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Intercettazioni e ascolto dei dialoghi col difensore, la riforma mancata

Ho avuto il privilegio, qualche anno fa, di partecipare – a titolo professionale – alle audizioni in Commissione Giustizia alla Camera, in materia d’intercettazioni nel procedimento penale, rispondendo ad interpellanze dei vari partiti nonché a talune perplessità espresse dalla Presidente Bongiorno, relative alla questione della necessità di prevedere delle sanzioni avverso l’ascolto indebito delle comunicazioni tra difensore e parte assistita. Ho invero più volte vissuto in prima persona l’imbarazzante situazione di vedermi trascritte, nel fascicolo del procedimento, le conversazioni telefoniche avute con l’indagato. Non meno sconcerto ho provato nel trovarmi riportate nelle pagine di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – redatta dal G.I.P., in supino accoglimento delle richieste del P.M. (l’ultimo fatto è accaduto a Roma, nel 2011, correttamente censurato in sede di Riesame) – le stampate di e-mail scambiate con la persona che difendevo, citata quale prova da cui si evinceva il dolo o altri elementi del reato. Spesso, insomma, dette intercettazioni sono addirittura poste da taluni magistrati tout court a fondamento delle richieste giudiziarie interdittive e restrittive (dai sequestri alla privazione della libertà personale) che non potrebbero minimamente poggiare su tali basi probatorie. I casi si sprecano, perché è all’ordine del giorno la pessima abitudine – di qualche Procura della Repubblica – di ascoltare imperterrita qualsivoglia colloquio o d’intercettare qualsiasi tipo di messaggio comunicativo e di persistere nella condotta anche quando emerga chiaramente che si tratta di “comunicazione per fini di giustizia”, come tale sottratta al penetrante controllo dell’Autorità (salvo il caso si commettano gravi delitti, il che - nella fattispecie - non era affatto!). Mi si è replicato, discutendone in Parlamento, che già la violazione è assistita dalla sanzione processuale della “inutilizzabilità”, per la successiva fase processuale che ne impedisce la produzione/lettura in aula. Una precisazione peraltro, a questo punto, va doverosamente fatta, in forza dell’esperienza ventennale maturata come penalista: di regola, il P.M. è ontologicamente “Parte”, cioè avversario dell’indagato, già anteriormente al formale esercizio dell’azione penale, come viceversa dovrebbe verificarsi, secondo l’insegnamento dei sacri testi di procedura penale. La circostanza più sconcertante – certo ignorata dai più, siccome cittadini non avvezzi alle pesanti storture dei meccanismi processuali - è data dal fatto che se l’avversario (il P.M., appunto) procede all’ascolto dei colloqui tra indagato e suo difensore, allora già (per ciò solo) egli è posto in una situazione d’enorme vantaggio, nella disputa processuale che si accinge ad affrontare col difensore. È come (mi si perdoni il paragone bellico) se un esercito, che si appresta a fronteggiare le orde nemiche, disponesse d’ottime vedette, in grado di percepire, dall’alto d’un colle ben celato all’occhio avversario, mosse e strategie delle truppe che dovrà combattere, comprenderne le ansie per l’inefficacia di taluni strumenti difensivi o le preoccupazioni per i fronti scoperti che una subitanea mossa del rivale potrebbe annientare, mentre l’altra armata non disponga di siffatte preziose informazioni sulla tattica e la strategia dell’avversario. Limitarsi supinamente a sostenere che v’è l’inutilizzabilità processuale è come dire che l’acqua è bagnata, ovverosia che la difesa sì, è parte, ma …menomata, potendo l’occhio e l’orecchio dell’uno udire e comprendere – e quindi anticipare – ogni mossa dell’altro, vanificandola. Si pensi a conversazioni inerenti al nome d’un testimone da chiamare, magari a sorpresa a prova contraria, al contenuto d’investigazioni difensive da compiere da parte del patrono dell’indagato, oppure alla scelta di un rito in alternativa ad un altro premiale, con le connesse valutazioni di opportunità, etc. etc. Occorre invece che, non appena le Procure captino colloqui e/o messaggi tra indagato e difensore, le operazioni di ascolto vengano immediatamente interrotte e si rediga verbale a cura della polizia giudiziaria procedente, in cui venga dato atto della ragione dell’intervenuta sospensione temporanea dell’intercettazione. E bisogna, altresì, che siano espressamente contemplate, nel codice di rito penale o in quello sostanziale, delle sanzioni penali e disciplinari a carico di coloro che proseguano l’ascolto, a dispetto dell’emergere inequivoco d’elementi da cui desumere la necessità di troncare l’attività captativa, sia pur legittimamente intrapresa. I teknocrati e i politici vecchio stampo, invece, oggi puntano l’indice sulle prerogative di alcuni organi di Stato a non farsi intercettare, sulla privacy da riservare a coloro che nell’ascolto sono solo attinti da indagini che concerno altri, sulla compressione del diritto di cronaca. Da quando esercito la professione forense è la prima volta, peraltro, che concordo con quanto asserito dal Procuratore Generale di Torino, Maddalena (CorSera, 20.08.12, Serve una nuova legge che tuteli indagini e riservatezza), secondo cui “Il processo non viene svolto per dare materiale alla cronaca, ma per tutelare dei valori costituzionali che sono rappresentati dal codice penale; ovviamente, nei limiti stabiliti, ci dev’essere un momento di pubblicità; ma con limiti precisi”. Orbene, si traccino qui limiti ben precisi. Ma non si disperda affatto la cultura del “giusto processo” che deve permeare e improntare ogni azione della magistratura, in particolare di quella inquirente, dandosi così immanente attuazione al dettato costituzionale di cui all’art. 24, comma 1, Cost., troppo spesso obliterato da malaccorte indagini preliminari: “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Si riprenda quindi la discussione in ordine ai temi della giustizia, troppo a lungo strozzati da contese lontane dalle esigenze dei cittadini, e si affrontino lealmente i molti nodi irrisolti. L’intercettazione dei dialoghi indagato/difensore, quale insidiosissima attività d’indagine attualmente priva di un’effettiva sanzione penale, è quanto di più abominevole possa immaginarsi, in una Nazione che è stata – e dovrebbe tornare ad essere restare – culla del diritto.

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