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il senso dell'irc

Irc: senso o non senso? Il dibattito sull’irc (insegnamento religione cattolica) appassiona e suscita interessi trasversali. Ne sono prova le reazioni a seguire la dichiarazione (infelice) del ministro Profumo sulla religione a scuola: "così come è ha poco senso". Società multiculturale, confessionalità della materia, ragazzi che non frequentano le lezioni di religione, hanno fatto dire al responsabile dell’istruzione italiana che l’irc è da ripensare. Queste obiezioni però meritano un approfondimento. 1) Perché Profumo firma il 28 giugno un’intesa sulle indicazioni didattiche per l’irc e il 28 luglio un accordo, ancora con la CEI che prevede per i docenti di religione l’obbligo di laurea a partire dal 2017 e poi ha l’uscita sopra riportata? Sì, è vero, era ad un incontro promosso da Sinistra e Libertà, ma parafrasando il vangelo, pare che la destra non sappia quello che fa la sinistra (mano). 2) A fronte della società globale, multietnica l’irc…non è un problema, non è una contraddizione. Ciò non è strano. Cattolica starà anche per latino e romana, ma soprattutto è da tradursi con ‘universale’. Tutti i bambini e i ragazzi possono avvalersi dell’irc, un insegnamento dentro le finalità della scuola, impartito con metodi pedagogici e con contenuti che seguono anche le esigenze degli allievi. Lungi da costituire una interferenza o una limitazione della libertà, la presenza dell’irc nelle aule italiane è un valido esempio di quello spirito positivo di laicità che permette il rispetto e il dialogo tra culture diverse. La piena dignità scolastica dell’irc contribuisce a dare un’anima alla scuola così povera di Dio. Questa materia poi ha una legislazione che a livello europeo è una delle più moderne. 3) Infine ci sono gli allievi che non si iscrivono al corso di religione (è questo è un problema). Ma invece di picconare e demolire il buono che c’è, non sarebbe meglio perfezionare l’esistente, vale a dire lavorare sul sostegno delle attività alternative e impedire (modificando la norma) l’ora del nulla, dando così a tutti la possibilità del credito scolastico come già esiste? Si intensifichi la comunicazione, le segreterie didattiche informino che la materia in esame non prevede l’esonero. Chi non fa l’irc è perché non ha ricevuto le opportune indicazioni, o perché preferisce il disimpegno, oppure siamo alla presenza di un giovane refrattario. Resta il fatto poi che un non italiano non è sinonimo di non cristiano. Nessuno sa l’appartenenza religiosa del ragazzo (la legge della privacy lo vieta). Gli immigrati in Italia di seconda e terza generazione, con figli nati nella terra di san Francesco, chiedono integrazione, conoscenza del cristianesimo. E l’irc promuove questo spazio di confronto. Non a caso la Santa Sede sta preparando un documento sull’educazione interculturale in cui si affronta proprio l’irc. Tale materia si dice "dà un importante contributo alla pacificazione e non all’esaltazione delle identità". Da più parti si ripete il ritornello: trasformiamo l’irc in storia delle religioni o in etica. Ma facendo così non si produrrà una generica e slavata infarinatura religiosa del tutto insignificante? Schleiermacher diceva che per comunicare la religione servono persone che la vivono. I docenti idr, guru del sacro, hanno questa valenza. Non facciamo una guerra tra poveri. L’irc, perché in trincea, non produce conoscenza religiosa? E di storia, matematica, scienze, letteratura, arte…quanto sanno gli studenti italiani? Tutta la scuola soffre, non solo l’irc. Da anni si dice di riformare programmi, contenuti e metodi, così quello che è riferito all’irc, trova riscontro anche nelle altre discipline. Se la religione a scuola pare ponga problemi per la natura confessionale (ma ciò significa solo oggettività del dato), si insegni allora non più letteratura italiana ma una generica letteratura mondiale. Si è disposti a farlo? Religione in aula e/o religione vissuta sono un ottimo collante sociale. Parola di Napolitano. Sergio Benetti docente di religione Itis Valdagno Vicenza

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