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a Romano Battaglia

“Scrivo con molta semplicità, con molta umiltà, perché sono le strade che portano alla sintesi della saggezza e della sapienza. Due percorsi che ci danno la possibilità di incontrare la vita in un filo d’erba. ” ( Romano Battaglia ) Romano Battaglia è morto. Chi lo desidera, può andare a “visitarlo” direttamente sul suo sito che, al momento, lo tiene ancora in vita: www.romanobattaglia.it Abbiamo lavorato insieme su una rivista che si chiama COMUNICA. L’editore aveva investito molto sulla sua firma, indubbiamente era un interessante richiamo. Un giorno fui chiamato e mi fu riferito che Battaglia non collaborava più con la rivista, causa il suo compenso eccessivo…ben 200 euro ad articolo! Si aggiunga che era un mensile. Sono stato sempre grato a momenti come questi. Momenti che mi hanno sempre dato la possibilità, il privilegio di mettermi alla prova. Alla fine della comunicazione, lo stesso giorno, mandai al diavolo l’intera redazione. Ricordi, Romano? Il capitolo 20 del “ il figlio del destino” è dedicato a Te, amico mio. l’incredibile Con quelle ultime parole, don Claudio aveva abbracciato e salutato Alberto. Marco era già sotto casa che aspettava, puntuale come sempre. La macchina ripartì in fretta mentre Alberto, per l’ennesima volta, cercava disperatamente le chiavi di casa tra la moltitudine delle tasche del leggero soprabito. Sempre così, sempre la convinzione di averle definitivamente perse per poi ritrovarle chiuse nel pugno della sua mano, facilmente riconoscibili al primo tatto, contatto. La reazione era sempre di sfiorarle, come fosse un bacio, in segno di ringraziamento. Una forma di scaramanzia mai ammessa, bensì sottomessa a una fede mai riconosciuta fino in fondo. L’ascensore, come da consuetudine, era fermo per manutenzione. La cosa non lo disturbò più di tanto, ci aveva fatto quasi l’abitudine. La chiave faticò a entrare nella porta di casa e per Alberto, questo genere di cose, rappresentavano un segnale. Scaramanzia non ammessa, ovviamente. Il buio s’impossessò della sua vista e non pensò di accendere subito la luce: attese. L’odore di chiuso dei giorni passati era strano, non identificabile, misto a uno strano profumo di rose fresche. Dal salotto proveniva un leggero bagliore, cosa che lo stupì convinto del fatto che avesse spento tutto prima di partire. Il rumore di un bicchiere risuonò violentemente in quel silenzio irreale. Anche questo fatto era molto strano. Un cerchio di fumo di una sigaretta s’intravvedeva appena allargandosi progressivamente nell’aria fino a sparire. Un passo felpato ruppe l’ultimo indugio: c’era qualcuno. Istintivamente cercò l’interruttore ma senza riuscirci. Il sudore si stava impadronendo delle sue mani. Il rumore di quei misteriosi passi diveniva sempre più evidente fino ad assomigliare a una leggera corsa, di chi sa che sta per essere scoperto. Con tutto il fiato che aveva in gola urlò: << Chi c’è? >> Il silenzio tornò a impossessarsi di quell’ambiente irreale fino a udire un leggerissimo gemito. La luce dal salotto si faceva sempre più forte e i riverberi si diffondevano tra le pareti. << Insomma, chi c’è? >> scandì con voce tuonante. Puntualmente il flebile gemito tornò a farsi udire. Improvvisamente tutte le luci si accesero e di fronte a sé vide una cosa incredibile: sulla sua poltrona, appoggiato allo schienale di pelle, riconobbe il suo quadro. Appariva sulla tela l’immagine della donna in una forza di luce mai vista prima con quel suo vestito rosso, intenso, quasi vero. Il volto della donna sembrava sorridere, quasi a quietarlo per quel suo stato di agitazione. Alberto si avvicinò lentamente con l’intento di riporlo al suo posto, sulla parete sopra il lume. Allungò le braccia ma la figura sulla tela sembrava rimpicciolirsi, fino a sparire. Provò ad allontanarsi e l’immagine ritornava alla sua dimensione originale. Più si allontanava e più essa s’ingrandiva. Più si avvicinava e più si rimpiccioliva. Qual era il significato di tutto questo? Decise, allora, di sedersi sulla sedia dietro il piccolo tavolo. Aveva bisogno di bere e mentre stava realizzando di alzarsi per prendere un bicchiere avvenne ciò che i suoi occhi