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PROSTITUZIONE NON TASSABILE. ALLORA, NON DI EVASIONE TRATTASI, MA DI MARCHETTE

La Commissione Tributaria ha stabilito che il reddito derivante da prostituzione non è tassabile. Il caso cui si riferisce il verdetto è quello di una prostituta proprietaria di sei lussuosi appartamenti, che, non avendo mai dichiarato alcuna attività lavorativa, né di conseguenza alcun reddito, era stata accusata di evasione fiscale. La Commissione ha argomentato che la prostituzione non è assimilabile ad una attività lavorativa e non è perciò tassabile. Il compenso per la prestazione fornita sarebbe in realtà un indennizzo per il "danno subìto", e come tale esente da imposte. Mi sembra difficile sostenere che questo stesso criterio non si debba parimenti applicare a qualsiasi attività lavorativa. Chiunque lavori può in teoria dimostrare di subire un danno, per il semplice fatto di essere in qualche modo espropriato del proprio tempo, ovvero per non poter usare il tempo dedicato al lavoro destinandolo all'attività ricreativa, al divertimento o a qualsiasi altra cosa uno ritenga più appagante. Perché allora per il tempo inesorabilmente perduto non è previsto un risarcimento, non tassabile, ma solo un compenso, questo invece –eccome!- tassato? In altri termini, per quale motivo, in linea puramente teorica, il concetto di "danno" non andrebbe esteso all'uso che si fa, ovvero si è costretti a fare, del proprio tempo (che è il bene più prezioso che si ha), mentre lo si dovrebbe limitare alla sola integrità fisica? A nessuno è venuto poi il dubbio che il supposto "danno" sia "una tantum", stante che la verginità si può perdere una volta sola, e che dunque non vi sia la necessità di dover reiterare all'infinito l'indennizzo? Tenuto poi conto dell'utilità sociale del meretricio, perché non incrementare un pochino l'indennizzo, magari con un sussidio statale o, per esempio, con l'esenzione dalle imposte sugli immobili posseduti? Nel caso citato, per sei appartamenti, sarebbe già un discreto risparmio. Molte prostitute, che hanno come unica fonte di reddito il mestiere più antico del mondo, hanno tra l'altro un regolare permesso di soggiorno. In base alle considerazioni della Commissione, come conciliare tale permesso, per legge connesso a una attività lavorativa, con questo tipo di attività, per così dire, "libero-professionale" non tassabile, che dalla stessa non è riconosciuta come un lavoro? La decisione della Commissione Tributaria presenta ad ogni modo il vantaggio di aver risolto radicalmente il problema dell'evasione fiscale in Italia. Chiunque venga accusato di evasione fiscale, avrà d'ora in poi la possibilità di dichiarare, senza doverlo di fatto documentare, un reddito aggiuntivo non tassabile, grazie al quale far quadrare i conti con il fisco. Tizio dichiara un reddito zero e viaggia in Rolls-Royce o su un lussuoso panfilo appena acquistato? Nessun problema! Non si tratta di un evasore, ma di uno che sopperisce con mezzi propri e con la libera iniziativa personale alle difficoltà quotidiane. In altre parole, Tizio si è ingegnato e a tempo perso fa... il marchettaro (o, meglio, può spacciarsi per tale). Egli potrà infatti autocertificare, non essendo (per fortuna!) previsto che ne fornisca prova pratica diretta agli ispettori del fisco, che l'unico reddito prodotto è quello esentasse dovuto ad esercizio di attività integrativa "libero-professionale" per la quale è previsto indennizzo (per il "danno subìto"), che prende il nome di marchetta. Così non di evasione si tratterà, ma di marchette. Con i più cordiali saluti.

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