaria, giornalisti economici, che esprimono sempre libere opinioni, o punti di vista: con una presunta oggettività e con logica riduzionista ci aggiornano sugli spread e sui movimenti dei mercati che sarebbero, ovviamente, sempre neutrali. Il mercato/non mercato In realtà accade che tutto sta rincorrendo un’economia finanziaria. I cosiddetti esperti, da buoni dogmatici, si appellano a un nuovo principio di autorità per rendere credibili proposte inadeguate e, richiamandosi impropriamente ad Adam Smith, parlano di economia di mercato, o di economia liberale. E invece il pensiero di Adam Smith viene piegato a interpretazioni arbitrarie: egli aveva detto esattamente il contrario: il mercato scambia merce contro denaro cioè lavoro accumulato nella merce contro denaro. Vediamo che cosa afferma Adam Smith a proposito del lavoro: «C’è un genere di lavoro che aggiunge valore all'oggetto a cui viene applicato: ce n'è un altro che non produce questo effetto. Il primo genere, poiché produce un valore, può essere chiamato lavoro produttivo, il secondo lavoro improduttivo. Cosi il lavoro di un operaio manifatturiero aggiunge generalmente al valore della materia prima impiegata il valore del proprio sostentamento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un domestico, invece, non aggiunge valore a niente. Sebbene l'operaio manifatturiero riceva il suo salario anticipato dal padrone, in realtà non costa niente al padrone per il fatto che il valore di questo salario viene generalmente restituito, insieme a un profitto, nell'accresciuto valore dell'oggetto a cui il lavoro è stato applicato. Ma il sostentamento di un domestico non viene mai restituito. Un uomo arricchisce impiegando un gran numero di operai manifatturieri: impoverisce mantenendo un gran numero di domestici». Alla luce di questo pensiero, forse è utile chiedersi: i titoli finanziari hanno un equivalente in denaro? La realtà mostra che la massa dei titoli finanziari non ha alcun equivalente in denaro, dato che oggi si scambiano titoli virtuali contro titoli virtuali. Non ci sono prodotti, merci effettive come oggetto di scambio. Ne deriva che tutto questo non merita di essere definito come mercato. L’economia virtuale, che si svilupperà sempre più, aggredisce l’economia reale e porterà sempre a maggiori squilibri, se non s’interviene con regole ben precise. La prima regola per iniziare potrebbe essere l’introduzione di normative per rallentare le transazioni finanziarie che non possono correre alla velocità della rete, invece si opera in senso contrario, mettendo a rischio la stessa democrazia. Vediamo che dei lavoratori improduttivi come certi ministri, certi commentatori televisivi e, usando un termine di Adam Smith, certi buffoni improduttivi, si accaniscono contro i lavoratori produttivi sperando di far ripartire l’economia. Il lavoro produttivo produce capitale che è scambiabile con merci, mentre il lavoro improduttivo si scambia con reddito e non produce assolutamente nulla. Diventa incredibile pensare di rilanciare la crescita aumentando l’orario d’apertura dei negozi visto che tale lavoro si scambia solo con reddito e non aumenta la ricchezza. Il limite delle merci scambiabili Anche le merci scambiabili oggi hanno un limite che sta nella loro sostenibilità ambientale. Se si affronta il discorso dal punto di vista della soddisfazione dei bisogni delle persone, osservando il tipo di merci che acquistiamo, si constata che la nostra vita si riempie di oggetti di consumo inutili contrabbandati per necessari. La valorizzazione della merce, cioè il valore aggiunto che produce capitale, viene applicata al contenitore e non al contenuto, così che il valore d’uso della merce è semplicemente fittizio. Parlare di riduzione dei consumi senza rendersi conto dei limiti delle merci, è deviante. Il rilancio dei consumi non può avvenire con i prodotti che negli ultimi anni sono stati reclamizzati pur non avendo alcun valore d’uso, né efficacia; si arriva a proporli con una pubblicità che rasenta la truffa. Per citare qualche esempio: l’ipoclorito di sodio viene venduto come un detergente, in realtà è uno sbiancante, oppure viene venduto diluito con acqua come un prodotto adatto per tessuti delicati. L’acqua viene venduta come priva di cloruro di sodio, quindi purissima e lievissima, come se le altre acque di sorgente fossero acque salmastre, ecc. Eppure tale processo non può andare avanti all’infinito: non solo perché la gente non ha più soldi per comperare di tutto e di più, ma anche perché le risorse ambientali non sono infinite e perché le cosiddette merci in vendita si rivelano spesso costituite da rifiuti da smaltire, data la prevalenza dell’imballaggio sul prodotto effettivo. Si pone quindi in primo luogo la necessità di interrogarsi su quali produzioni si debbano fare, su quale sviluppo sia desiderabile per il futuro. È un problema di qualità, quindi, non di crescita comunque, a prescindere. Le prediche dei piazzisti di strada alla Padellaro, Polito e Stella, di moda oggi, o le prediche di qualche non