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L'UNIFICAZIONE EUROPEA FORZATA RISCHIA DI ESSERE UNA CAMICIA DI FORZA

A differenza degli Stati Uniti, la cui storia copre solo qualche centinaio d'anni, le nazioni europee hanno una storia millenaria che testimonia la massima espressione della civiltà umana. Ognuna di esse ha una propria lingua, una propria storia, una propria cultura, che sarebbe opportuno non considerare come degli impedimenti, ma piuttosto come dei valori da preservare. Cercare un comune denominatore e tutto ciò che crei unione anziché divisione è opera meritoria. Credo che non sia meritorio invece eccedere in questa direzione, operando una omogeneizzazione forzata finalizzata alla costituzione di uno Stato Unico. Mentre l'unione monetaria, purché realizzata in presenza di una Banca Centrale Europea con tutti i poteri che dovrebbe avere una Banca Nazionale, non rappresenta di per sé un fatto necessariamente negativo, molto più scettico sarei invece nei riguardi di un apparato amministrativo sovrastatale, ossia di un governo centrale, che espropri i singoli Stati europei della loro sovranità. Ogni Stato europeo ha una propria Costituzione, che non ha bisogno di essere cancellata o sostituita da qualsiasi altra. Un organo direttivo centrale dovrebbe assolvere a funzioni di indirizzo, coordinamento e mediazione senza sostituirsi ai Parlamenti nazionali, così come la Costituzione europea non dovrebbe cancellare le costituzioni nazionali per uno scontato principio dell'"ubi maior, minor cessat". In altri termini, essa non deve assomigliare a una camicia di forza, ma essere piuttosto un vestito largo e comodo, facendo propri i principi generali che sono il comune denominatore delle Carte costituzionali dei Paesi membri. Ritengo poi di fondamentale importanza che gli Stati che liberamente aderiscono all'Unione, altrettanto liberamente possano compiere il percorso inverso. Chi trova la strada per entrare deve trovare anche quella per uscire, senza dover ricorrere, ovviamente, ai carri armati: nella Costituzione deve perciò essere indicato' non solo il percorso per l'ingresso, ma anche quello per l'uscita, in modo che l’Unione sia una scelta libera e motivata e non una trappola e una costrizione. Il processo di unione tra Stati sovrani va governato e non forzato, come mi pare sia stato fatto negli ultimi tempi, provocando una fisiologica crisi di rigetto. Un governo centralizzato che si sostituisca ai governi nazionali fornisce quasi necessariamente risposte semplificate, e come tali inadeguate, rispetto ai problemi diversificati e alle realtà particolari dei Paesi che compongono l'Unione. Ho infatti il sospetto che le sfide che si profilano all’orizzonte possano essere meglio affrontate da una amministrazione capace di dare risposte modulate nei diversi territori dell'Unione, rispetto a una amministrazione unificatrice e burocratica. Non lo dico io, ma lo dice Darwin, che il mettere in atto soluzioni diversificate aiuta a trovare quella che meglio si confà alla situazione. La soluzione unica, che emerge da un unico contesto, non è detto che si riveli essere la migliore tra quelle possibili. Sono convinto che l'articolazione delle risposte e il pluralismo delle voci concorrano al progresso dell'umanità. Chi insiste a costruire un apparato di controllo mastodontico destinato a sacrificare il pluralismo in nome di una risposta unitaria fa una operazione che giova non certo alla dialettica democratica e alla libertà degli individui, ma piuttosto alla ristretta cerchia del potere politico, quello gestito nella "stanza dei bottoni", lontano dagli interessi della gente comune. Tale ristretta cerchia, contando sulla supina accettazione del popolo, crea le premesse per la costruzione di un Superstato destinato a espropriare progressivamente le singole nazioni della propria sovranità e del proprio potere decisionale, e gli individui della propria capacità di espressione politica, che viene ridotta di fatto, anche se apparentemente non di diritto. Con i più cordiali saluti.

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