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ecco come sono corrotti certi giudici ne ho le prove anche un fresco laureato in giurisprudenza lo c

Lettera aperta LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI NON LA GIUSTIZIA!!! Premesso che sono padre di tre figli di cui - la prima di 43 anni, la seconda di 34 anni, entrambe disoccupate e il terzo figlio ancora studente di anni 17. ART. 18? Ma dove e quando è mai stato applicato, in quale film? Mi chiamo RENATO MARANGON. Sono stato assunto presso la Banca Popolare di Novara il 2 gennaio 1978. Ho lavorato presso l’Ufficio Legale della Sede Centrale dal 1995 al dicembre 1997, con mansioni di addetto alle procedure indagini della Magistratura. Nel dicembre 1997 sono stato trasferito all’Ufficio Beni Immobili. In data 21 maggio 2001 l’Azienda ha disposto il mio distacco presso la controllata SOGEPO SpA, poi divenuta ALETTI GESTIELLE SpA. Dal 1° settembre 2003 è venuto meno il distacco presso ALETTI ed il Banco Popolare di Verona e Novara, ora Banco Popolare, mi ha comunicato la soppressione del posto di lavoro da me occupato in precedenza, con conseguente individuazione del nuovo posto di lavoro presso l’Ufficio Contabilità Fornitori di Novara, proponendomi lo svolgimento di attività contabili, amministrative e di quadratura spese. Ho comunicato al Banco che non intendevo accettare il suddetto incarico nei termini propostimi, esprimendo il desiderio di un reintegro presso l’Ufficio Legale, considerata la mia precedente esperienza lavorativa. In risposta, il Banco mi ha fatto presente, a fine agosto 2003, che l’Istituto intendeva esaminare la mia posizione per adottare diverse soluzioni, fissando d’ufficio un turno di ferie di 10 giorni lavorativi e riservandosi di fornirmi ulteriori comunicazioni. Faccio notare che di ferie avevo solo 6 giorni! Infine, con sua del 29 settembre 2003, il Banco ha dichiarato formalmente il recesso dal rapporto di lavoro con decorrenza immediata, con la seguente causa: (non essendo riuscito ad individuare "alcuna ulteriore posizione lavorativa presso la quale potevo essere proficuamente collocato", sono stato licenziato senza giusta causa). Da parte mia ho intrapreso le opportune iniziative legali a tutela dei miei interessi, dalle quali è scaturita una causa per illegittimo licenziamento discriminatorio e per demansionamento. In data 7 febbraio 2007 il Tribunale di Novara, in funzione di Giudice del Lavoro, ha condannato il Banco Popolare di Verona e Novara scarl al risarcimento dei danni a favore del sottoscritto, a seguito del demansionamento, senza tuttavia pronunciarsi in merito al licenziamento. Dietro consiglio del mio Legale di fiducia ho proposto ricorso in sede di appello, affinché venissero riconosciute le mie ragioni (soprattutto in tema di LICENZIAMENTO DISCRIMINATORIO). La Corte d’Appello di Torino – Sezione del Lavoro, in data 15 luglio 2008, ha respinto l’appello principale, mandando assolto il Banco Popolare di Verona e Novara scarl da ogni pretesa e condannando il sottoscritto alla restituzione delle somme ricevute in forza della sentenza di primo grado, oltre alle spese legali per entrambi i gradi di giudizio! Tutto ciò premesso, mi domando in base a quali criteri funzioni la cosiddetta Giustizia oggi, in Italia, considerato che un onesto cittadino è costretto a dibattersi fra le spire di un sistema così tortuoso e perverso, esponendosi in prima persona e sostenendo costi spropositati, nella speranza di veder riconosciuti i propri diritti. Mi chiedo, inoltre: la giustizia da che parte sta? Quali speranze ha un cittadino che si rivolge alla Giustizia, se poi di fatto questa giustizia emana un’ingiustizia, come emerge in modo chiaro e inequivocabile dalla mia vicenda? Il cittadino non ha bisogno di questo tipo di giustizia! Perché certi giudici commettono degli errori così evidenti? Anche un fresco laureato in giurisprudenza sarebbe in grado di rilevarlo. Com’è possibile che due sentenze siano in così netto contrasto tra di loro? Perché è stata trattata la parte economica e non il licenziamento, in entrambe le sentenze? Mi sono rivolto per ultimo, alla Corte di Cassazione, con sentenza dell’11 agosto 2011 ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Torino, rigettando il ricorso. La banca con la connivenza dei giudici della Corte d’Appello di Torino, mi ha rovinato: attualmente verso in totale stato di esaurimento e depressione, a parte lo smarrimento conseguente a una tale assurdità devastante per me e la mia famiglia. Il mio stato di salute si sta aggravando giorno dopo giorno, unitamente alla mia condizione economica. Tutto ciò premesso, mi resta una convinzione, l’unica certezza in questa triste e squallida vicenda processuale: uno dei due gradi di giudizio ha preso una sonora cantonata; quale dei due? . Si aggiunge anche il giudizio finale (3° grado della Suprema Corte di Cassazione), confermando la sentenza della Corte d’Appello di Torino, sottovalutando l’esame del CTU medica e non tenendo in considerazione il .C.C.N.L. di categoria Bancari. E il caso di dire; Oltre la beffa il danno…Tutto ciò, sono pronto a testimoniarlo personalmente con ulteriori documenti comprovante che tutto ciò che dico corrisponde a verità. Nella speranza di essere interpellato per raccontare il resto della triste vicenda, ringrazio e invio cordiali saluti. SI TOGLIE AI POVERI PER DARE AI RICCHI Renato Marangon e, mail: renato.marangon@alice.it P.S. trattasi di un semplice licenziamento, voglio evidenziare che ci sono voluti 9 anni per la sentenza finale. Così funziona la giustizia in Italia. Poiché sono vittima di una ingiustizia sociale e di un licenziamento discriminatorio e vessatorio, sono a disposizione di tutte le testate giornalistiche e televisive. Visto che Art. 18 è tanto decantato in questo momento. Trattasi di un licenziamento discriminatorio!!! Desidero raccontare in pubblico e rendere pubblica la mia vicenda personale senza nascondere nulla e spiegare nei dettagli l’ingiustizia subita, prima dal datore di lavoro Banco Popolare di Verona, poi dalla Magistratura, con le loro squallide sentenze da brivido, per dimostrare come funziona la giustizia in Italia, soprattutto nei confronti dei più deboli. In allegato trasmetto: Ricorso e sentenza della Suprema Corte di Cassazione Renato Marangon

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