mai avrebbero immaginato di vedere. Il bicchiere di cristallo, il suo, volteggiava nell’aria come un aquilone spinto da poco vento, dando l’impressione di cadere da un momento all’altro. Poi, lentamente si posò sul tavolo. Avrebbe dovuto avere paura ma una strana calma si era impossessata della sua persona. Estrasse dalla tasca della giacca il suo telefonino e chiamò Marco. << Siamo sul raccordo anulare, tra un poco entreremo in autostrada>> rispose il ragazzo senza ricevere alcuna domanda. << Passami don Claudio, per favore >> la sua voce era quasi irriconoscibile. Se non fosse stato che il suo numero era in memoria col suo nome sul telefono, di sicuro non sarebbe stato riconosciuto. << Che c’è Alberto, già ti manco? >> chiese il prete con fare dolce. << Don Claudio, sono a casa >> rispose con un filo di voce. << Lo immagino, dovrai pur preparare le valigie >>. << Qui stanno accadendo cose strane e se non si trattasse della sua persona, che mi conosce, non mi sognerei mai di raccontare>>. << Spiegati meglio >> il tono era diventato serio. << Sento rumori strani, avvengono cose inspiegabili fino a vedere il mio bicchiere volare>>. <> rispose freddamente don Claudio. << Pensavo si dicesse telecinesi >> osservò Alberto. << Fino alla fine dell’ottocento si chiamava così ma poi, nei primi anni del novecento il termine è mutato in psicocinesi >>, precisò con notevole proprietà di linguaggio. << Anzi, per dirla tutta – continuò con tono fermo- sono presenti, nel tuo caso, entrambi i fenomeni di Macro e Micro Psicocinesi >>. << E cosa significano macro e micro psicocinesi? >> continuava a chiedere Alberto, non rendendosi conto che, forse, in quel momento bisognava prima capire cosa stesse accadendo. << Micro significa che i fenomeni sono impercettibili come la variazione della temperatura del corpo o leggere modifiche ambientali mentre per Macro sono quegli avvenimenti che si possono osservare a occhio nudo come lo spostamento di un oggetto>>. <> chiese Alberto con tono più incuriosito che allarmato. << Quello lo hai già, sono esorcista da molti anni. Ora chiedo a Marco di fare inversione di marcia con l’auto e arrivo subito da te >>. Alberto non ebbe la forza di ribattere, il fatto che don Claudio lo avrebbe raggiunto e, per di più, che fosse anche esorcista gli infondeva una comprensibile tranquillità. Appena conclusa la telefonata, il gemito tornò a farsi sentire. La provenienza, non c’era dubbio, proveniva dal quadro. Non era un gemito di dolore né di piacere, sembrava un suono atono che stava cercando di dire qualcosa. Alberto provò a riavvicinarsi al quadro e con sua grande sorpresa notò che l’immagine della donna aveva smesso di ingrandirsi o rimpicciolirsi. Mosso da un’inspiegabile forza, sentì l’esigenza di accarezzare la cornice fino a inserire la sua mano tremante sulla tela, sul suo volto. Udì nuovamente il gemito e nel ritrarre la mano, si accorse che le sue dita erano bagnate. Provò poi a sollevarlo per restituirgli la sua naturale posizione, sulla parete. Il peso era enorme, sembrava che stesse sollevando cinquanta o sessanta chili. Il peso di una persona, pensò. Il timore che il chiodo non reggesse quell’anomalo peso lo fece tentennare ma, più si avvicinava al muro e più diventava leggero. Il chiodo resse tranquillamente e il quadro sembrava più bello che mai. Anche il corpo della donna sembrava volare, ma all’interno di quella misteriosa tela. Alberto cercò di calmarsi, sembrava che i fenomeni si fossero placati. Guardingo si era seduto di lato sulla piccola poltrona, dove prima c’era il quadro. L’atmosfera era strana, un qualcosa di non ben definito. Non si capiva bene se fosse la fine di una tempesta o appena il preludio. Forse era questo che gli trasmetteva una particolare ansia. La luce si era normalizzata e il bicchiere era fermo sul tavolo. Lentamente si girava intorno per controllare che tutto fosse in ordine. All’improvviso la radio iniziò a trasmettere, ad altissimo volume, un programma di un’emittente sconosciuta, non italiana. Si alzò per cercare di spegnerla ma invano. Provò allora a cambiare la stazione e un fruscio gli permise di ascoltare voci lontane. Sembrava un’interferenza, non comprendeva le parole ma riuscì a