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le non-colpe di Marchionne

Ogni manager valuta alcuni elementi prima di improntare i suoi piani futuri: quantità di denaro in cassa, possibilità di investimento, tempi di rientro dall'investimento, facilità nel gestire i rapporti con il mondo operaio e politico e non ultimo, il fattore “campo”. Marchionne e la sua Fiat-Chrystler sono sotto attacco da parte di tutti: sindacati, politici, operai ma anche da parte degli italiani qualunquisti, che nella loro esterofilia, devono sempre condannare ciò che avviene nel proprio paese. Il mercato dell'auto è molto complesso e la crisi economica nel vecchio Continente non sembra essersi conclusa. C'è un grosso problema che accomuna i destini di Fiat-Opel-Gm-Psa: la sovrapproduzione degli impianti, troppo grandi per le attuali esigenze del mercato e troppo poco efficienti in termini di produttività. La Fiat allo stato attuale non può restare in Italia e Marchionne lo sa. Diversificare la produzione non basta se il cliente non ha soldi da spendere in un nuovo acquisto a quattro ruote. L'apertura dell'impianto in Serbia costituisce un ulteriore passo per una exit strategy continentale: al di là dell'Adriatico, grazie ai cospicui aiuti di Stato e alle agevolazioni fiscali, è nato un impianto che ora produce la 500L ma che in seguito potrà essere adattata anche per altri pianali del Gruppo. Fiat così come anche altri competitor mondiali nel settore automotive ha ricevuto e continua a ricevere aiuti, sgravi e agevolazioni. Gm, Bmw, Kia, Psa-Citroen sono state aiutate e invogliate alla produzione grazie ai soldi pubblici. Ora però l'Italia della spending review e della pressione fiscale oltre il 50 %, non è un paese per produrre: mancano le condizioni per ogni tipo di investimento e al tempo stesso gli acquirenti sono pochi, perché pressati da sempre nuove gabelle e da nuove accise. La colpa non è di Marchionne come manager né della Fiat come casa automobilistica ma dell'intero sistema-Paese, che deprime ogni possibilità di crescita e di investimento. Fiat, Alcoa, Italsider sono aziende molto diverse ma con gli stessi problemi: eccessiva pressione fiscale, mancanza di investimenti, assenza di capacità risolutiva dei problemi territoriali da parte degli enti locali e non. Se non si rende conveniente produrre nuovi beni, si inaridisce ancor di più il mercato e il panorama industriale. La politica e i sindacati ora che fanno? Puntano il dito contro il mostro Marchionne che vuole affamare gli operai e che non ha idee innovative. E' facile accusare gli altri ma le colpe non sono di un manager ma di un Paese che va a rilento e che si auto-condanna al declino. Chi è causa del proprio mal, pianga se stesso. Di certo Marchionne non piangerà. Antongiulio Staniscia

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