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omertà per il Tibet? io dico basta!

Gentile direttore, la prego di dare spazio ad una speranza... questa è la mia: sono una ragazza di ventidue anni nata a Brescia, frequentante l’università statale di Milano, nella facoltà di filosofia; per quanto l’Italia sia il mio paese natale, dove risiedono i miei cari, ho deciso di passare la mia vita in India, ai piedi dell’Himalaya. Una decisione nata per l’interesse verso il popolo tibetano e poi cresciuta e fortificatasi per avere adottato due piccoli bambini di 5 e 6 anni e un ‘fratello’ di diciotto con i quali abbiamo costruito un nuovo nucleo famigliare pieno d’amore Mi chiedo come sia possibile che nel ventunesimo secolo uno stato come la Cina si possa permettere di agire peggio della Germania nazista da ormai sessant’anni; ma, soprattutto, ( sono parecchio disillusa nel rispetto innato che un uomo ha verso i suoi simili) , non riesco a spiegarmi come sia possibile che l’UN rimanga a guardare un tale genocidio e una tale repressione dei principi di libertà e giustizia come quella che si stà verificando in Tibet. Perdoni questa lettera ma il liceo mi ha allattata con lo spirito delle grandi rivoluzioni per la fratellanza, la libertà e l’uguaglianza, con l’idea che la giustizia, la tolleranza e la libertà siano le basi che hanno reso grande il nostro continente e nobile il nostro spirito, ed ora… ora sono immobilizzata. Una statua senza capacità di movimento intellettuale. Perché? Perché? Io sono una ragazza e il mio massimo è aprire una pagina facebook chiamata ‘ “cos we want a free tibet”, che raccoglie 200 membri, cercando di trasmettere informazioni pulite su ciò che sta succedendo, cercando di sensibilizzare sulla situazione e quando torno, per quei pochi mesi in Italia, per dare gli esami all’università, fare dei piccoli mercatini dove vendere i prodotti dei rifugiati tibetani in India, dando il ricavato al Tibetan children village. Ci dia voce anche lei. Ci aiuti come può.Provi a fermarsi un secondo, chiuda gli occhi… provi ad immaginare suoni di campane mai sentiti prima accostati a delle voci che cantano una lingua per noi incomprensibile ma che se ascoltati ci incantano e ci fanno sorridere: sono preghiere… pensi a colori che nella nostra visuale è strano vedere vicini; visini un po' sporchi, capelli neri spettinati o rasati, occhietti un po a mandorla, vestiti ocra e rossi, che fanno girare delle grandi ruote di preghiera con la credenza di infondere nell’aria il loro messaggio di auspicio; cerchi di sfiorare questa spiritualità che è tanto lontana da noi... Pensi all'India, ai piedi dell' Himalaya, al freddo o al caldo torrido; qui, in questo luogo la nostra fantasia è realtà. Una realtà che lotta per ricordare le sue radici, che alimenta con forza ma con poche risorse la propria cultura per non vederla morire mai. Qui c’è un popolo che, se solo lo intravedi in manuali di scuola, ti da un emozione che nel tuo cuore non muore più. È solo l'abbozzo di un quadro di loro: l'odore del sandalo che, se provi ad aprirgli una porticina dentro te, si infonde e ti dona come tu, forse, non sarai mai capace a ricambiare. Ma non dimentichi il sorriso del Dalai Lama, o il suo tocco, che è come l’abbraccio dell’universo. Tutto questo deve essere difeso perché è un grido mite di libertà, che neppure gli anni trascorsi nei lager cinesi hanno potuto soffocare…. Tutto questo è qui, in cerca di aiuto, da parte del mondo che si innalza sugli altri come detentore di giustizia. Lei di quel mondo è uno dei rappresentanti…Raccolga anche lei la voce di speranza che si leva da questa terra negletta, che una fitta coltre di omertà vorrebbe condannare all’ isolamento totale La prego. La studentessa Martani Paola

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