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Vaticano II: 50 anni sprecati

Vaticano II: 50 anni sprecati L’ultimo concilio Vaticano II, nei lontani anni ’60 si preoccupava della passività e vacuità della fede e della messa cattolica, sostanzialmente ferme al Concilio di Trento. Ma a questo riguardo, le soluzioni adottate da taluni nostri parroci, che tendono a coinvolgere i fedeli nelle cerimonie, mi sembrano del tutto palliative e ingannevoli. Non è distribuendo le passività (canti, letture, preghiere varie) che si rianima la messa. Diventerà forse più partecipativa e spettacolare, ma resterà, ahilei, uno scontato rito religioso, come quelli variamente “inscenati” dai diversi culti da sempre e dappertutto. Tali cerimonie sono intrinsecamente “meccaniche”, perché costringono alla pura osservazione, al facile ascolto e alla pedissequa ripetizione di formule (giaculatorie, rosari, mantra). E' del tutto evidente e strutturale che non possono, non devono e non vogliono scoprire alcuna novità “cerebrale”, tant’è che si guardano bene dal trasformarsi in un confronto effettivamente attivo, cioè libero e dialettico. Giammai rischieranno di uscire dalla sicurezza dei loro collaudati binari, per ricercare più profonde verità. La loro funzione è infondere e consolidare la fede, a costo di illudere o imbambolare, evitando la discussione e riproponendo le solite sterili procedure. Il fine, disperato e infantile, è d’annullare lo spirito critico, percepito come il più devastante nemico della fede. Su di essa si fondano, in effetti, e non sul pensiero. L’errore è strategico e sta portando proprio all’estinzione della stessa fede. L’”attività”, che quei parroci vorrebbero ma che non otterranno, non appartiene alla religione ma alla “Signora del pensiero”, a quella Filosofia, che loro tanto bistrattano. Non alla messa ma alla disputa dialettica. Non ai devoti credenti ma agli esploratori e ai creativi dell’essere. La loro religione non cerca la verità, ce l’ha già. Non gli serve discutere, gli basta pregare. Non pensa, crede. Già, ma allora quella religione non può essere “attiva” come la Filosofia, la quale non ha e sa di non possedere la verità. Lei si che deve giocare tutto sull’”attività” mentale. Non si accontenta della fede, non gli basta. Non deve “gestire una verità” ma “scovare La Verità”, se e ovunque essa sia. Di Dio non si chiede com’è, dov’è o cosa vuole, ma perché c’è e se esiste. Dal concilio di Trento la chiesa cattolica si è guardata bene dall'affrontare criticamente le questioni teologiche o peggio ontologiche, trattando i devoti come semplici e perenni catecumeni, da catechizzare coi catechisti; considerando i cervelli solo come vasi vuoti da riempire del sapere unico e indiscutibile della cosiddetta rivelazione. Irrilevante se non dannoso che quelli possano aggiungere del loro e del nuovo. Ci vuol altro che suonare e cantare in navata, rimuovere da certi impegni le “pie donne” e al loro posto far leggere i sacri testi agli innocenti, per plagiarli e addestrarli al non pensiero o sognare che i “cosiddetti praticanti” colgano le profondità abissali dell’escatologia o del "senso teologico", guardandosi bene dallo spiegargliele. Diranno che vaneggio e che c’è sempre lo Spirito Santo. Auguri, ma non dicano che non glielo avevo detto. guido.martinoli@libero.it

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