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Note di Ferragosto: fichi, brufichi e zampagnuli

Perché pensare al Ferragosto solamente come culmine del rito modaiolo delle vacanze estive, con oceaniche migrazioni verso spiagge e monti e interminabili rosari di sagre enogastronomiche e feste varie, stile vip e non? La ricorrenza, a parere di chi scrive, merita considerazione anche sotto l’aspetto di sintesi, di celebrazione intensa e di sublimazione dei sapori, dei gusti e dei piaceri, che la stagione più attesa dell’anno reca con sé. Nel novero delle godurie per la soddisfazione del palato, occupano certamente un posto d’eccellenza i fichi, senza, beninteso, tralasciare, in parallelo, gli omonimi frutti di genere femminile. E’ ovvio che, fra le due apparentemente identiche accezioni di specialità, metta conto di fare non pochi distinguo, fra cui uno con sfaccettature del tutto particolari. I primi, ossia i fichi, risultano, oramai da molti anni, portatori di un handicap non indifferente: ancora prima di raggiungere lo stadio di maturazione, diventano, purtroppo in notevole quantità, verminosi, marciscono dentro e cadono in un poltiglioso guazzetto ai piedi dell’albero. Provvidenzialmente, una iattura analoga, non accade, nemmeno un po’, per le “gemelle” dell’altro genere, le quali tengono e campeggiano bene in auge, proprio specialmente d’estate. Ritornando alla “precipitazione” dei fichi, sembra che la relativa causa vada ricercata nell’abbandono da parte dell’uomo – contadini, agricoltori o semplicemente proprietari di detti alberi da frutta – di una vecchia, buona abitudine, consistente nel proteggere e cautelare l’ingrossamento e la maturazione dei succulenti frutti, mediante il ricorso ad un sistema naturale, quello dei “brufichi”, in corretto termine agricolo - tecnico, caprifichi. Nelle campagne, crescevano e, per la verità, tuttora crescono esemplari di piante di fichi selvatici (maschi?), i cui frutti, in dialetto “scattareddri” o “brufichi”, non arrivano mai a piena maturazione, registrando appena un rigonfiamento verso l’autunno e, ad ogni modo, non sono commestibili. E però, i “brufichi” hanno svolto per secoli un ruolo determinante a beneficio della produzione e del sano raccolto dei fichi commestibili e gustosi. In primavera, i contadini si procuravano discreti quantitativi di “brufichi” o “scattareddri”, passando poi ad appenderli, due o tre per ciascuna pianta, ai rami dei fichi “buoni”. Di buon mattino, i “brufichi” così penzolanti aprivano leggermente il loro muso, da cui fuoriusciva un insetto, lo “zampagnulo”, che, una volta all’aria aperta, si metteva a ronzare ore e ore, a mo’ di sentinella, intorno all’albero carico di copiose quantità di frutti maturandi. In tal modo roteando, lo “zampagnulo” sembra che riuscisse a tenere alla larga, dalla pianta di sua competenza, ogni altro tipo d’insetti, compresi quelli che, di solito, pizzicano i fichi e portano dentro ai medesimi sostanze dannose che ne provocano, giustappunto, il marcimento, la rovina e la caduta. Al compimento della mattinata, lo “zampagnulo” rientrava puntualmente nel suo alloggio all’interno del “brufico” o “scattareddru”, che dischiudeva opportunamente, per qualche istante, il muso, per poi rinserrarlo. Quanto riferito può apparire uno scherzo, un procedimento approssimativo e poco serio, forse anche per colpa dell’ignoranza dell’osservatore di strada scrivente (nei manuali tecnici, si parla di impollinazione, di insetti che portano polline da frutti maschi a fiori femminili); una cosa è comunque certa, il sistema funzionava immancabilmente e inappuntabilmente. Fino a che c’è stato il ricorso ai “brufichi” con i loro benedetti “zampagnuli”, non succedevano le misere ecatombe di fichi d’oggi giorno. Domanda: non sarebbe il caso di far ritorno all’antica? 17 agosto 2012 Rocco Boccadamo Lecce e.mail: rocco_b@alice.it

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