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Quota 96

Gentile Direttore, Le scrivo per rappresentare l’indignazione di circa tremila lavoratori della scuola che stanno scontando sulla loro pelle un errore ‘tecnico’ della riforma pensionistica firmata da Elsa Fornero. Come è noto, quel provvedimento contiene una giusta ‘norma di salvaguardia’, che consente di andare in pensione con le ‘regole previgenti’ ai lavoratori che entro il 31.12.2011 – cioè entro il termine dell’anno solare in cui la riforma è stata emanata – ne abbiano maturato i requisiti. L’errore di cui parlo consiste nel fatto che questa norma non ha tenuto conto della specificità, lavorativa e quindi pensionistica, del ‘Comparto Scuola’, da sempre sottoposto, per garantire il buon funzionamento delle istituzioni scolastiche, a un regime speciale, consacrato da norme tuttora in vigore (la Legge 449/97 e il D.P.R. 351/98), che vincola le cessazioni dal servizio alla conclusione dell’anno scolastico (attualmente, il 31 agosto). Per conseguenza, il personale della scuola può uscire dal lavoro (per dimissioni e/o pensionamenti) in un’unica data: il 1° settembre. Se commisurata a questo regime speciale, la salvaguardia al 31.12.2011 risulta lacunosa e discriminatoria, perché non consente al personale della scuola di conteggiare per intero i requisiti pensionistici maturati nel corso dell’anno scolastico in cui la riforma è entrata in vigore (cioè, fino al 31 agosto 2012), con un effetto oggettivamente retroattivo. È così avvenuto che, per la prima e unica volta nella storia dei pensionamenti scolastici, alcune migliaia di malcapitati (docenti e non) si son visti privati di un diritto virtualmente acquisito all’inizio dell’anno scolastico cui sono, per legge, vincolati; con la conseguenza che, ricadendo nelle severissime regole imposte dalla riforma Fornero, sarebbero costretti a rimanere in servizio per altri anni (fino a un massimo di sette). Lo sdegno nasce, oltre che dalla constatazione di un errore (ancor più grave in quanto concepito da illustri cattedratici), dallo sconcertante comportamento del Governo ‘tecnico’. L’esecutivo infatti, messo di fronte a questa pesante incongruenza, ha in un primo momento dichiarato solennemente di volerla sanare, dando il proprio assenso a un ordine del giorno della Camera che lo impegnava a spostare al 31 agosto 2012 la data utile per il conseguimento dei requisiti pensionistici del comparto scuola secondo le ‘norme previgenti’; ma in seguito, per ben due volte (in occasione dei decreti ‘Milleproroghe’ e Spending review), ha posto il veto agli emendamenti che si proponevano di correggerla. E lo ha fatto, a scherno dei lavoratori coinvolti, continuando seraficamente a riconoscere la pertinenza del provvedimento, ma opponendo l’indisponibilità delle risorse necessarie a realizzarlo. A completamento della beffa, ha poi perpetrato un vero pasticcio: facendo approvare un emendamento alla spending review che con una mano ha riconosciuto la data del 31 agosto come data utile al conseguimento dei diritti pensionistici secondo le vecchie regole e con l’altra ne ha limitato la validità ai soli docenti in esubero, escludendo i docenti non in esubero e i non docenti. Dinanzi all’offesa di un simile trattamento, i lavoratori interessati, a partire dai quasi settecento organizzati nel Comitato Civico “Quota 96”, si son visti costretti alle vie legali, con una valanga di ricorsi nelle sedi ritenute competenti (tar, Giudici del Lavoro, Corte dei Conti). Ma, in attesa che vengano riconosciute le loro ragioni, si chiedono: Lavorare nella scuola, educare le future generazioni è diventata una colpa così grave da giustificare qualsiasi sopruso? È tollerabile che la Legge diventi una lotteria; che vi si possa tranquillamente consumare l’arbitrio e la casualità? Come giudicherebbe un contribuente che alle legittime richieste del Fisco rispondesse: «Per il momento non ho soldi. Ripassate quando sarò in grado di pagare. E anche allora, sappiate che pagherò quanto pare a me?». Cordiali saluti Antonio Pane Segretario del Comitato Civico “Quota 96”

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