comico confuso, non servono a nulla. Per non parlare dei lacchè Feltri, Sallusti, Belpietro, pronti a difendere un ex Presidente del Consiglio reo confesso (Si leggano e si ascoltino le sue dichiarazioni pubbliche). La legge inesorabile della fisica (la legge dell’aumento progressivo del disordine), è esemplificata dalla pletora di forme di lavoro improduttivo, che si autoalimenta, drena risorse e crea privilegi. Occorre una cultura del limite che sappia rilanciare le attività produttive partendo dal lavoro che soddisfa bisogni reali, abbandonando certi miti sul Made in Italy, ma affrontando veri progetti, che superino la separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica che la riforma scolastica gentiliana, ancora presente in Italia, ha introdotto, e che superi il pragmatismo che progredisce per prove ed errori. Legalità/illegalità C’è poi da chiedersi: come può esistere legalità in presenza di un aumento continuo del disordine legislativo e normativo? Si è sufficientemente consapevoli del fatto che l’informazione non aumenta con l’aumento esponenziale delle notizie? L’eccesso di dati, nasconde l’essenziale, mimetizza le cose da conoscere, rimuove fatti, procura dimenticanze e crea nuova ignoranza. Non può esistere cultura senza ricerca e riflessione. Lo stato moderno, la democrazia, come tutti sappiamo, si regge sul principio della separazione dei poteri. Montesquieu, studiando il modello che storicamente si era evoluto in tale direzione, quello inglese, ha ravvisato tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. In realtà, se Montesquieu avesse approfondito maggiormente la questione in Inghilterra, i poteri erano quattro, comprendendo anche la Camera dei Lords, espressione della nobiltà, con diritti ereditari, che univa in sé - e così è anche oggi - aspetti legislativi e poteri giudiziari. Il potere giudiziario della Camera dei Lords si è ad esempio esplicato in tempi recenti, nella vicenda della richiesta di estradizione del nazista cileno Augusto Pinochet, contrapponendosi ai tribunali locali. I poteri nello stato moderno sono molti di più: burocrazia, categorie economiche, Ordini professionali, Confessioni religiose, Sindacati, stampa e informazione in generale e per ultimo oggi la rete Internet. Essa ha e avrà un ruolo sempre più importante in futuro, soprattutto se usata in modo intelligente. Si deve poi distinguere tra poteri inerenti allo Stato, inteso nel senso generale, cioè con le sue articolazioni che dovrebbero più o meno assumere lo stesso modello, e poteri interni alla società, che debbono avere la loro autonomia di azione. Purtroppo nella società esistono anche i poteri criminali, che non vanno confusi con le azioni criminali che riguardano i singoli. Inoltre esiste il problema di superare il bicameralismo perfetto e una vera riforma dovrebbe dare al Senato della Repubblica il Potere di coerenza, cioè il potere di formare Testi unici, di delegiferare leggi obsolete, unificare provvedimenti, ecc. Ma quando si affronta il nodo dei poteri interni alla società, si devono prevedere degli organismi di controllo autonomi. È una questione di etica Si rifletta inoltre su alcune domande: è accettabile che un partito politico usi simboli che storicamente sono nati per un fine diverso da quello oggi utilizzato? La Lega lombarda storica è stata finanziata dal re di Sicilia, Guglielmo II d’Altavilla, e il nome di Alberto da Giussano non può essere usato dalla Lega di Bossi per sostenere posizioni antimeridionaliste. Il Leone di San Marco, con la spada nella zampa fu il simbolo di Venezia durante la guerra della Lega di Cambrai ed è stato la prima bandiera di Italia; il Va pensiero fu scritto come inno di liberazione dell’intera Italia dalle presenze straniere, ecc. È accettabile che tutto ciò non venga considerato un fatto grave e che non lo si faccia rilevare? È accettabile che dei giornali dimentichino i principi fondamentali della fisica raccontando sciocchezze e fandonie, senza riportare una teoria scientificamente alternativa? La scienza è riducibile a opinione? Qui nasce un problema etico. Certamente sull’etica si sono consumati fiumi d’inchiostro da parte di filosofi, di moralisti più o meno in buona fede e da parte di religiosi. Molto spesso più che fornire chiarimenti, hanno aumentato la confusione. In generale però si può affermare con Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, che l’etica è la scienza dell’agire pratico, dell’agire di tutti i giorni, del mio comportamento quando entro in relazione con me stesso e con gli altri. Qualcuno separa l’etica dalla politica in modo netto, poi è pronto a recuperare questa parola per convenienza. Allora cerchiamo di porre alcune questioni. La prevaricazione è un comportamento etico corretto? La richiesta di solidarietà, quando poteri criminali violano una legge, è un comportamento corretto o non è forse una richiesta di omertà? La lealtà deve essere reciproca o unilaterale? La non informazione sui casi in cui ci può essere diversità di opinione, è un comportamento etico