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Legge 40

Gentilissimo direttore, recentemente ho letto con attenzione l’ intervento di Filippo facci su Libero relativamente alla bocciatura da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo, della legge 40 sulla procreazione assistita. Ho scritto al dott. Facci tramite la vostra redazione, non avendo avuto risposta mi rivolgo a Lei perché faccia da tramite. Mi scuso del disturbo e La ringrazio La saluto cordialmente. Gentilissimo dott. Facci, Sono davvero deluso dalle Sue argomentazioni e dal tono usato nell’articolo in questione. Innanzi tutto l’accusa per cui “la legge 40 […]è una legge medievale, fatta solo per compiacere il vaticano” mi sembra davvero inconsistente. La tentazione di catalogare chi ha un’idea diversa dalla propria, tutto sommato, come un idiota, o un criminale, o un venduto al soldo del padrone, è sempre in agguato in tutti, ed è presente persino in chi, come Lei, dovrebbe avere sperimentato sulla propria pelle quanto questo modo di fare sia indegno. È dunque doppiamente penoso che un tale atteggiamento emerga da un Suo scritto. Quando diciassette anni fa, davanti ad un ecografo, vidi pulsare, per la prima volta, il cuore di mio figlio Giovanni, ricordo che mi chiesi: “Chi sei tu?”. La prima domanda non è stata “Sarà sano?” perché questa questione presuppone un dato, qualcosa, o qualcuno che c’è. La risposta è stata: “Tu sei mio figlio”. Se, con tutte le attenuanti delle migliori intenzioni, comprese quelle di non farlo soffrire, a vessi eliminato quel punto pulsante nel ventre di mia moglie, avrei eliminato mio figlio. In secondo luogo, il riferimento alle leggi “inumane da medio evo” si commenta da sé. Quest’immagine dell’epoca che ha fondato la civiltà occidentale come “buia”,esiste oramai solo nel luogo comune, sempre indiscutibile, e in chi lo perpetua ad onta della storia e dell’esperienza. Già, dell’esperienza. Perché non c’è città o borgo che ospiti una cattedrale una chiesetta, un castello, un manufatto medievale che non ci attragga per il fascino della sua bellezza. Una bellezza prodotta da un’umanità educata dalla chiesa i cui monaci hanno preservato e trasmesso a noi una civiltà che cristiana non era, quella classica, per una stima profonda dell’umano. Un’umanità, quella medievale, che si riconosceva nell’immagine dei nani sulle spalle dei giganti (Altro che chiusura integralista!). Una cultura, quella dell’epoca di Dante, San Francesco e San Tommaso, che certa che “Dio è tutto in tutto” ha creato l’Università e il concetto di persona, il cui fondamento non è né l’identità religiosa né l’idoneità psico-fisica, né le buone intenzioni dei genitori né quelle delle ideologie totalitarie volte ad impedire la sofferenza. Questo, infatti, è impossibile. A tal proposito mi è ritornato in mente un Suo pezzo di qualche anno fa sul tema dell’eutanasia. In esso Lei faceva riferimento ad una tacita intesa, tra Lei e Suo padre, da mettere in atto quando la vita non sarebbe più stata sopportabile. Sarebbe bastato uno sguardo, scriveva. Quest’estate mi è capitato di dovere assistere mio papà in ospedale per due settimane. Mio padre è un contadino siciliano di settantotto anni. Abita da solo, è ancora ben piantato come un albero d’ulivo e non era mai stato ricoverato in ospedale. Il punto oltre il quale, guardando alla vecchiaia, non vuole andare è quello della dipendenza, il cui simbolo è il pisciarsi addosso. Ebbene, in ospedale è successo, ero con lui. “Forza – gli ho detto - ecco le cose pulite, non perdiamo tempo”. Il suo valore e quello di ciò che accadeva in quel momento sono passati in uno sguardo. Per me, il contenuto di domanda che si trovava nell’incontro dei nostri occhi è stato: “Tu chi sei?”, e, nello stesso istante, la risposta: “Tu sei mio padre”. E lui, in quella risposta, si è riconosciuto.

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