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No alla vendita dei beni confiscati alle mafie

Egregio Direttore, in merito all’articolo di Franco Bechis, intitolato “Vendiamo i beni mafiosi. Valgono una finanziaria”, pubblicato da Libero il 3 agosto 2012, desideriamo specificare quanto segue: 1. riteniamo sia un errore politico e strategico pensare di vendere i beni confiscati alle mafie per ragioni finanziarie legate all’attuale crisi economica. Quelli confiscati, infatti, non sono assimilabili a qualsiasi altro tipo di beni. Una casa, un terreno, un’azienda appartenuta ad un boss mafioso ha una forte valenza simbolica sul territorio: rappresenta il suo potere criminale, basato sull’esercizio della violenza e dell’intimidazione; 2. se si procedesse alla vendita dei beni confiscati e, anche in un solo caso, uno di questi ritornasse nelle mani dei mafiosi, si otterrebbe il duplice effetto negativo di restituire ai criminali il potere perduto e di vanificare il complesso, articolato, difficile e lungo lavoro portato avanti da magistrati e investigatori; 3. nel 1995, un milione di cittadini ha firmato una petizione popolare lanciata da Libera che ha portato all’approvazione unanime della legge 109/96. Grazie a questo provvedimento, i beni immobili confiscati possono essere utilizzati per finalità di carattere sociale. In questo modo sono state create scuole, centri di recupero per ragazzi ex tossicodipendenti, cooperative agricole, dimostrando in tal modo che le mafie possono essere sconfitte dallo Stato; 4. l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è uno strumento indispensabile che le associazioni impegnate nel campo dell’antimafia sociale hanno richiesto al legislatore a partire dalla metà degli anni duemila. Oggi, per accrescerne l'efficienza operativa, essa va accompagnata da una cabina di regia con la presenza delle associazioni antimafia, delle organizzazioni del lavoro e dell'impresa e degli enti locali. La sua dotazione organica e finanziaria va decisamente potenziata. Le risorse economiche per andare verso questa direzione – e per contribuire a risanare le nostre finanze pubbliche – vanno trovate non vendendo i beni confiscati, ma contrastando efficacemente le mafie, la corruzione e l’evasione fiscale. Questo è possibile approvando norme che inaspriscano la lotta contro la “criminalità economica” e dei “colletti bianchi”, come ad esempio, il decreto anticorruzione; 5. le ipoteche costituiscono un ostacolo rilevante all’utilizzo sociale e aziendale dei beni confiscati. Il legislatore dovrebbe approvare un provvedimento ad hoc – come suggerito anche nel corso di un seminario nazionale promosso dal Centro Pio La Torre a Roma il 12 giugno scorso, alla presenza del Ministro Cancellieri – e un’apposita commissione ministeriale dovrebbe verificare se i mutui concessi dalle banche ai mafiosi (e ai loro prestanome) per l’acquisto dei beni successivamente confiscati sono stati dati effettuando con scrupolo tutti i controlli previsti dalla normativa. La storia, infatti, insegna che in diversi casi gli istituti bancari hanno concesso cospicue somme di denaro senza che il richiedente – il mafioso, o chi per lui – avesse presentato tutte le necessarie garanzie reali. Di queste situazioni dovrebbero risponderne direttamente le banche. Distinti saluti. Associazione Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie Pio La Torre - Centro Studi ed Iniziative Culturali CGIL – Ufficio Legalità e Sicurezza

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