individuarne le voci. Una era la sua. L’altra voce si sentiva lontano, ebbe la sensazione che stesse parlando con qualcuno. La sensazione fu di una registrazione. Si sforzò di sintonizzare meglio la frequenza ma la radio, in quel momento, si spense. Per evitare nuove sorprese pensò bene di staccare la spina. Tornò a sedersi mentre aveva ripreso a sudare maledettamente. Appoggiò la testa sulla fredde pelle cercando di rilassarsi. La situazione era difficile, chiunque al suo posto sarebbe scappato via ma egli si sentiva legato e, cosa più importante, non avvertiva alcuna paura. Il bisogno di capire, di andare fino in fondo era più forte che qualsiasi altra cosa. Dalla strada non proveniva, contrariamente al solito, nessun rumore. Perfino il traffico sembrava sparito, non si udiva neppure un motore che a quell’ora, come consuetudine, rimbombava all’interno della casa. Si alzò lentamente per dirigersi in cucina, aveva bisogno di bere dell’acqua. Le gambe erano diventate pesanti e riusciva a muoversi pesantemente, quei pochi passi sembravano interminabili, lunghi come chilometri. L’acqua ristoratrice restituì la forza per tornare davanti al quadro. Sembrava che la donna del dipinto lo stesse osservando come mai era successo prima. Alberto decise di sfidare quel momento e ricambiò lo sguardo con medesima sicurezza. Sembrò di vederla sorridere di fronte a questa sua decisione, quasi schernirlo. Si adagiò, in segno di resa, su una sedia poco distante da lui. Sentì lo scricchiolio del legno, si rese conto che stava cedendo e si alzò immediatamente. Tornò a sedersi nuovamente sulla poltrona. Ebbe quasi l’impressione che fosse un segnale, un ordine. Tornò a cercare il cellulare per telefonare a Marco ma la batteria era oramai completamente scarica. Si alzò per cercare il telefono di casa ma sentì il peso del corpo appesantirsi tremendamente. Doveva restare fermo, immobile. Ecco, questo era il segnale: doveva stare seduto su quella poltrona e non muoversi. Il tempo trascorso non era quantificabile e lui sapeva che di tempo non ne aveva molto se non voleva perdere l’aereo. La stanza iniziò a girargli vertiginosamente, un senso di profonda nausea s’impossessò del suo stomaco ma si sentiva legato, non riusciva più a muoversi. Cercò di riprendere con le poche forze rimastegli in pugno la situazione ma era come combattere contro un gigante. Allora decise di quietarsi e con un braccio raccolse un giornale situato non lontano dai suoi piedi. Provò lentamente a chinarsi ma il movimento, sebbene lento, provocò quasi un conato di vomito. Si fermò, fece un lungo respiro cercando di incamerare la maggior aria possibile e al secondo tentativo prese quei fogli. Il giornale era di giorni addietro e sulla prima pagina della cronaca locale c’era la notizia della donna morta in stazione, Luisa. Per circostanze misteriose c’era la sua fotografia di quando erano assieme. Come poteva essere possibile? Il suo volto lo ricondusse ai tempi passati. I lineamenti erano indistinguibili, come la sua bellezza. Poi alzò lo sguardo e osservò il quadro, il volto di quel dipinto. Si sentì mancare quando si accorse che le due donne erano davvero identiche. Eppure non si era mai accorto di quella somiglianza, ed era assurdo ciò che stava accadendo, o meglio, costatando. Ora quel volto aveva smesso di sorridere e lentamente tutte le figure presenti sul quadro stavano riemergendo, come tesori di un’antica nave che tornano a galla. Recluso sulla sua poltrona, la sua mente stava ripercorrendo i giorni di quell’amore. Lo stesso amore che gli dava coraggio anche in momenti simili. L’amore che sembrava immortale ma che il destino aveva deciso di punire con la solita ironia con la quale accompagna, sovente, gli uomini e le donne lungo il percorso di un viaggio chiamato vita. All’improvviso la luce divenne intermittente. Il rumore di pesanti passi si fece sempre più lacerante e distinto. Provò a girare la testa per potersi rendere conto di ciò che stava accadendo, ma era come immobilizzato. I passi che frettolosamente indicavano un contatto imminente, distinsero perfino il respiro fino a sentire una pesante mano sulla spalla. …continua buona domenica!

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