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Nel caso Sallusti non c'entra la libertà d'opinione ma l'obbligo della verità

Che l'Italia sia da tempo dilaniata da una vera e propria guerra per bande, per caste, è ulteriormente dimostrato dalle prese di posizione attuali sul cosiddetto "caso Sallusti", in cui la casta dei giornalisti (anche se non unanimemente) vorrebbe modificata la legge attuale nel senso che MAI un giornalista dovrebbe finire in galera, la casta dei magistrati che invece (in questo caso) ha applicato la legge pesantemente contro questo giornalista, e la casta dei politici, in tutt'altre faccende affaccendati, che ora si svegliano da un sonno durato 60 anni e vogliono accontentare la casta dei giornalisti, ma non vogliono ... inimicarsi la casta dei magistrati...! La partigianeria politica e di casta impedisce ai più di andare al concreto, anzichè duellare a colpi di ideologia, e il concreto è dato da una tredicenne, dall'infanzia disastrosa, che rimane incinta e che, sicuramente dopo aver vissuto il terribile conflitto interiore che una tale decisione comporta, consigliata ANCHE dalla madre adottiva, decide di abortire. Il padre adottivo, separato e che mai si era occupato di lei, si oppone e il giudice tutelare, valutato tutto ciò che era necessario valutare, approva la scelta di madre e figlia. L'articolo anonimo apparso sul giornale allora diretto da Sallusti (e non mi interessa se quell'anonimo fosse lo stesso Sallusti, Farina o Pinco Pallino) invece non solo racconta che la tredicenne è stata obbligata ad abortire dal giudice tutelare, ma che lei era contraria e che a causa di ciò è stato necessario ricoverarla in un reparto neurologico. Non è finita, nello stesso articolo si accusano mamma, medico e giudice di aver inflitto una sentenza di morte, sentenza che, si sostiene, avrebbe dovuto essere applicata invece a loro. Di fronte ad una tale mistificazione della realtà, amplificata dal mezzo stampa, bene ha fatto il giudice tutelare Cocilovo a querelare autore dell'articolo e direttore del giornale, ricevendo una condanna per loro in primo grado. Mi dispiace sinceramente che, come sostiene Sallusti, il suo difensore pare non si sia neppure presentato all'udienza, di sicuro non gli viene negato un processo di secondo grado che viene pure perso. E mi dispiace davvero che i politici, e Berlusconi in primis, che pur aveva promesso di modificare la legge, non abbiano mosso un dito in tal senso, sicchè la Cassazione nei giorni scorsi ha definitivamente confermato le condanne precedenti. I fatti sono questi; qui non è in discussione la "libertà di stampa e d'opinione" come si va urlando ai quattro venti, qua si sanciscono due principi fondamentali per una democrazia: che nessuno, a maggior ragione se ha a disposizione un mezzo così potente come la stampa, ha il diritto di sostenere il FALSO, e che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, anche se sono giornalisti, e quindi malissimo avrebbe fatto la Cassazione a concedere lo sconto delle attenuanti generiche a Sallusti, privilegiandolo così rispetto alle migliaia di "Sallusti" non altrettanto famosi che quando perdono due gradi di giudizio (a torto o a ragione) in carcere ci vanno in silenzio. Quanto poi all'opportunità di una riforma della legge attuale (che comunque non vedo come potrebbe applicarsi retroattivamente al caso Sallusti) nel senso di escludere la pena carceraria per i giornalisti mantenendo o anche inasprendo solo le pene pecuniarie, in questo paese di "guerra per bande" vi invito a riflettere su cosa succederebbe se davvero la legge fosse riformata in tal senso: i giornalisti schierati o anche semplicemente superficiali potrebbero accusare e vilipendere chiunque sapendo che chi fosse da loro ingiustamente martoriato (e di esempi del genere ce ne sono davvero tanti), anche se a colpi di carte bollate e di parcelle d'avvocato riuscisse ad averla vinta, potrebbe solo richiedere un risarcimento pecuniario, prontamente coperto da eventuali mandanti di tale linciaggio ...! E allora la soluzione sarebbe peggiore del male, oltre ad essere forse anche anticostituzionale perchè darebbe un trattamento diverso, per lo stesso reato, ai giornalisti rispetto ai comuni cittadini. Comprendo altresì anche Sallusti quando orgogliosamente rifiuta di chiedere la grazia a Napolitano, sostenendo che ammetterebbe così di essere colpevole di un articolo non scritto da lui, ma scritto da lui o no, quell'articolo diceva il falso e se a lui in qualità di direttore ciò fosse all'epoca sfuggito, penso che sia sempre in tempo a dichiararlo con chiarezza: diceva il falso. L'anonimo estensore aveva tutto il diritto di contestare l'aborto in generale e quell'aborto in particolare, ma non quello di dare per certe illazioni, supposizioni e vere e proprie menzogne. E dunque? Dunque secondo me sarebbe opportuno che ciascuno si assumesse davvero le proprie responsabilità: Sallusti ammettendo che il G.T. aveva ragione e che lui non aveva ben vigilato; i politici cercando di riformare in maniera equilibrata la legge sulla stampa, nulla concedendo nè alla casta dei magistrati nè a quella dei giornalisti, ma privilegiando esclusivamente LA VERITA', semplicemente: nessuno, giornalista, papa, magistrato o quaqquaraquà, ha il diritto di dire il falso e se non fa ammenda è socialmente pericoloso e deve assaggiare anche il carcere. E la magistratura? Assumendo SEMPRE scelte e comportamenti che non siano e non appaiano di parte, in modo da recuperare un prestigio perduto che spesso è alla base di critiche e delegittimazioni che certamente non giovano a questo fragile Paese.

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