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ITALIANI SEMPRE PIU' POVERI, ETERNI PRECARI E SENZA FIGLI

Le leggi che ci siamo confezionati hanno bandito il posto di lavoro fisso, dopo che i nostri politici di destra, di sinistra e di centro lo hanno dichiarato obsoleto e fuori moda. E' invece più di moda e al passo coi tempi lo stato di perenne precarietà che, si sostiene, diminuisce la disoccupazione e aumenta la felicità dei lavoratori. Viene poi ribadito da più parti, e cioè da destra, da sinistra e dal centro, che il lavoro non è un diritto. Chi non ha un lavoro non ha dunque diritto a rivendicarne uno: si tratterà in ogni caso di un lavoro a scadenza ravvicinata. Peccato che le banche per accordare un mutuo pretendano invece garanzie di stabilità che il lavoratore eternamente precario non potrà mai dare. E' questo un banale effetto collaterale del sistema che ci siamo costruiti e che per qualcuno è il migliore dei sistemi possibili. Comunque, come di continuo si ripete, meglio un lavoro precario piuttosto che nessun lavoro. A complicare le cose c'è poi la propensione degli Italiani a rimanere disoccupati a vita piuttosto che accettare un lavoro non gradito. Alcuni lavori sono considerati "di serie A", cioè lavori per gli Italiani, e altri sono considerati "di serie B", cioè lavori per extracomunitari, che gli Italiani non vogliono più fare. A causa di questo atteggiamento (certamente criticabile, ma che ha tutta una serie di motivazioni) e della carenza dei posti di lavoro "di serie A", per molti l'alternativa alla perenne disoccupazione sembrerebbe essere il lavoro precario a vita. In entrambi i casi è difficile pianificare il proprio futuro e ancor più il futuro dei propri figli, che non verranno mai. La famiglia è in crisi non solo per le difficoltà che la convivenza comporta, soprattutto essendosi persa la cultura dell'esercizio di pazienza e di sopportazione reciproca (che fa sì che le coppie, siano esse tradizionali o meno, si sciolgano per i motivi più futili e banali ad ogni minima difficoltà), ma è in crisi anche per le difficoltà pecuniarie legate al fatto che indipendenza economica e condizioni di ragionevole sicurezza tali da consentire una serena pianificazione del proprio futuro vengono raggiunte ormai quasi in età da pensione. Gli Italiani hanno smesso perciò di fare figli. Non avendo una situazione di lavoro stabile, non ci si sposa più, tutt'al più si convive, rimandando la nascita di un figlio, destinato quasi sempre a essere unico, alle calende greche, o, nella migliore delle ipotesi, a quando la capacità procreativa sta ormai per spegnersi. Il lavoro precario è una nostra infelice scelta o una necessità? Può anche darsi che la politica del posto fisso, nel creare posti di lavoro "di qualità" per alcuni, sottragga nel contempo opportunità di lavoro ad altri, e che l'alternativa di una occupazione ipoteticamente più diffusa, ma necessariamente "di minore qualità", cioè precaria, rappresenti un male minore, ma in entrambi i casi il risultato è la forzata rinuncia o comunque l'estrema difficoltà a programmare una propria vita famigliare con tanto di prole. La situazione si presenta senza via d'uscita, a meno che l'atteggiamento culturale degli Italiani nei confronti del lavoro non cambi profondamente, ovvero a meno che non venga meno la discriminazione, foriera di conseguenze deleterie, tra lavori di serie A e di serie B (questi ultimi lasciati agli immigrati, implicitamente e a torto visti come più deboli e quasi "cives minoris iuris", cioè cittadini di serie B, e invece destinati a sopravanzarci), che è uno dei presupposti mentali che accompagnano gli Italiani verso una serena e rapida estinzione, con cessione del testimone a coloro che il lavoro non lo rifiutano, a qualunque serie appartenga. Con i più cordiali saluti.

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