corretto? Il non porsi i problemi generali è un comportamento etico corretto? La politica deve inseguire gli interessi particolari o quelli generali in linea di principio? Quando ci sono problemi sociali, ci possono essere delle eccezioni, purché non danneggino altri. Quando ci sono questioni sociali, si deve seguire per forza la strada della violazione della legge o bisogna ricordare che ci sono sempre mille possibilità e mille soluzioni ai problemi? La negazione degli aspetti scientifici, il rifiuto perfino della legge deterministica di causa ed effetto, è un comportamento etico corretto? Accettare la lottizzazione, che piace molto a certi quotidiani nazionali, è un comportamento etico corretto? I comportamenti etici possono essere, e dovrebbero essere, universali. Quando s’insulta qualcuno, evidentemente, si compie una scorrettezza etica, più o meno pesante. Ma anche quando su un giornale qualcuno accusa una persona di "disonesta intellettuale", pur sapendo che non è vero, si è di fronte a una scorrettezza perché viene falsata la realtà. Il fatto è assai grave, poiché scientemente finalizzato a sminuire l’operato di quella persona. Se poi il giornalista che ha raccolto il pettegolezzo non permette la replica o non la ricerca, commette una scorrettezza etica ancor più grave. Il cittadino deve aver la possibilità di rivolgersi a dei giurì terzi e non a delle commissioni disciplinari corporative. Il diritto societario e l’associazionismo hanno bisogno di una vera riforma. L’Italia è un paese ricco e i soldi ci sono: si deve mettere le mani nelle tasche dei ceti parassitari L’Italia è un Paese ricco, non solo per le immense riserve d’arte e di storia, ma per il suo patrimonio ambientale e per i prodotti che gli italiani col loro ingegno hanno saputo affermare nel tempo. Il dato grave sta nella non capacità dei governanti di assumerne un’effettiva valorizzazione economica e sociale. Stupisce che il sindaco della più grande città toscana, non conosca la storia della sua regione e della sua città e non sappia delle riforme di Pietro Leopoldo degli Asburgo-Lorena; stupisce che il presidente del Consiglio dei ministri in carica, non sappia applicare gli insegnamenti dei suoi conterranei Pietro e Alessandro Verri, di Cesare Beccaria e Giuseppe Parini e del trentino Carlo Firmian. Essi hanno dimostrato che anche in una situazione di crisi è possibile trovare le risorse economiche, purché lo si voglia, colpendo le attività improduttive e investendo in cultura, scuola, università, arte e teatro. All’epoca di Firmian, governatore di Milano, e di Pietro Leopoldo con il Censimento delle proprietà e la relativa tassazione tutto questo venne fatto, abolendo la tortura e la pena di morte. Alla proposta di introdurre un’imposta patrimoniale, il governo ha risposto che occorre un intervento europeo. In realtà si è dimostrata codardia, non avendo il coraggio di tassare i capitali virtuali, le transazioni finanziarie che non creano ricchezza, né producono investimenti nell’economia reale; nello stesso tempo non ci si rende conto che comunque tale capitale non è disponibile per l’economia reale e può essere esportato illegalmente. L’assurdo è che si rinuncia alla manutenzione d’infrastrutture come le ferrovie, si ricorre ai tagli dei convogli e non ci si rende conto che la rete ferroviaria è già competitiva, basterebbe modificare e coordinare gli orari. Si sa che, se si vuole rendere economica una linea ferroviaria, basta far correre i treni; i rami secchi esistono solo se si aboliscono i convogli. Nel frattempo nel servizio di trasporto pubblico urbano si taglia su autisti e manutentori, si espande il lavoro improduttivo e lo si paga profumatamente, quando le tecnologie informatiche potrebbero ridurlo quasi completamente. Stupisce che la Fiat per affrontare la crisi dell’automobile, invece di puntare su nuove tecnologie (che esistono e sono ormai mature) punti sulla seconda automobile per famiglia (cinquecento e panda) o anche sulla terza (Jeep). I decisori politici e i capitani d’industria appaiono miopi e lontani dalla concretezza dei bisogni e dall’economia reale e siano senza proposte effettivamente adeguate alla crisi. Non finiremo mai di rammaricarci e di denunciare il fatto che le corporazioni abbiano tanto potere di condizionamento e di interdizione e vivano esclusivamente di pratiche parassitarie, o anche che il giornalismo italiano, invece di informare, oscilli tra il servilismo e il depistaggio. Taluni giornalisti affermano che esistono le notizie in se stesse e che vanno pubblicate. Così trasformano fatti irrilevanti in notizie dato che, secondo la vera dinamica dell’informazione, quando qualcosa viene pubblicato, si trasforma in notizia. Al contrario fatti di grande rilievo vengono omessi e non diventano notizia, non essendo ritenuti degni di pubblicazione: in ciò quei giornalisti non adempiono al dovere di informazione che dovrebbe essere garantito dalla deontologia professionale. Francesco Prezzi - Trento

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