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Parlando di C. M. Martini. Senza infingimenti

Il cardinal Martini non era un gran biblista; era un buon biblista, con uno spiccato complesso d'inferiorità nei confronti dei suoi colleghi protestanti. Un atteggiamento che, peraltro, apparertiene a molti esegeti cattolici. Il cardinal Martini non è stato un grande arcivescovo: ha creato, nel semplice popolo di Dio, confusione e sconcerto con iniziative e affermazioni arrischiate e, in qualche caso, obiettivamente apostatiche. Affermazioni forse spendibili in un cenacolo intellettuale ma certo pericolose se pronunziate da un pastore di anime. Il cardinal Martini era - così credo - personalmente un santo. Ma la santità individuale non protegge da errori nel governo di una diocesi e della Chiesa stessa. La vicenda di Giovanni Paolo II è lì a dimostrarlo. Egli vive nella gloria dei Santi. Ma le sue scelte hanno devastato, impoverito, rattrappito la Chiesa. Solo in casi rarissimi, un santo è anche un uomo capace di guidare un gregge vasto e bisognoso di sentir parlare di Dio, della vita eterna, delle cose ultime. Del bene e del male. Non di ascoltare dotte dissertazioni sulla differenza tra "pregare insieme" e "insieme per pregare". O simili, sconsolanti sottigliezze. Albino Luciani - Giovanni Paolo I - aveva il raro dono della santità, della sapientia cordis e, insieme, di una umile ma sicurissima dottrina. Ma Dio, nei Suoi disegni misteriosi, lo ha mostrato ma non abbastanza concesso alla Chiesa.

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